Festival di Venezia: i “viaggi del lutto”

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TRACKS ( di John Curran)

E’ tratto da una storia vera il bellissimo Tracks di John Curran, che porta sulla scena il diario di viaggio di una giovane donna inglese, Robyn Davidson, che nel 1977 compi la storica impresa di attraversare a piedi il deserto australiano da Alice Springs fino all’Oceano. Sei mesi e 2700 km, in compagnia di quattro cammelli (Bubs, Dookie, Zeleika, più il cucciolo Golia) e un cane, Diggity.

Esile la storia, narrata con la mano sobria del documentarista, ma piena di risonanze emotive che si sprigionano dalle immagini, in particolare quelle del deserto, protagonista esso stesso del film: soffice sabbia delle dune o trama pietrosa della pianura, rada vegetazione, cieli sconfinati, terra arida bruciata dal sole. Sono questi gli spazi osservati da una macchina da presa radente il suolo, che segue i passi della viaggiatrice, o che abbraccia invece dall’alto il vasto orizzonte mostrando in tutta la sua piccolezza l’esiguo drappello di uomini e animali, che tuttavia prosegue imperterrito.

Il viaggio è per la protagonista un’occasione per sfuggire a una vita che le appare senza senso, che giudica vuoto simulacro di riti e convenzioni sociali; è un modo per rinsaldare il rapporto affettivo con il padre, intrepido viaggiatore in Africa; e soprattutto vuole essere la dimostrazione, come lei afferma all’inizio, che una persona comune può compiere anche un’impresa straordinaria. E’ dunque un viaggio di formazione, o meglio di vera e propria rinascita, perché le consente di elaborare il lutto e le perdite da cui è stata segnata la sua infanzia: il suicidio della madre, il forzato allontanamento dal padre, la morte della cagnetta compagna di giochi. E’ un’occasione che lei ha cercato deliberatamente, abbandonando i luoghi e gli istituti della civiltà e affrontando invece la sterminata solitudine del deserto, metafora forse della sua stessa condizione, della sua anima, con cui entrare in contatto, e trarne linfa.

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Unico sostegno in questo viaggio l’occasionale compagnia di una coppia di coloni e di un anziano aborigeno; ma soprattutto la docile fedeltà degli animali, che la aiutano in varie situazioni e che lei, a sua volta, impara a proteggere.

L’attrice è all’altezza del ruolo, impersonando con freschezza e intensità il carattere schivo e tenace di questa giovane donna esile, ma determinata, coraggiosa e resistente: una vera “signora dei cammelli”.

 

GRAVITY (di Alfonso Cuaròn)

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La perdita (della figlioletta di 4 anni) quale vero motore di un viaggio nello spazio che  diventa  la storia di un parto, la cui gestazione dura 91 minuti. Palesi i  rimandi concettuali delle immagini: lo stato fetale della protagonista dentro la capsula; i numerosi cavi d’aggancio come «cordoni ombelicali»; la scenografica caduta di detriti che, a contatto con l’atmosfera terrestre, rievocano la folle corsa degli spermatozoi nell’atto della fecondazione. Gravity  è la storia di una rinascita; perché di questo ha bisogno uno dei due protagonisti : rinascere a nuova vita dopo che qualcuno di caro se l’è portata via con sé.

 

PHILOMENA (di Stephen Frears)

In una spensierata serata passata vagando per una fiera, la giovane Philomena incontra un ragazzo che la seduce emulando un vecchietto; da lì l’infatuazione, che col lento e inesorabile trascorrere degli anni matura in amore, benché trasferito al frutto di quell’incontro colpevole, o per lo meno percepito tale. Per scontare il peccaminoso concepimento di quella notte eterna, Philomena viene segregata per quattro anni in un convento, dove le suore sembrano aborrire il dono della procreazione, tanto da cadere in una tremenda eresia che sa più di impiastricciato puritanesimo anziché cristianesimo, ossia rendere il travaglio delle ragazze-madri un inferno. Non senza epiloghi nefasti, che spesso e volentieri comportano la soppressione di quella vita che eppure si dice di voler difendere con le unghie e con i denti.La saggia Philomena certe cose le sa e aspetta. La sua è una Fede genuina, quella degli ultimi: non si adira, non si dispera, non porta rancore; pur consapevole della sua talvolta eccessiva semplicità non avverte mai disagio, anzi, coltiva la virtù. Un esempio positivo, insomma, da non equivocare con un’eroina laica qualunque, dato che in lei Fede ed obbedienza coesistono e si alimentano a vicenda. Non si spiegherebbe diversamente il silenzio durato quasi cinquant’anni da quel giorno in cui il suo di figlio, Anthony, le viene definitivamente sottratto. Da allora ulteriore sofferenza, quella di una madre monca, amputata di una parte di sé. Finché un giorno non decide che il tempo scorre più in fretta di quanto si riesca a scandirlo, ed allora decide di ritrovare quel figlio che oramai altro non sarà che un emerito sconosciuto.Parte cosi, insieme ad un giornalista caratterialmente distante anni luce da lei, la ricerca del figlio di Philomena, adottato quando ancora era piccolo e da allora dolorosamente scomparso.Quando lo troverà il figlio è morto da alcuni anni, ma, nonostante  tutto quello che può accadere nell’arco dell’ esistenza e il carico di dolore che a volte si deve portare,  Philomena restituisce  ancora una volta il giusto valore (umano) alla  vita, alla  famiglia, alle origini.