20 Marzo 2021 – Il brutto anatroccolo che imparò a parlare al dolore

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Il webinar è stato condotto dalla dott.ssa Alessandra Tonelli, assistente sociale.

Nel webinar dal titolo “Il brutto anatroccolo che imparò a parlare al dolore” mi ero prefissata gli obiettivi, avvalendomi della narrazione personale come figlia adottiva e professionale come assistente sociale. di far comprendere il motivo per cui parliamo di adozione come strumento di elaborazione del lutto e di evidenziare l’importanza dell’ intraprendere l’adozione con consapevolezza e coscienza da parte di coppie che aspirano ad intraprendere tale processo come percorso alternativo alla loro mancata capacità biologica.

Non è facile raccontarsi ed aprire le porte ad un passato sempre presente. I bambini prima di essere figli adottivi sono bambini abbandonati, la cui esistenza si divide tra un prima, un durante e un dopo. È ciò che io sono. Ho spiegato che essere adottati, soprattutto a livello internazionale, significa fare i conti con un dolore legato ad una doppia mancanza con cui imparare a convivere, nel tempo e con il tempo. Spesso, intraprendere un percorso di adozione internazionale significa vivere la perdita non solo dei genitori biologici, ma anche del proprio ambiente sociale e culturale. Una mancanza unita a un periodo di istituzionalizzazione.

Mi sono soffermata, principalmente, a descrivere i miei sentimenti durante il periodo più critico della mia vita, l’adolescenza, vissuta da adottata, di come mi sentissi incompleta, vuota, alla ricerca di risposte che forse non sarebbero mai arrivate. Perché è dall’adolescenza che è iniziato il mio viaggio interiore di elaborazione.  Personalmente, il mio percorso di consapevolezza è stato costellato da una profonda crisi emotiva legata all’individualità e all’identificazione. Non riuscivo a identificarmi con la realtà in cui vivevo ed anche con la mia famiglia. Le notti erano sempre più vive di ricordi e di pensieri nostalgici per una Colombia che non conoscevo, ma amavo.

I partecipanti hanno posto numerose domande; una in particolare, relativa a come cogliere i segnali di disagio e malessere emotivo nel figlio adottivo, mi ha portato a ricordare quando il mio viaggio intimo iniziò; dalla chiusura comunicativa è iniziato il mio dolore. Così ho desiderato condividere il mio malessere di quel periodo, associato all’ingratitudine e ai sensi di colpa nei confronti dei miei genitori adottivi, il cui rispetto mi pareva di calpestare solo nel dire “voglio tornare in Colombia”. Mi sembrava di indossare i panni insensibili di una figlia ingrata che non riconosceva i sacrifici e l’amore dei genitori. Nel rispondere a questa domanda sono emersi, inoltre, i temi relativi ai “non detti” che possono nascere all’interno della famiglia adottiva e alle difficoltà di dialogo con i propri genitori.

È stato un webinar partecipato e profondo. Dalla narrazione del mio vissuto sono emersi anche alcuni strumenti utili a elaborare il dolore di un figlio adottivo: l’importanza delle proprie origini e delle ricerche come bisogno autobiografico, il valore della verità, del dialogo aperto e dell’ascolto attivo nonché dell’autenticità affettiva di due genitori che riconoscono e valorizzano le differenze in un rapporto di reciprocità di emozioni, personalità e bisogni.

Al termine del webinar ho desiderato lasciare l’evento trasmettendo il senso di divenire famiglia adottiva, nella speranza di iniziare ad abbattere stereotipi e pregiudizi intorno all’adozione e alle famiglie adottive. Iniziamo a vedere questo percorso non come risposta riparativa ad un desiderio di genitorialità frustrata o come modalità che accentua la diversità. Vediamo l’adozione come strumento di elaborazione a incastro di più individui tra loro diversi che imparano a conoscersi e riconoscersi nel dolore proprio e altrui. Impariamo a capire che accoglienza è differente da accettazione; è l’avvio di un percorso complesso, in cui emergono emozioni e sentimenti che l’adozione ti invita a riconoscere e trasformarli in risorsa. È un uragano emotivo che insegna, al brutto anatroccolo che è in noi, che dal dolore non bisogna scappare, ma accoglierlo per imparare a rinascere; che proprio dal dolore si impara che cosa significa amare e soprattutto amarsi.

Alessandra Tonelli