I libri ci aiutano a non perdere chi amiamo

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I libri ci aiutano a non perdere chi amiamo

Christian Raimo è scrittore e giornalista italiano. Coordina il sito Internazionale. Nell’articolo postato il 21 febbraio 2016 sul sito www.internazionale.it, I libri ci aiutano a non perdere chi amiamo, espone l’opinione che la scrittura di un romanzo e la scelta della lettura di esso avviene per un unico e reale interesse: sopravvivere alla morte delle persone care e raggiungere attraverso quelle narrazioni l’elaborazione di un lutto.

Nel romanzo autobiografico La mia lotta in sei volumi di Karl Ove Knausgård che la Feltrinelli sta pubblicando nella traduzione di Podestà Heir, egli coglie, infatti, questo aspetto, quando l’autore sopraffatto dall’improvvisa morte del padre, si ritrova a parlare con il fratello all’uscita dell’ufficio delle pompe funebre. La narrazione diventa più appannata, meno fluida forse, ma più autentica, più vera, più intima, più sentita come se volesse interiorizzare quegli attimi nella consapevolezza, però, che la vita, al di fuori di quella intima sofferenza e realtà, sembrava meno nitida e pi confusa e che, pur tuttavia con essa bisognava commisurarsi e convivere: «Quando fummo in strada e ci incamminammo verso la macchina, qualcosa era cambiato. Quello che vedevo io, ciò da cui eravamo circondati, non mi sembrava più così nitido e chiaro, era come se fosse stato spinto in secondo piano, come se intorno a me si fosse creata una specie di zona che era stata prosciugata da qualsiasi senso, di qualsiasi significato. Il mondo era sprofondato, quella era la sensazione che  provavo, ma non me ne importava perché papà era morto. Mentre l’ufficio era perfettamente vivo e nitido nella mia coscienza con tutti i suoi dettagli, all’esterno il paesaggio della città era indistinto e grigio, qualcosa che stavo attraversando perché dovevo. Non pensavo in maniera diversa, la mia realtà interiore era immutata, l’unica differenza era che adesso richiedeva più spazio e quindi spingeva via quella esterna. Non avrei saputo spiegarla in altro modo».Ma che fare quando la vita dei cari si è spezzata? Raimo riporta il libro di Helen Macdonald H is for Hawk.  Il suo libro è il resoconto dei mesi che seguono alla morte del suo adorato padre, celebre fotografo del National Geographic, pilota amatoriale, che da bambina l’aveva appassionata al mondo degli animali e della natura, all’osservazione del cielo e degli uccelli. Helen, per rivivere il ricordo del padre si dà alla falconeria, alleva una piccola astore di dieci settimane e prova ad addestrarla. Il tentativo di stabilire una relazione con il rapace diventa una pratica sfiancante e fallimentare, la portano a isolarsi, a lasciare il lavoro, a non occuparsi nemmeno delle minime incombenze quotidiane, le bollette da pagare, le pulizie domestiche La sua ammissione non è una sconfitta, ma un giusto ridimensionamento, un ritorno alla realtà. La sua narrazione evidenzia due fissazioni bambinesche: una possibilità di colmare il vuoto creatosi dopo la morte del padre e l’inseguimento di un’infanzia perduta. Il mondo che era sparito, dopo un’immersione impossibile nella proiezione fantastica di un universo popolato di uccelli cacciatori, prede e foreste ritorna al suo posto, lascia una sensazione di misteriosa e ritrovata quiete.

Nella carrellata dei libri che Raimo riporta non mancano episodi teneramente grotteschi come quelli descritti da Gabriele Di Fronzo nel romanzo Il grande animale in cui un familiare accudisce il e accompagna il proprio caro alla morte fino a confondere e capovolgere i ruoli padre – figlio o quello più poco sacrale, ma altrettanto grottesco con cui gli addetti alle pompe funebri preparano un cadavere.

«Per tenere gli occhi chiusi, introdussero sotto le palpebre un guscio di plastica. Per la bocca, collocarono un rotolo di telo sotto il mento. Uno asperse nell’aria della camera un deodorante spray. L’altro si accertò che la finestra fosse ben chiusa. Fecero una iniezione arteriosa. Poi tornarono alla bocca, e con un punto di legatura serrarono le mascelle. Precedevano ogni azione con un uso pignolo degli antisettici, così da disinfettare. Dalla giugulare drenarono il sangue. Introdussero in modo costante e lento nel suo corpo dei liquidi, e contemporaneamente fecero defluire all’esterno i liquami». Sullo stesso sito Internazionale si possono leggere storie letterarie di perdita riportate da Giuseppe Rizzo mentre Marco Peano evidenzia una dettagliata fenomenologia letteraria, il memoir di Joan Didion L’anno del pensiero magico, il romanzo autobiografico Breve come un sospiro di Anne Philippe, Il libro di mia madre di Albert Cohene, Dove lei non è di Roland Barthes, per provare a riconoscere una sorta di stigma che portano sul corpo coloro che sono orfani, vedovi, mancanti: è il segno di coloro che hanno provato l’esperienza della pura irrealtà, dello smarrimento totale.

(fonte: Christian Raimo per  www.internazionale.it 21 Febbraio 2016)