I bambini di Kabul

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Quando muore un bambino a causa di una mano armata una coltre di fango e ignominia si abbatte sull’umanità. Quando ad un bambino, ancorché non ucciso, si negano una casa, l’abbraccio di sua madre, un futuro sereno, la possibilità di crescere nella sua terra, raggiungiamo la consapevolezza che esistono fallimenti dei quali non sono responsabili la società, l’universo, il sistema. Sono responsabili gli uomini. Ogni uomo. Ogni uomo e ogni donna che si sia voltato dall’altra parte, che abbia tirato un sospiro di sollievo perché non erano i suoi figli quelli gettati oltre la rete, perché non erano i suoi fratelli quelli che si erano aggrappati ad un aereo in decollo. È colpevole ogni essere umano convinto che costituisca un qualche merito essere nato dalla parte giusta del mondo. Alzo lo sguardo al cielo per invocare il perdono di ogni vita umana spezzata nel nome del potere, della brama, dell’indifferenza verso l’altro, della superbia. Nessuna di quelle vite tornerà indietro. Nessuna di quelle vite riceverà giustizia. Il console italiano a Kabul, Tommaso Claudi, prendeva in braccio ogni bambino che gli tendeva le braccia, come a dirgli “ora sei salvo”. Prego che per ogni atto di questa generosità infinita il cielo gliene possa restituire il centuplo. Quando non si ha niente e si perde tutto comunque, anche un abbraccio può avere un valore importantissimo. Cari bambini di Kabul, è una mamma italiana quella che vi scrive. Una mamma che non riesce nemmeno a concepire il dolore che ogni giorno viene inflitto alle vostre madri. Le immagino sole, disperate, strapparsi dal collo l’abbraccio dei loro piccoli. E mi si gela il sangue. E mi vergogno. Perché quelli che noi riteniamo problemi non hanno nemmeno diritto di cittadinanza in un mondo ancora segnato dalla dittatura, dall’ingiustizia, dal male assoluto. Mi rivolgo a voi per chiedervi, in questo momento di indicibile dolore, ancora qualcosa in più. Vi chiedo che questa sofferenza non sia inutile. Non nascondetecela, testimoniatecela, sbattetecela in faccia, sfondate quel muro di omertà e finto perbenismo che sorregge le nostre case e le nostre vite mediocri. Non ve lo chiedo per noi, ormai la nostra generazione è irrimediabilmente corrotta da una dittatura mascherata che ha fatto molto bene il suo lavoro. Ci ha regalato la libertà assoluta, ma ha distrutto tutti i sogni e gli  ideali. Ci ha dato il benessere e l’opulenza, ma ha distrutto lo spirito di sacrificio. Ci ha donato la cura, ma ha distrutto l’antidoto. Mi rivolgo a voi perché, malgrado tutto ciò che di voi crediamo di sapere e ci raccontano, siete l’unica speranza per i nostri figli di poter costruire un mondo migliore. Di essere diversi da come noi siamo stati. Aiutateli a fare ciò che noi non abbiamo saputo insegnare loro: guardare l’altro con gli occhi dell’anima, considerandolo un proprio pari, proprio come si guarda se stessi. Aiutateli a desiderare di capire senza pretendere di sapere. Incoraggiateli ad andare oltre senza lasciarsi abbattere dalle difficoltà, perché al meglio si perviene solo attraverso grande sofferenza. E voi che di sofferenza ne avete patita tanta, fate capire loro che nessuna ingiustizia è più forte della vita, se è vero che quelle madri non hanno ucciso i figli piuttosto che consegnarli al nemico; li hanno consegnati all’ignoto, lanciandoli oltre il filo spinato, strappandoli dalle loro stesse viscere. È stata disperazione? No. È stata speranza. Ecco, adorati bambini di Kabul, in ginocchio vi chiedo di insegnare questo ai nostri figli. A coltivare la speranza.