IL PROGETTO “UNO SGUARDO AL CIELO” 

Responsabile: PROF.SSA PAOLA BASTIANONI

 

 

Il mare restituisce i corpi dei piccoli migranti

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“Da lontano sembra una piccola duna di sabbia. Di quelle che lascia la risacca dopo l’alta marea, quando il mare si ritira e sulla battigia restano detriti o mucchi di alghe. Erano bambini, invece. Un corpicino, probabilmente una neonata, è quasi del tutto seppellito. Indossava una tutina a fiori.

Li ha portati il mare dopo giorni alla deriva. Almeno tre corpi, e poco lontano i resti di un gommone dai tubolari ormai sgonfi. È quel che resta di un naufragio, di altre vite perdute senza che alcuno abbia mosso un dito. I morti potrebbero essere decine. E chissà se le correnti li depositeranno da qualche parte. […] i naufraghi senza vita sono stati abbandonati su una spiaggia a Zuara, in Libia, per più di tre giorni”.

(Da avvenire.it: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/libia-il-mare-restituisce-i-corpi-di-piccoli-migranti

di Nello Scavo)

Alzo lo sguardo al cielo e mi chiedo che cosa resterà di un mondo che non prova pietà nemmeno di fronte alla morte di un bambino. Di un mondo che è troppo distratto per ricordarsi che gli esseri umani sono tutti uguali. Di uomini che non trovano più il tempo per guardare i propri figli giocare in giardino, con uno sguardo pieno di inconsapevolezza e di fiducia, e di pensare che quello è lo stesso sguardo che avevano quei bambini, figli di uomini e di donne come noi, prima di annegare nel mare dell’indifferenza e della vergogna umana. Chissà cosa aveva pensato quella madre, morta insieme alla sua bambina, mentre le metteva la tutina a fiori. Forse l’aveva vestita a festa, perché erano in viaggio verso una nuova vita, forse era semplicemente un capo caldo dentro il quale passare la notte, magari era un vestito donato da qualche famiglia pietosa e che lei aveva accettato con dignità, perché per amore dei propri figli si mette da parte qualsiasi tipo di orgoglio. Per qualsiasi motivo abbia scelto di farglielo indossare, non credo immaginasse che potesse diventare il suo sudario, un pesante involucro che avrebbe trattenuto il corpo della sua bambina, in attesa che il mare lo restituisse impietosamente ad una platea di spettatori inorriditi come da copione, per poi volgere lo sguardo e l’anima verso più importanti incombenze. Avrà avuto un orsetto, un ciuccio, o qualche ricordo della terra natia, da stringere forte quando il mare sarebbe diventato sospettosamente calmo, prima di un’incontenibile tempesta? Chi lo sa, il mare lo ha inghiottito insieme a lei. Avrà pianto? Si sarà dimenata, cercando istintivamente di aggrapparsi ad una vita che la stava abbandonando e che, anche se infinitamente povera e sfortunata, era comunque l’unica vita che conoscesse accanto alle persone che la amavano? Non lo sappiamo, perché non ha toccato la terra, non è diventata grande abbastanza per potercelo raccontare. Avrà avuto il tempo sua madre di darle l’ultimo bacio, di salutarla, di dirle che non l’avrebbe mai abbandonata, prima di lasciarsi investire dall’ultima onda di terrore? Non possiamo dirlo con certezza, perché la salsedine ha cancellato ogni segno di tenerezza ed ogni odore che non sia quello della morte. Si chiamava Samira, o forse Meryem, o magari Karima? Non lo sapremo mai, il mare restituisce corpi senza nomi e senza storia, come senza nome e senza storia sono tutti coloro di cui ci disinteressiamo nel quotidiano, perché pensarli senza nome, senza volto, senza ambizioni, senza diritti, ci rende meno indigesto il vederli morire come se non fossero esseri umani.