Formare i giovani ad affrontare la morte nelle professioni di aiuto: un’esperienza con gli studenti delle scuole medie superiori diploma oss

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Paolo Panizza, Silvia Donati e Mauro Serio

Forse non tutti sanno che dal 2015 in alcuni scuole di Ferrara ad indirizzo sanitario – socioassistenziale, è stato avviato sperimentalmente un percorso formativo con adesione volontaria per Operatore Socio Sanitario. Ciò significa che gli studenti delle classi terze che hanno aderito al progetto, hanno integrato al consueto percorso scolastico ulteriori materie di studio e soprattutto un considerevole numero di ore di tirocinio, da svolgere presso strutture sanitarie e socioassistenziali, al fine di conseguire il cosiddetto “doppio diploma”. Quest’opportunità, che moltiplica gli sbocchi professionali dei futuri diplomati, implica un percorso teorico-pratico intenso e non privo di difficoltà e ostacoli. I corposi periodi di tirocinio, in cui i giovani studenti si trovano immersi in realtà residenziali e ospedaliere cariche di sofferenza, possono atterrire e suscitare un senso di rifiuto e/o di impreparazione. È per questo motivo che, alle soglie dell’anno accademico in corso, una docente di psicologia dell’Istituto Einaudi ha sentito l’esigenza di contattarci, con la richiesta di creare un’attività laboratoriale per una classe quinta. La finalità, facilitare l’espressione e la rielaborazione di ricordi e vissuti spinosi relativi alla loro recente esperienza sul campo. Il laboratorio, ha così preso forma ed è adesso in corso di svolgimento. Elementi pregnanti e degni di nota, emersi dalle narrazioni raccolte fin dal primo incontro, verranno di seguito riassuntivamente esposti, e a breve seguirà una restituzione pubblica a cui è invitata anche la cittadinanza. “Liberatorio” è stato il termine maggiormente usato dai partecipanti, per descrivere come è stato vissuto finora il percorso laboratoriale proposto. Accanto alla formazione scolastica e alle attività professionalizzanti, nessuno finora aveva pensato di aggiungere uno spazio protetto in cui permettere a questi giovani tirocinanti di condividere e rielaborare le forti esperienze a cui inevitabilmente espone la presenza continuativa in strutture socio-assistenziali. La mancanza di preparazione, e dunque lo stupore e lo shock di trovarsi realmente di fronte a pazienti che peggiorano o che perdono la vita, e ai familiari in lutto, ha costretto i ragazzi ad attingere a risorse improvvisate oppure, molto più spesso, ad alzare muri di difesa fatti di indifferenza e repressione emotiva, per poter andare avanti e dimostrare di essere “bravi praticanti”. Nel giro di breve però, questi muri posticci, eretti in fretta e da animi inesperti, hanno portato al crollo inevitabile con conseguenti crisi emotive e “vocazionali” (“se reagisco così, non è la strada che fa per me, ho sbagliato tutto! Che cosa farò?”). Uno spazio-tempo dedicato alla condivisione, protetto dal segreto e dall’anonimato, ha permesso al gruppo classe innanzitutto di esprimersi, di trovare il coraggio di condividere i propri dubbi, paure, incertezze, per poi scoprirsi simili, e potersi così guardare con una familiarità nuova, quella di chi ha vissuto la stessa paura e smarrimento di fronte alla morte di un’anziana signora durante il proprio turno, oppure di chi era presente nel momento della triste comunicazione ai familiari. Situazioni che scuotono e che interpellano, e che suscitano importanti interrogativi, sia sul piano professionale, che su quello esistenziale e personale. Lasciar uscire le proprie emozioni, nominarle, imparare a conoscerle, è il primo passo per poterle successivamente riconoscere e prendersene cura, così da poter svolgere una professione ad alto impatto emotivo. Un altro importante aspetto emerso nel fluire degli scambi esperienziali, è quello dei propri lutti, vissuti all’interno della propria famiglia e magari non del tutto elaborati, dei quali alcuni aspetti rimasti indigesti, possono facilmente attivarsi in contesti professionali che richiamano il doloroso ricordo per assonanza semantica.

In sintesi, accanto ad una formazione teorico pratica, tecnica e cognitiva, per una professione d’aiuto che affonda le radici delle sue azioni nel dolore, nella sofferenza e talora nella morte dei degenti, si rivela necessario porre quanto meno una parentesi di preparazione, cura e rielaborazione emotivo-affettiva dei vissuti personali e professionali. Domande anonime, tecniche teatrali ed espressive, giochi simbolici.. sono solo alcune delle attività proposte e proponibili, che possono tendere una mano e aprire un varco verso quello che a volte è l’imperscrutabile mondo dei dolori, delle domande e dei ricordi.

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