Chi di spada ferisce, ovvero l’uso sociale dei morti-simbolo

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Da sempre lo stato si è impossessato di alcuni deceduti per renderli simbolo da utilizzare per la coesione, per orientare verso determinati fini, per motivare ad agire.

Ogni stato costruisce un proprio panel di morti che utilizza per definire costantemente la propria identità e i

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propri valori nel costante processo di costruire la comunità-stato. Senza questa comunità di persone che condividono storia e valori lo stato rischierebbe di disgregarsi. Ci sono ovviamente i padri della patria, i morti che chi detiene il potere identifica come persone esemplari per quello che hanno fatto e per la loro morale. Poi ci sono i caduti per la patria che sottolineano che per la patria si può (si deve) anche morire. Quindi ci sono le cerimonie commemorative a cui presenziano le alte cariche dello stato. Ma la retorica delle morti che insegnano non si ferma alle cerimonie commemorative, va ben oltre. Ovviamente pervade i media nuovi e vecchi, impregna film e serie TV.

Nota bene:  non è solo lo stato che utilizza i morti per orientare e motivare le persone. Le opposizioni, coloro che contestano i comportamenti delle persone che li governano possono fare la stessa cosa mobilitando  la

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gente a protestare anche in modo molto forte e a volte anche violento. Solo per ricordare: l’uso della forza, della violenza, è legittimo solo se viene attuato dallo stato o in altri casi molto specifici come ad esempio la legittima difesa. George Floyd è morto per “asfissia causata da compressione al collo e alla schiena“. Lo dice l’autopsia commissionata dalla famiglia sul corpo del 46enne afroamericano che il 25 maggio 2020 ha perso la vita durante un fermo di polizia, con l’agente Derek Chauvin che lo ha immobilizzato a terra facendo pressione col ginocchio sulla nuca fino a quando l’uomo ha smesso di respirare.

Questa morte è diventata il simbolo dell’oppressione e del razzismo che ancora persistono verso molte minoranze. Anche nella F1 con il proprio pilota più in vista, si è attivata una iniziativa in tal senso: prima di ogni gran premio i piloti si riuniscono indossando una maglietta che denuncia il razzismo. «Una battaglia

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contro il razzismo e le diseguaglianze sociali che da sempre purtroppo sono presenti nella nostra società. L’uccisione di George Floyd avvenuta lo scorso 25 Maggio a Minneapolis ad opera di uno dei poliziotti che per circa otto minuti ha tenuto appoggiato il ginocchio sul collo dell’afroamericano ha riportato alla luce un tema che nel corso dei secoli purtroppo ha caratterizzato la storia degli Stati Uniti e non solo: il razzismo nei confronti delle persone di colore. Fin da subito un sentimento di disgusto ha pervaso il mondo dinanzi alle drammatiche immagini diffuse da Minneapolis, con Floyd agonizzante che di fronte allo sprezzo dell’agente non esitava a ripetere “Non posso respirare, I can’t breath” senza che questi lasciasse la presa, e che ha riportato amaramente alla luce il rapporto molto delicato tra la polizia statunitense e la comunità afroamericana, molto spesso presa di mira per il solo fatto di avere un diverso colore della pelle» <Hamilton, Mercedes e la battaglia contro il razzismo>