Il sogno dell’ eternità. Il necroforo tra imprevedibilità e rito

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Il primo dicembre 2018 si è tenuto a Ferrara il convegno dal titolo “Il sogno dell’eternità. Il necroforo tra rito e imprevedibilità” per presentare la ricerca svolta nell’ambito del progetto “Uno sguardo al cielo” diretto dalla prof.ssa Paola Bastianoni.

Questi i relatori, l’audio dei loro interventi, alcune sintesi e slide.

Dott. Paolo Panizza, amministratore unico dell’ agenzia di onoranze funebri Amsef.

Introduce il convegno e i relatori.

Dott.ssa Michela Pazzi titolare dell’ omonima agenzia di onoranze funebri Pazzi.

Per il terzo anno partecipa al progetto “Uno sguardo al cielo”. Ricorda la mostra “Camminando assieme sui passi del riposo” di Giordano Pariti tenuta alla galleria FabulaFineArt sorta nella storica sede dell’ agenzia che ha anticipato il convegno. Tocca un punto per lei molto significativo che è la necessità di organizzare i servizi funebri senza commettere alcun errore, che sarebbe irrimediabile, e questo produce certamente ansia in tutti gli operatori coinvolti.

Dott. Massimo Benetti, Presidente CIF Bologna e vice-presidente Feniof.

Ricorda le parole di chi gli ha insegnato, trent’ anni prima, il lavoro: il necroforo deve esserci senza esserci. Le federazioni hanno spinto per avere delle normative regionali, in assenza di una normativa nazionale aggiornata, che oltre a individuare dei requisiti strutturali come sedi e mezzi necessari, indicassero anche una formazione obbligatoria per gli operatori.

Dott. Alessandro Bosi, Segretario Nazionale FENIOF.

Ritiene che il lavoro degli operatori funebri debba essere maggiormente conosciuto e venga riconosciuta l’ evoluzione in termini di professionalità dei lavoratori del settore. Alcuni corsi di formazione obbligatoria presentano un monte ore talmente basso da rappresentare al massimo una infarinatura. A livello europeo si sta pensando a master della durata di 800 ore e a livello nazionale si insiste per avere percorsi formativi più corposi che prevedano anche un tirocinio pratico. Un esempio di evoluzione del settore si ha in diversi paesi europei in cui oltre allo sviluppo della formazione si sono realizzate numerose “case funerarie”, luoghi dove è maggiormente adeguato e dignitoso poter raccogliersi per salutare la persona cara deceduta. Inoltre si coglie sempre più l’ esigenza di poter esporre il defunto in modo adeguato e sono necessari particolari trattamenti per farlo. Nonostante i corsi di tanatoprassi siano vietati in Italia, le agenzie più orientate ad essere impresa inviano i propri  operatori all’ estero per poter partecipare a tali corsi, anticipando quello che potrà essere il futuro del settore anche in Italia.

Ing. Daniele Fogli, Responsabile nazionale SEFIT – Servizi Funerari Italiani.

Racconta la propria esperienza nel settore a Ferrara. In quell’ epoca date le tensioni che si erano create nell’ azienda municipalizzata ha introdotto, su suggerimento della moglie psicologa, gruppi di auto mutuo aiuto tra operatori di diversi settori con l’ intervento di professionisti, facendo emergere le resistenze della società rispetto a questo tipo di approccio. Ricorda che 43 anni fa le persone avevano timore anche di stringere la mano ad un operatore funebre. Lasciato il lavoro a Ferrara nel’ 94  dopo alcuni anni ha verificato se gli interventi fatti avessero dato i risultati sperati, si accorse quindi che le persone con un livello culturale medio alto li avevano compresi e apprezzati mentre gli operatori meno scolarizzati li avevano ritenuti inutili e avrebbe preferito degli aumenti salariali piuttosto che tali interventi. Solleva inoltre il tema della cremazione ricordando come in alcune situazioni siano emersi comportamenti inaccettabili. Esiste un problema di etica e un problema di professionalità. Si sta proponendo un protocollo a cui potranno aderire volontariamente le imprese che gestiscono i crematori in cui viene richiesta e assicurata massima trasparenza e tracciabilità nel lavoro degli stessi per garantire, per esempio che le ceneri siano effettivamente della persona indicata. Fintanto che non ci sono regole e norme chiare le associazioni di categoria provvederanno ad auto regolamentarsi tenendo conto delle indicazioni e delle norme europee.

Audio: http://bit.ly/2zVPnXL

Dott. Diego Carnevale ricercatore presso l’ Università degli Studi di Napoli Federico II.

“Il mestiere del necroforo dal medioevo all’ottocento: un profilo storico”

Recupera la storia del necroforo facendo un breve exursus sulle origini di questo mestiere dall’antichità al medioevo.  Analizzando le documentazioni relative ai comuni italiani nel medioevo non si ritrovano mestieri riconducibili al necroforo, e le attività di sepoltura erano svolte dalle parrocchie sotto l’ autorità ecclesiastica. A partire da quattordicesimo secolo nasce nell’ Italia centrale la figura del becchino, termine di origine toscano che si ritrova per la prima volta nel Decameron del Boccaccio. Questo personale laico viene reclutato durante la peste per poter trasportare i morti alle sepolture. In questo periodo compaiono negli statuti del comune di Firenze i beccamorti con le prime descrizioni del mestiere che comprendeva non solo il trasporto e la sepoltura, ma anche l’avviso pubblico della morte e la compilazione di appositi registri. All’ epoca c’ era la convinzione medica che i vapori prodotti dal corpo morto fossero contaminanti e potessero produrre una malattia. L’ ecclesiastico non poteva entrare in contatto con il corpo morto perché ritenuto impuro e contaminante. Tra le mansioni c’era anche quella della manutenzione delle cripte dove, come nelle cisterne, venivano a concentrarsi dei gas che, se l’operatore ci cadeva dentro, provocavano intossicazioni, svenimenti e anche la morte, effetti che venivano imputati al potere contaminante dei cadaveri. Questi aspetti contribuivano alla stigmatizzazione del lavoro di necroforo. In quel periodo vengono a crearsi delle confraternite che si occupavano di seppellire anche i poveri e in quell’ epoca si iniziano a pagare i necrofori. Possiamo dire che nasce allora il mestiere del necroforo moderno. Nel settecento le organizzazioni laiche che si occupavano degli adempimenti funerari, organizzate o meno in corporazioni, erano ormai diffuse in tutte le principali città europee. A Napoli è evidente che i titolari delle botteghe, analizzando i documenti relativi alle famiglie e ai matrimoni, non sono oggetto di alcuna discriminazione sociale. Cosa diversa per i loro lavoranti che, a causa del contatto con i morti, continuano ad essere oggetto di discredito e di stigma. Un momento di svolta è il 1805 con l’intervento di Napoleone che ridisegna le normative relative alle attività funerarie, alcune delle quali ancora oggi fungono da riferimento. Fino ad allora il potere ecclesiastico aveva mantenuto il controllo delle attività funerarie, da quel momento, anche considerando il problema dal punto di vista sanitario, il controllo di tali attività passa allo stato. Nella riorganizzazione del sistema funerario che avviene in quel periodo i trasporti funebri, che fino ad allora avvenivano inevitabilmente a spalla, si dotano di carri funebri, questo tenendo conto del fatto che i cimiteri non potevano più essere collocati nelle città, vicino alle chiese come succedeva prima, ma si erano spostati fuori dalle mura delle città e quindi a distanze maggiori dal luogo dove avvenivano le cerimonie. I maggiori investimenti necessari per organizzare le attività funebri contribuiscono a sostenere un processo di accentramento su alcune grandi botteghe che si dividono un monopolio delle attività funebri. In questo periodo nascono anche le attività connesse all’imbalsamazione dei corpi trovando nuovi sistemi di conservazione che non comprendevano l’eviscerazione del corpo ma, in modo simile ad oggi, venivano inserite nel sistema arterioso e venoso dei liquidi, allora molto velenosi come l’arsenico, utili ad interrompere i processi di putrefazione e quindi a mantenere un bell’aspetto al corpo. Le richieste di imbalsamare i corpi diventano piuttosto frequenti in quel periodo da parte di una borghesia che sente sempre più la necessità di conservare e presentare il corpo del defunto. Dall’ottocento iniziano due processi convergenti: la medicalizzazione della morte e la professionalizzazione del lavoro dei necrofori. Entrambi questi processi favoriscono il miglioramento dell’accettazione sociale di chi opera come necroforo.

Audio: http://bit.ly/2C9ohxX

Prof. Alberto Boschi, Università degli Studi di Ferrara.

“A family business”, Cenni sulla figura del necroforo nella serie tv: Six Feet Under

Dopo una rassegna di operare cinematografiche che si occupano del lavoro del necroforo ci si concentra su due lavori: “Six Feet Under” serie tv statunitense della HBO, e il film premiato con un oscar nel 2007 “Departures”.

Audio: http://bit.ly/2Querzi

Dott. Paolo Panizza, amministratore unico dell’ agenzia di onoranze funebri Amsef.
Presenta la seconda parte del convegno.

Audio: http://bit.ly/2zVBBUZ

Prof.ssa Paola Bastianoni.

Presentazione della ricerca e in particolare sulla parte relativa alle interviste ai cittadini.

Audio: http://bit.ly/2Pz2XoQ

Video:

Slide: http://bit.ly/2zYmeLw

Prof. Mauro Serio, Università degli Studi di Ferrara.

“Impresa e operatore funebre. Il punto di vista del manager, dell’amministratore unico, del proprietario.”

Il titolo del convegno “Il sogno dell’eternità. Il necroforo tra imprevedibilità e rito” si riferisce a come oggi la società si confronta con la morte. La prima parte del titolo è ripreso dal lavoro della sociologa canadese Céline Lafontaine “Il sogno dell’eternità” che indaga sulla guerra totale, senza quartiere, che le società occidentali hanno dichiarato alla morte, investendo ingentissime risorse umane ed economiche, arrivando a plasmare gli stili di vita e la stessa democrazia di questi paesi. La seconda parte del titolo “Il necroforo tra imprevedibilità e rito” può essere ben compresa osservando i lavori cinematografici presentati dal Prof. Boschi: da una parte in “Six feet under” una impresa occidentale che deve quotidianamente fare i conti con l’imprevedibilità delle richieste dei parenti delle vittime; dall’altra in “Departures” la capacità di un rito antico di consolare i parenti e nello stesso tempo di dare senso e far sentire protetto l’operatore che lo esegue con delicatezza ed amore. Questi sono i due lati della medaglia tra cui gli operatori oggi a dover operare. Nelle interviste fatte ai tre referenti delle imprese sono emerse alcune tematiche evidenziate dagli stessi che abbiamo aggregato in sette aree semantiche. Le percentuali indicano la ricorrenza delle affermazioni ricondotte nell’area e offrono una indicazione di massima sull’importanza assegnata ai diversi argomenti, senza nessuna pretesa di validità statistica.

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Questi aspetti rappresentano altrettanti punti di forza su cui gli operatori lavorano da sempre per migliore il servizio che offorno e allo stesso tempo per imparare a gestire i livelli di stress dovuti sia agli aspetti organizzativi del lavoro sia all’impatto emotivo che questo produce. Allo stesso tempo rappresentano punti di possibile miglioramento sia per l’organizzazione che per la qualità del lavoro degli operatori.

Slide: http://bit.ly/2UFRCrc

Audio: http://bit.ly/2zTcGSg

Don Alessio Grossi, Psicologo.

“La complessità dei vissuti degli operatori funerari: tra vulnerabilità e resilienza”

La ricerca qualitativa di cui presentiamo i risultati si è svolta tramite due focus group (preceduti da un incontro di presentazione) con la presenza di nove operatori di servizi funebri, sette uomini e una donna, appartenenti alle agenzie Pazzi e Amsef. L’età media dei partecipanti è di circa 40 anni, con alle spalle quasi tutti più di cinque anni di lavoro in questo settore.
Le aree tematiche proposte nei focus sono state: lavoro e relazioni lavorative, soddisfazione e fatica nel lavoro, stress lavoro correlato, stati emotivi, sulla morte e il morire, sui luoghi e sui corpi, sul dolore degli altri e sul lutto.
Gli interventi sono stati trascritti e ogni affermazione è stata codificata per tematica e per valore soggettivo attribuitole (positivo – negativo) da parte dell’operatore. Successivamente tali codifiche sono state raggruppate per affinità di contenuto, venendo così a costituire tre macroaree tematiche:
le difficoltà e i rischi correlati al lavoro, le difese e le strategie messe in atto, le risposte adattive e la crescita umana e lavorativa.
Un primo risultato degno di nota è che gli interventi con valore positivo sono stati più degli altri, con un 55%, formato dalla somma degli aspetti ritenuti positivi nel lavoro (34%) e dalle difese e strategie consapevolmente messe in atto per un buon svolgimento dell’attività e una protezione dal rischio di stress (21%).
Il bisogno di difendersi, 39% degli interventi circa le difficoltà, è l’indicatore principale del pericolo di stress correlato al tipo di lavoro in continuo contatto con la morte e il dolore delle persone in lutto. Per evitare il burnout o altri disturbi, dagli interventi si è potuto constatare che gli operatori mettono in atto un complesso sistema difensivo composto da una parte di diverse “strategie” imparate negli anni di lavoro, dall’altra da un chiaro bisogno di tenere separato il lavoro dalla propria vita familiare e affettiva.
Riuscire a svolgere questo lavoro è considerato come aver superato una specie di “prova iniziatica”, tanto da sentirsi forti e sicuri delle competenze acquisite. Infatti, per quanto riguarda i dati circa la positività percepita, il sentirsi competenti sta al primo posto, seguito da esperienze di resilienza, dall’importanza della collaborazione tra colleghi e dal sentirsi responsabili in prima persona per il servizio svolto.
Questi dati ci hanno permesso di constatare delle buone e strutturate capacità di resilienza negli operatori e poter leggere i loro interventi anche in chiave di crescita personale secondo il modello della psicologia positiva. Il processo di crescita in seguito a eventi o situazioni altamente stressanti si esprime nella tendenza a portare cambiamenti in positivo in diverse aree: nella percezione di sé, nelle relazioni interpersonali, nella filosofia di vita. Il risultato della crescita è un senso di potenziamento delle proprie capacità.
Abbiamo letto gli interventi degli operatori in quest’ottica.
Cambiamento della percezione di sé: la percezione del sé può cambiare nel momento in cui non ci si sente più “vittime” ma persone che hanno superato una situazione potenzialmente trumatica (survivor). Considerarsi in questo modo aiuta i necrofori a far fronte allo stress ed a favorire la crescita. Il senso di fiducia in sé stessi aumenta come conseguenza delle risposte adattive.
Fragilità: paradossalmente, mentre gli operatori possono avere una maggiore fiducia in sé stessi e considerarsi più forti, allo stesso tempo divengono più consapevoli della propria fragilità e vulnerabilità.
Importanza del gruppo: un senso di potenziamento nelle proprie capacità come risultato di crescita non comporta che i necrofori si sentano di fare a meno del supporto sociale, ma, al contrario, li rende più assertivi nel chiedere sostegno. Un cambiamento nelle relazioni sociali è spesso riscontrato come conseguenza delle difficoltà: una maggiore vicinanza ed apertura con il partner e la famiglia. Il senso di vulnerabilità, inoltre, può aumentare l’espressione di emozioni, l’accettazione di un aiuto, l’empatia, la compassione e l’altruismo per altri che vivono simili situazioni. Trovare un nuovo significato: la costruzione di un nuovo significato nella vita è un’altra conseguenza spesso riscontrata come crescita. Vedere quotidianamente come la vita sia costantemente a rischio insegna ad apprezzarla maggiormente. Molti eventi distruggono le assunzioni di base, le convinzioni sulla vita, e questo passaggio è spesso connotato dal dolore. Il forte stress del contatto con la morte può comportare una conversione spirituale o un approfondimento della propria spiritualità nel senso sia di una maggiore vicinanza a Dio, sia di un maggiore impegno nella propria religiosità, sia di una maggiore chiarezza delle proprie credenze.

Mentre alcuni intendono il cambiamento spirituale all’interno di uno specifico sistema di credenze religiose, altri riportano una maggiore consapevolezza della propria spiritualità senza utilizzare il linguaggio di uno specifico sistema religioso.
Maggiore saggezza e comprensione dell’altro: il lavoro di necroforo può minacciare le proprie credenze ed innescare un dialogo spirituale sulla base delle contraddizioni e tragedie della vita. Infine, l’esperienza dell’inevitabilità della morte può rendere le persone più sagge, nel senso di un maggiore apprezzamento per la vita, di un migliore considerazione sulle sue priorità, di un migliore rapporto con gli altri, di un più efficace fronteggiamento delle difficoltà e di un aumentato senso di spiritualità.
I necrofori risultano essere consapevoli dell’aiuto che possono offrire. Per quanto riguarda il vissuto positivo degli operatori nei confronti di chi vive una situazione di lutto, un quarto (25%) è composto dalla comprensione delle emozioni altrui, la capacità di mettersi nei panni di chi soffre, senza lasciarsi travolgere dal dolore, bensì sentendosi in grado di aiutare (23%). Dal sentirsi utili deriva la maggior parte delle emozioni positive (24%), tra cui la considerazione che vale la pena impegnarsi a far bene questo mestiere. Gli operatori dei servizi funebri si riconoscono in grado di attenzione molto concreta verso chi soffre (11%) attraverso lo svolgimento del lavoro. In fondo condividono quotidianamente ciò che accumuna tutti di fronte alla morte, la consapevolezza della
fragilità umana (17%).
Il necroforo è in grado di non negare la morte ed è in grado di occuparsene, senza perdere di vista la sofferenza. Uno svolgimento corretto, responsabile e al contempo umano del proprio lavoro, saper compiere i “riti” dovuti, risulta fondamentale per ri-creare quell’ordine, tanto sociale quanto psicologico, in cui c’è posto tanto per la morte quanto per la vita che continua. Questo ha un valore sociale immenso, che i necrofori continuano ad offrire anche al mondo di oggi.
Sogno dell’eternità non è fuga dal presente, dal reale. Non è “mascherare” la morte da vita, travestire i morti da vivi per alleviare la nostra angoscia o cercare illusioni di continuità. E’ invece riconoscere la morte per dare valore alla vita. E’ riscoprirsi responsabili, capaci di condividere con gli altri, essere in grado di proteggere chi si ama e desiderosi di continuare a progettare la propria esistenza.
In conclusione, si possono prospettare alcune proposte indirizzate in primo luogo a chi ha una responsabilità formativa ed organizzativa nel settore.
Sarebbe auspicabile rivedere i corsi di preparazione. Al di là di quanto richiesto dalla Legge come standard professionale, potrebbe essere utile alle nuove “leve” di Operatori anche una formazione alle dinamiche relazionali, alla capacità di ascolto professionale.

E’ fondamentale, sia come prevenzione al disagio che come attenzione nei confronti dei lavoratori, porre attenzione ai pericoli derivati dallo stress continuativo. Gli operatori che hanno partecipato a questa ricerca hanno dimostrato di avere ottime competenze, individuali e di gruppo, acquisite sul campo. E’ bene riconoscerle e far di tutto per rinforzarle. In modo particolare ci permettiamo di sottolineare l’importanza del gruppo, della squadra. In diversi hanno espresso il desiderio di poter avere altre occasioni simili ai fosus, di supervisione al gruppo lavoro.

Slide: http://bit.ly/2L3lGZc

Audio: http://bit.ly/2QRdeBu

“Sara Cesari” Relazione dei partecipanti alla borsa di studio

Audio: http://bit.ly/2SM796Z