Pandemia oggi

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Giugno 2020

Inauguriamo una nuova sezione – Pandemia oggi – a cura di Monica Betti.

Questa  nuova sezione viene aperta con lo scopo di riflettere sui nuovi significati attribuiti alla vita ed alla morte in seguito all’emergenza sanitaria da Coronavirus. La quarantena, il lockdown, la paura del contagio, la contrazione del virus, l’allontanamento dai propri familiari e dalla propria quotidianità hanno comportato la necessità di rinegoziare significati e modalità di condivisione della gioia, della sofferenza, del cordoglio, del lutto. Essi non sono mai percorsi scontati all’interno di una società, né vengono definiti una volta per tutte, ma vanno costantemente rimodulati nella loro portata ed intensità ad ogni nuovo passaggio, ad ogni nuova sfida umana. Il Coronavirus ha sancito un prima e un dopo nelle relazioni sociali, nella definizione della quotidianità e, in un certo senso, della vita di ciascuno. Lo stesso avviene anche nei confronti della morte, la quale, in questo tempo così poco scontato e dai confini sfumati, viene vissuta con un’apprensione inedita nei confronti della profonda solitudine dell’essere umano che vive la malattia e che a volte, purtroppo, si accinge alla dipartita, ma anche di coloro che restano, costretti per sempre alla memoria di un contatto umano mancato nel momento più duro ed irripetibile. Non c’è una seconda occasione per morire, non possiamo pensare “la prossima volta andrà diversamente”; per questo è necessario affrontare con chi resta la rielaborazione del lutto valorizzando la dimensione del ricordo e della memoria. Un quadro complesso quello che ci proponiamo di affrontare in questa sezione, ma fondamentale per ripristinare, pur nella sofferenza e nella precarietà, le sfumature di una vita che non possono andare disperse nel vortice della paura.

Dobbiamo scegliere chi intubare

“Dobbiamo scegliere chi intubare” è questo il commento straziante di un’infermiera dell’ospedale di Ancona, una delle tante, nel momento dell’ emergenza, impegnate in prima linea nel prendersi cura di coloro che, risultati postivi al Covid-19, avevano bisogno di essere ricoverati nei reparti di terapia intensiva. Niente era più sufficiente. Non bastavano i tamponi, non bastavano i camici, le mascherine, i dispositivi di protezione, i respiratori. Non bastavano nemmeno più gli sguardi e la compassione, perché a nessuno si potrebbe negare una stretta di mano mentre sta per morire. Nessuno merita di lasciare questo mondo da solo. Ma è quello che è avvenuto. Ogni medico, ogni infermiere, ciascun operatore socio sanitario si è adoperato ogni giorno per cercare di fare del proprio meglio, per far sì che nessuno si sentisse abbandonato nel momento più difficile. Non vogliono essere definiti eroi, si ritengono persone che fanno il loro lavoro con passione e, oggi che più che mai è necessario, con grandissimo sacrificio e professionalità. Quanto basta, oggi, per essere considerati eroi. Quanto può significare, per un familiare che non ha la possibilità di assistere un proprio caro, sapere che qualcuno se ne è preso cura, che non lo ha lasciato solo, che, anche se attraverso un guanto e un camice, gli ha tenuto la mano mentre lasciava questo mondo? Molto, anzi, moltissimo. Un’infermiera ha dichiarato che, finita questa emergenza, dimenticheremo. Dimenticheremo l’aiuto, dimenticheremo il sacrificio di questi esseri umani coraggiosi e indispensabili, torneremo a considerare il loro un lavoro come un altro. Io spero invece che non dimenticheremo mai e soprattutto che non dimenticheremo adesso che possiamo intravvedere un barlume di luce in fondo ad un tunnel che ci è sembrato troppo lungo e troppo stretto per le nostre capacità di uomini, donne e bambini occidentali del nuovo secolo. Spero che non dimenticheremo mai che la vita e la morte hanno un significato preciso alla luce di una socialità condivisa la quale, se viene meno, impone di ripensarci come esseri umani per poter affrontare qualcosa che, se non accolto nella sua complessità, rischia di divenire un lutto eterno.