La morte ai tempi del Covid

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In questi ultimi tempi abbiamo tutti scoperto bruscamente la nostra fragilità umana: ci credevamo invincibili perché immersi in un mondo che scorre a velocità repentina verso chissà quali mete, in un mondo che non lascia spazio all’idea della morte e tanto meno al suo avvicinarsi. Probabilmente insieme a tutto ciò è cresciuto il nostro credere di essere immuni da avvenimenti decisamente avversi. Basti pensare alle innumerevoli espressioni linguistiche utilizzate nel mondo occidentale per non usare il termine “morte” – stroncato da un male incurabile, addormentato serenamente, riposa nella quiete eterna… -, e ciò ha spinto a credere che la morte non sia parte della vita, ma sia un male che dall’esterno ci attacca. Invece la morte, appunto oggetto di rimozione completa nella cultura dei tempi attuali, viene ora ad imporsi con alti livelli di drammaticità nel nostro mondo interiore. La morte in questo contesto si identifica con il virus che ha colpito a raffica senza se e senza ma, senza guardare la potenza rappresentata dell’uomo in sé, senza risparmiare niente e nessuno. Come fa di solito. Ma oggi lo ha fatto in modo più plateale, più visibile. E come al solito qualcuno ci rimette più di un altro: i soggetti deboli. Solo tra qualche tempo potremmo fare una attenta valutazione di quello che è stato l’incremento delle morti per mancata assistenza o mancata terapia (di cardiopatici, oncologici, psichiatrici…) ma anche per l’abbandono degli anziani che, tra distanziamento sociale e spostamento totale di attenzione e risorse sull’emergenza virus, sono morti in casa da soli. Ma in questi momenti non è facile nemmeno il ricovero ospedaliero. In questi momenti concitati di grave emergenza, è doveroso sottolineare come il vedersi sottratto alle figure familiari, il sentirsi relegato in un ambiente freddo ed impersonale – se non ostile – , collegato ad una macchina, unitamente a sentimenti come la paura di ciò che sta accedendo, lo stupore, l’angoscia provata, (queste ed altre cause) sono fattori che determinano una spersonalizzazione della attività terapeutica ed aumentano il senso di oppressione indotto dalla malattia. Ciò comporta spesso una assuefazione ad una situazione irrimediabile e di conseguenza, un “lasciarsi andare” per il tempo di vita residuo. Ma alle persone prossime all’ultima parte di vita interessa essere ascoltati, ricevere risposte alle loro domande, essere accompagnati verso la fine in un rapporto autentico e vero che si manifesti in qualunque modo possa rivelarsi: con una mano stretta in un’altra, con un gesto benevolo o con una espressione colma di intensità. Vivere “bene” questo passaggio significa sottolineare come il fine vita non è un insuccesso bensì una fase – l’ultima ma non meno importante – del ciclo della vita. Fase in cui la dignità della persona si deve esprimere ai massimi livelli. In questo “ultimo” contesto non c’è solo un corpo da assistere, ma anche delle relazioni da mantenere, il senso di appartenenza della persona da tenere intatto, la salvaguardia del suo sistema di valori. E’ importante prendere atto che parte della scienza afferma come vi sia la consapevolezza della morte, ovvero che la mente continui a funzionare anche dopo che il corpo ha smesso i segnali di vita. La mente continua a fornire degli stimoli mentre il corpo la sta abbandonando: in tale delicato passaggio la persona che sente venire meno il fisico ha comunque bisogno di stimoli positivi, alternati da altrettanti sentimenti che rendano lieve ed impercettibile, per quanto possibile, questo passaggio a senso unico. Ed è in questo delicato momento che intervengono gli operatori sanitari: mai come ora devono porre in essere le proprie professionalità attraverso atteggiamenti ed azioni, trovare le parole giuste da usare nella relazione, essere presenti il più possibile e raccogliere i desideri del malato. Compiti non facili, non scritti, non incapsulati in rigidi protocolli, bensì manifestazione di quella più alta espressione di cui solo l’uomo è capace, in cui la risorsa principale è la stessa professionalità col suo sistema di valori, le sue competenze relazionali, le sue abilità, le sue componenti etiche. Una missione. Per quanto oggi la società si senta più vulnerabile, occorre recuperare l’autenticità del nostro essere: dopo questo periodo disastroso, si auspica, l’uomo non perda il senso della precarietà della sua esistenza, contribuendo in tal modo a dare il meglio di sé in ogni angolo nascosto del suo essere. Erich Fromm scriveva: “Credo che la cosa più importante sia il coraggio di essere sé stessi, il coraggio di dire che per l’uomo non c’è nulla di più importante dell’uomo stesso e della sua stessa sopravvivenza, non solo biologica ma spirituale, perché ciò non può essere diviso. Sé l’uomo non ha più speranza, allora non ha più possibilità di vivere.”

Daniela Leban – Docente del Master Tutela, diritti e protezione dei minori