La morte di Dj Fabo addolora, sconvolge e divide l’Italia

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eutanasia

Fabiano Antoniani, 40 anni, meglio noto col nome d’arte Dj Fabo, ha volontariamente scelto di porre fine alle sue tribolazioni terrene nella clinica svizzera Dignitas alle ore 11:40 del 27 Febbraio 2017. Ad accompagnarlo in Svizzera il radicale Marco Cappato tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni che subito dopo si è autodenunciato alle Autorità italiane per il reato di «aiuto al suicidio» perché in Italia non è prevista alcuna legge sulla dolce morte. La notizia ha sconvolto, addolorato e diviso il Paese. La morte di Dj Fabo, cieco e tetraplegico a causa di un incidente stradale avvenuto nel giugno del 2014, e il suo grido d’aiuto e di libertà vanno ad aggiungersi al lungo elenco di chi ha compiuto la sua stessa dolorosa e liberatoria scelta e quanti, malati terminali e familiari, si appellano ai diritti sanciti dalla nostra Costituzione (artt. 12, 13, 32) sulla inviolabilità dei diritti dell’uomo, l’inviolabilità della libertà personale, l’obbligo al trattamento sanitario nei limiti del rispetto della persona umana. A dare inizio al doloroso e problematico elenco fu, nel 2006, Piergiorgio Welby da anni colpito da distrofia muscolare. Welby, dopo che il Tribunale di Roma respinse la sua richiesta di poter porre fine all’ accanimento terapeutico, trovò la morte, sotto sedazione, grazie all’ aiuto del medico Mario Riccio che gli staccò il respiratore. A Welby seguirono nel 2007 il malato di Sla Giovanni Nuvoli e poi, nel 2009, Eluana Englaro. Nel 2016, Mario Fanelli e Walter Piluddu, tutti ugualmente ammalati di Sla, per giungere ai 5 malati che l’Associazione Coscioni ha accompagnato in Svizzera per ottenere l’eutanasia e alle 233 persone che secondo quanto afferma Matteo Mainardi, coordinatore della Campagna Eutanasia legale, dal 2015 ha aiutato a mettersi in contatto con i centri svizzeri per il suicidio assistito. Prima di morire Fabo lancia il suo terzo e ultimo appello ai politici italiani: «È una vergogna, approvate la legge sulla fine della vita». Le ultime parole sono state un ulteriore grido d’allarme e di denuncia verso il suo Paese che l’ha costretto a morire all’ estero: «.È veramente una vergogna che nessuno dei parlamentari abbia il coraggio di mettere la faccia per una legge che è dedicata alle persone che soffrono, e non possono morire a casa propria, e che devono andare negli altri Paesi per godere di una legge che potrebbe esserci anche in Italia». L’Italia, infatti, è uno dei pochissimi paesi europei e del mondo a non prevedere una legge sull’ Eutanasia che sia Effettiva (somministrazione di farmaci che provocano la morte) o di Rinuncia alle cure (possibilità di interrompere le terapie necessarie alla sopravvivenza) o di Suicidio assistito (possibilità per un paziente di uccidersi con farmaci in strutture appositamente dedicate). Spesso, purtroppo, episodi di eutanasia, nel Bel Paese, si compiono di nascosto grazie a medici pietosi e compiacenti oppure, come nel caso di Fabo, con grandi disagi logistici, giudiziari ed economici, all’ estero. E mentre le ceneri di Fabo sono ancora calde e fumanti e Cappato corre il rischio di un processo il cui esito potrebbe condannarlo a una reclusione fino a 12 anni, il Paese e il Parlamento si spaccano, l’opinione pubblica si divide come per la conquista di altri diritti civili quali il Divorzio e l’Aborto, in passato, e le Coppie di fatto, le Unioni tra gay, le stepchild adoption, più recentemente. La legge sul Biotestamento, che non è una legge sull’ Eutanasia come nel resto dei paesi europei e del mondo e che, comunque, darebbe la possibilità, quando si è ancora in grado di intendere e di volere, per decidere se accettare o rifiutare i trattamenti sanitari, ha subito l’ennesimo rinvio al 13 Marzo 2017. Inutile il suo video-appello, attraverso la voce della compagna Valeria, al presidente Sergio Mattarella, di poter morire, smettere di lottare e «trovare pace». L’Italia si divide fra chi incoraggia, sostiene, ringrazia, denuncia e chi polemizza, innalza muri ideologici, moralistici, religiosi e di presunte certezze scientifiche o più semplicemente prende le distanze, si astiene, si lava le mani. Se da un lato il diciannovenne Matteo Nassigh, non in grado dalla nascita di camminare, parlare, mangiare e vestirsi da solo, trova la forza di comunicare a Fabo attraverso un’intervista all’ Avvenire che persone come loro possono «portare la luce e cambiare il mondo», dall’ altro ci sono parole crudeli e sconsiderate come quelle di Mario Adinolfi che commentando il suicidio assistito di Dj Fabo scrive: «Hitler, almeno, i disabili li eliminava gratis». Ci sono poi coraggiose scelte come quella del maestro Alex Corlazzoli che ogni mattina inizia le lezioni leggendo e commentando i quotidiani e che, senza timore di sorta, agli alunni che a casa hanno ascoltato i discorsi dei genitori o per televisione saputo della dolorosa scelta di Fabiano Antoniani, non impedisce di porre domande, capire e approfondire il delicatissimo tema dell’Eutanasia. E se il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, arcivescovo Vincenzo Paglia definisce il caso Fabo «una sconfitta per la società» un concetto proibito perché la vita è un dono e ciascun uomo è suo servitore responsabile ed intelligente senza mai esserne padrone e dominarla, Luca Zaia, presidente della Regione veneta a Radio Radicale dichiara che il tema di fine vita «non è questione politica, nè di credo religioso» e che «un paese che vuole dirsi civile non può lasciare la materia senza una definizione giuridica» e «non sia ammessa in Italia la libertà di scegliere un percorso legale, senza bisogno di dover, tra mille difficoltà e alti costi, espatriare». «Il Parlamento decida».

Alessandra Chiaromonte