Emergenza suicidi e danni psicologici

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C’è un’emergenza silenziosa che diversi psicologi e specialisti segnalano in questo ormai lungo periodo critico. Sono molte le persone che vivono in un precario equilibrio che potrebbe essere spezzato dal prolungarsi della crisi sanitaria che man mano si sta tramutando un una crisi economica. Sono molte le aziende che rischiano di chiudere, molti i lavoratori, soprattutto quelli precari ancor prima della crisi, che perderanno la loro occupazione e che dovranno, nella migliore delle ipotersi, investire nuovamente nella loro vita. Nel frattempo, però, sono esposti alla precarietà, all’indigenza e non sempre gli ammortizzatori sociali costituiscono una risposta efficace ai molteplici e complessi bisogni.

Vi è un’altra categoria a preoccupare i professionisti della cura. Medici, infermieri, personale sociosanitario che, a pandemia finita, potranno sviluppare disturbi post traumatici da stress. Il trauma interiorizzato può riverberarsi, sognandolo, rivivendolo, addirittura percependolo mentre si sta in mezzo alla gente. È un fattore ad alto rischio nel dopo emergenza. L’elevato numero di morti per coronavirus, il dover essere i ‘carnefici’ che vietano l’abbraccio col congiunto in procinto di morire, il numero altissimo di ore lavorate, il tornare a casa e non poter nemmeno abbracciare coniugi, parenti e figli, crea uno stato di tensione permanente. Col calare dell’emergenza dobbiamo occuparci di queste persone, non farle tornare subito al lavoro: senza l’elaborazione delle scorie traumatiche rischiano di finire dentro a un inferno. Bisogna organizzare un percorso di cura, che possano trovare a disposizione vicino a loro, già in ospedale.

C’è poi il dramma della violenza sulle donne.
Convivere 24 ore su 24 costringe a confrontarsi con problemi insormontabili finora trascurati o sopportati. Ci sono donne che stavano attraversando un lunghissimo e dolorosissimo iter per liberarsi di uomini che agivano su di loro una violenza quotidiana, una violenza che può diventare molto più acuta ora che la convivenza forzata non offre opportunità di decompressione e fa apparire più lontana la possibilità di essere protette. Perciò molte donne si ritrovare a dover vivere forzatamente assieme al loro aguzzino.
Serve uno sforzo eccezionale come è stato fatto per l’economia, bisogna investire anche in questo. Per salvarci tutti la vita.

Monica Betti