La Morte e i bambini – Tesi di Laurea di Giorgia Menoni

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gong

Università degli Studi di Ferrara

Dipartimento di Studi Umanistici

Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione

La Morte e i bambini

Sessione di laurea straordinaria-Anno Accademico 2012-2013

Laureanda :Giorgia Menoni

Relatore:Prof.ssa Paola Bastianoni

 Alla mia nonna, che ha lasciato questa vita terrena ma non il mio cuore.

Il nostro legame non è cessato, continua semplicemente a vivere sotto altra forma.

Grazie per tutto l’Amore che mi hai dato.

Ti voglio bene, Giorgia

INDICE

Indice

Introduzione

Capitolo 1 “ La morte nella cultura contemporanea”

 1.1)   L’uomo e la morte

1.2)   Il vuoto pedagogico

1.3)   La necessaria integrazione di saperi

1.4)   Educarsi “al limite”

Capitolo 2 “La comprensione della morte nel bambino”

2.1)   La morte solo mostrata

2.2)   La morte non partecipata

2.3)   Le tappe evolutive dei bambini nella comprensione della morte

2.4)   Un approccio critico verso l’educazione scientifica alla morte

2.5)   Parlare al bambino della morte

 

Capitolo 3 “ Sulla elaborazione del lutto”

3.1)   Dal lutto originario ai “lutti esistenziali”

3.2)   La perdita dell’oggetto amato

3.3)   La biochimica dell’amore

3.4)   Il lutto infantile: le fasi

3.5)   Il lutto nella società attuale

Capitolo 4 “Variabili che influenzano il lutto infantile”

4.1)   Significatività della persona persa

4.2)   La relazione con il genitore superstite e altri adulti significativi

4.3)   Variabili

4.4)   Come esprimono il dolore i bambini

Capitolo 5 “ Educare i bambini alla morte”

5.1)   Il pensiero e il non pensiero della morte

5.2)   Educazione narrativa ed educazione razionalistica alla morte

5.3)   La scuola come luogo di incontro protetto

5.4)   Riscoprire il valore sociale della condivisione e del dolore

5.5)   Educare al desiderio infinito del bene: una nuova proposta

Capitolo 6 “ Aiutare l’espressione delle emozioni”

6.1)   L’educazione come spazio transizionale

6.2)   Sapere accompagnare

6.3)   Strumenti e linguaggi per l’espressione delle emozioni

Capitolo 7 “ Proposte educative concrete per parlare ai bambini della vita e della morte

7.1)   Il gioco

7.1.1  Proposta educativa: il cammino della vita

7.2)   Raccontare

7.2.1 Proposta educativa: storia illustrata “il giorno in cui il mare se ne andò per sempre”

7.2.2 Proposta educativa: filastrocca “I tuoi sapori”

7.3)   La narrazione di sè

7.3.1  proposta educativa: le mappe figurate

7.4)   La musica

7.4.1  Proposta educativa: il bagno di suoni

7.5)   Educazione alla consapevolezza: tecniche sul controllo del corpo e del pensiero

7.5.1  Proposta educativa: il cerchio del respiro

7.5.2 Proposta educativa: “ la casetta magica”, per iniziare a parlare ai bambini del viaggio dell’anima

Conclusioni

Bibliografia

Ringraziamenti

INTRODUZIONE

“La Morte e i bambini” è il titolo di questo elaborato. Sono parole semplici e dirette, per iniziare a trattare un argomento che appesantisce da sempre l’animo umano e di cui si stenta a parlare con naturalezza.  Ho scelto volutamente di utilizzare la “M” maiuscola, per identificare la morte come presenza ingombrante e minacciosa che spaventa, e la “b” minuscola di bambini per sottolineare il ricorrente atteggiamento di protezione e distrazione che gli adulti mettono in atto per proteggerli.

Come educatore, ho scelto di approfondire la tematica della morte nella consapevolezza che la scoperta della morte, quale fatto che appartiene alla vita di ogni essere vivente, è una tappa evolutiva che i bambini devono affrontare per un sano e pieno sviluppo di sé.

Nella vita quotidiana sono molteplici le situazioni che possono fare accendere nei bambini le domande sulla morte. Ad ogni educatore può capitare di trovarsi davanti al lutto di un bambino, di sentirsi chiedere se la morte è per sempre, e se la persona morta un giorno ritornerà.

Quasi sempre gli adulti si trovano imbarazzati e impreparati davanti a queste domande: l’atteggiamento comune è di rispondere in modo evasivo, cercando subito di distrarre il bambino verso altri argomenti più felici.

Quando il bambino manifesta, attraverso la sua curiosità o attraverso il suo malessere, il bisogno di parlare, è importante assecondare questo processo. La motivazione dell’educatore al dialogo non deve nascere solo per soddisfare la curiosità del bambino, ma soprattutto dal desiderio di aiutarlo a capire, rispettando le sue fasi di sviluppo.

Comprendere la morte e accettarla è un apprendimento importante, i bambini hanno le risorse per farlo, l’importante è non lasciarli “soli” in questo viaggio di conoscenza.

Quando si subisce una perdita mancano spesso quei supporti collettivi un tempo fortemente radicati nella struttura sociale che facevano del dolore un’esperienza condivisa. Oggi l’individuo  si trova solo davanti alla perdita e al lutto.

La pedagogia, ponendosi come strumento di mediazione tra il singolo e i suoi vissuti, insegna come la presenza di una guida sia indispensabile. Tuttavia, non esiste un educatore ideale che sappia condurre il bambino senza esitazioni e rischi di errore, limiti e difficoltà sono parte di noi, e in quanto tali vanno amati.

Una parte dell’elaborato analizza la difficoltà che manifesta l’uomo contemporaneo nell’affrontare la morte e i temi che sfiorano l’infinito: un atteggiamento ricorrente che si riversa sull’educazione alla morte, o meglio alla “non morte”, che viene poi trasmesso ai bambini.

Una parte più teorica illustra le fasi di comprensione della morte nel bambino e le posizioni della psicologia e della ricerca scientifica sul lutto, analizzando anche le problematiche connesse all’elaborazione del dolore.

Segue poi una sezione pratica e operativa, in cui vengono offerti agli educatori spunti e strumenti come stimolo di attivazione per affrontare il tema della morte, anche laddove non sussistano situazioni di lutto recenti. La maggior parte delle proposte contenute sono facilmente fruibili da qualunque educatore che si senta emotivamente pronto ad intraprendere un percorso di educazione alla morte.

Attraverso alcune attività divertenti, i bambini possono venire aiutati “ad emozionarsi”, cioè ad esprimere le sensazioni e le emozioni che provano in modo giocoso e creativo. Nel momento in cui ciò avviene, il processo di elaborazione e di guarigione dalla sofferenza è visto come traguardo raggiungibile. Non si può preservare i bambini dal dolore associato al lutto, ma si può aiutarli ad esprimerlo e a ritrovare serenità.

Il messaggio che si vuole trasmettere ad ogni educatore è l’importanza di agire in senso preventivo, quindi di intervenire non solo quando un evento è già successo, ma prima che si verifichi, rompendo quel silenzio  che opprime il tema della morte.

CAPITOLO 1 “ LA MORTE NELLA CULTURA CONTEMPORANEA”

1.1 L’uomo e la morte

L’uomo teme ciò che non conosce. C’è una cosa che l’uomo non conosce e che teme più di tutte le altre: la Morte.

La morte ossessiona a tal punto la mente umana che l’uomo doveva assolutamente trovarvi una spiegazione. Le religioni nascono quando nella specie umana si sviluppa la consapevolezza di nascere per poi dover morire. Il pensiero di dover morire angoscia terribilmente le menti primitive. Che senso ha vivere se poi si muore? Questa domanda è un vero e proprio tormento. Perché allora non trovare qualcosa che spieghi la morte? Quel qualcosa è stato trovato nelle religioni: la vita dell’anima oltre la morte, in altri mondi.

Così Platone[1] teorizza l’immortalità dell’anima. Tutte le varie religioni hanno sempre avuto come scopo principale quello di assicurare una vita dopo la morte, l’uomo ha accettato anche la sofferenza dell’anima nel Tartaro[2] o nel peggiore dei regni infernali invece che accettare di terminare la propria esistenza svanendo nel nulla. La morte è vista come vuoto, annullamento di sé, quindi è impensabile. La morte è l’unica certezza dell’uomo, di cosa avvenga dopo non c’è certezza.

Per Philippe Ariès[3] nei tempi passati la credenza nel male era necessaria per addomesticare la morte. La società moderna rifugge la morte e la sua eliminazione avviene proprio rifuggendo il male, contrastandolo con ogni mezzo. La soppressione del male ci ha restituito la morte allo stato selvaggio. Oggi c’è un qualcosa di selvaggio nel sentimento collettivo di morte, per la paura che incute.  Il pensiero della morte ha abdicato dinnanzi alle speranze di immortalità che la scienza e la tecnica ci offrono.

I progressi della medicina, della biologia molecolare e della genetica (nel fare ricrescere tessuti ed organi), i progressi della tecnologia (che permettono di sostituire organi naturali con altrettanti efficaci organi artificiali) hanno indubbiamente migliorato le aspettative di vita. Pur tuttavia hanno un grande carico di responsabilità nell’avere ingenerato l’atteggiamento comune di amortalità, cioè di rimozione e indifferenza all’idea di morte. Ma la morte è rimasta: quindi non potendola impedire, la si evita.

La fede in un aldilà non è più così convincente per l’uomo moderno. La spiritualità è una componente umana che sta scomparendo, non offre certezze e punti stabili di riferimento, lascia l’individuo da solo con se stesso. In questo mondo non si vuole più trovare il tempo per l’introspezione personale, per la riflessione interiore, l’uomo teme ciò che vi può trovare dentro. Questo fa sì che la morte sia solo medicalizzata ed espulsa dal privato personale e familiare, relegata negli ospedali.

 

1.2.            Il vuoto pedagogico

Manca a tutt’oggi una “pedagogia della morte” che si fondi sulla relazione e che sappia coinvolgere attivamente sia noi che colui al quale si rivolge l’azione educativa. Vi è una grande necessità di educare alle tematiche della morte adulti e bambini. Si tratta di un vuoto pedagogico che incide sia a livello di cultura e immaginario collettivo, sia a livello interiore e di vissuti personali. Non si parla di morte, l’uomo che vive nel nostro tempo ha bisogno di essere misurato, di dominare le proprie emozioni per non perdere l’autocontrollo. Questo porta a svuotare progressivamente i rituali legati alla morte, rimuovendo dalla nostra scena e da quella di chi ci sta vicino, specie i più piccoli, il pensiero e il dolore legati alla morte (fatta eccezione per le celebrazioni mediali). L’adulto è fortemente riluttante ad avvicinare il bambino alla tematica della morte, conseguenza della rimozione della morte sia a livello sociale che individuale. Credendo che i bambini possano venirne danneggiati, gli adulti gli nascondono gli avvenimenti naturali della vita, che in seguito dovranno inevitabilmente conoscere e capire.

E’ importante educare i bambini a manifestare le proprie emozioni e a governarle, anche se fanno soffrire e se sono considerate negative. Occorre rispondere alle domande che i bambini pongono, per non creare degli argomenti tabù. I bambini potranno anche non capire subito le risposte, ma l’importante è iniziare a rispondere. Se poi nella risposta resta anche un alone di mistero che alimenta il desiderio di conoscenza, questo non è sempre un male: è un modo di mettere il bambino davanti al fatto che l’uomo non può sapere tutto. Resta sempre una parte di non conosciuto e di non conoscibile di un evento e di un concetto astratto.

Nella società moderna invece, la morte fa tanta paura, al punto che non osiamo nemmeno pronunciarne il nome. E questo fino alla situazione paradossale, dove anche l’adulto è come un bambino, tenuto il più lontano possibile dalla morte.

Mettere la morte al centro di una riflessione pedagogica significa riconoscere all’educazione una forte tensione filosofica intrinseca, che la pone a confrontarsi con le domande cruciali dell’esistenza: perché si nasce, perché si muore, che senso dare all’esistenza. Proprio qui risiede il carattere ermeneutico dell’educazione. Essa ha il compito di aiutare l’essere umano nella interpretazione degli eventi dell’esistenza, quelli piacevoli ma anche quelli dolorosi. Pensare alla morte come ad un’occasione di riflessione pedagogica contribuisce a costruire una consapevolezza che aiuta a soddisfare i bisogni più intimi dell’uomo e a farlo sentire meno solo.

 

1.3. La necessaria integrazione tra saperi

La psicanalisi e la pedagogia partono entrambe dal presupposto di dover considerare ogni individuo come un essere unico e irripetibile. Sono discipline accomunate da una intenzionalità pratica ed entrambe pongono al loro centro la valorizzazione dell’individuo. Nei contesti educativi l’educatore si relaziona spesso con chi soffre, tuttavia i problemi di disagio sono comunemente demandati a professionisti di formazione psicologica. L’incontro tra figure con professionalità diverse non avviene dunque su un piano completamente paritario.

L’individuo moderno si trova sempre più solo e sempre meno in grado di affrontare situazioni dolorose. Una forma di malessere “sociale” che poi si ripercuote come un’onda d’urto sulle relazioni che l’adulto instaura con i bambini. Ecco allora che la morte e il lutto diventano sia per gli adulti che per i bambini processi difficili, affrontati affannosamente senza gli strumenti più adeguati. Siamo allora così sicuri che situazioni personali di sofferenza siano solo di competenza della psicologia?

Eventi gravi come la morte di una persona cara e l’elaborazione del lutto che ne derivano impongono sempre un cambiamento. L’educazione assume un compito ermeneutico nei confronti degli eventi della vita, accompagna nelle trasformazioni che creano più spaesamento, e pensando a delle strategie per interpretare i cambiamenti fornisce spazi per l’elaborazione. Quello che si auspica è, quindi, sempre una maggiore integrazione tra il sapere psicologico e quello pedagogico anche a livello pratico.

C’è una sorta di silenzio pedagogico che desta preoccupazione attorno ai temi della morte e del lutto. Forse i motivi sono duplici. Da un lato la pedagogia risente dell’occultamento della morte che la società moderna mette costantemente in atto, la morte è diventata impronunciabile, tutto verte alla ricerca della bellezza e dell’onnipotenza. Dall’altro la pedagogia tradisce una sorta di timidezza nell’affrontare il dolore della perdita di fronte a discipline storicamente votate al trattamento dei momenti di crisi.

Se vogliamo intendere il lutto come “sforzo culturale” dove il singolo e il gruppo collaborano insieme per integrare la morte nella vita, la pedagogia si deve assumere la sua parte di responsabilità educativa nella gestione di questa fase così delicata. Quello della morte è un tema molto complesso e come tale richiede una prospettiva che faccia dialogare i vari saperi coinvolti, avendo come substrato sempre presente l’evoluzione dei comportamenti sociali nell’affrontare eventi e tematiche come la morte e il lutto.

 

1.4.Educarsi al “limite”

La morte e il lutto sono temi spinosi e difficili da presentare in una prospettiva pedagogica ed educativa. L’Educazione si fonda su un’istanza migliorativa, è un processo infinito che guida l’uomo verso un costante miglioramento di sé. La spinta utopica è l’elemento caratterizzante di qualsiasi azione educativa. Siamo dentro ad una disciplina che riconosce nel futuro la dimensione privilegiata del suo agire.

Attraverso il percorso educativo l’uomo è chiamato a definirsi, a dotarsi di una forma propria, quindi a differenziarsi e a tracciare dei confini. Confrontarsi con il “limite” è l’elemento intrinseco di ogni processo identificativo che l’educazione è votata a compiere. Trattare la morte come argomento di educazione pone paure e disagio. L’argomento morte rappresenta un buco nero del nostro sistema educativo, un buco dove rischiamo di precipitare noi e gli altri. L’adulto deve educare ed educarsi alla morte. Il problema educativo di salvaguardare chi cresce è strettamente connesso a quello di mantenere l’equilibrio dell’adulto, quindi di conseguenza accade che il bisogno dell’adulto prevalga su quello del bambino. Se si è educato alla rimozione, l’adulto tenderà ad escludere il tema della morte dalla sua azione educativa.

Accettare la morte come limite naturale dell’esistenza aiuta a valorizzare maggiormente la vita. Educare alla morte aiuta a divenire più coscienti della propria esistenza, un’esistenza che accetta la gioia ma anche il dolore e la perdita, ma senza perdere la speranza di desiderare che oltre la vita possa esserci qualcosa di buono.

Oggi il modello sociale che prevale è quello della eterna giovinezza e salute, dove non c’è spazio per il dolore e la sofferenza. La medicina e la tecnologia ci regalano l’illusione dell’immortalità, quindi educare alla morte resta “controtendenza”.

La vita è un viaggio che comprende la vulnerabilità degli attaccamenti e le separazioni. Per acquisire consapevolezza della propria esistenza occorre passare attraverso l’accettazione di un limite: la finitezza della vita.  Il fine della vita non rende la vita priva di senso. Ecco allora che la vita acquisterebbe più senso se riuscissimo a vedere la morte come il concludersi “naturale” della nostra esistenza terrena. Una pedagogia della morte aiuta a celebrare la vita senza negare la paura della morte. Aiuta a contattare la propria pace interiore.

Oggi è la medicina a dare speranze di immortalità e conforto. Questa egemonia della scienza e della tecnica è constatabile tutti i giorni, a partire dai piccoli gesti su come si affrontano i piccoli problemi della quotidianità. Dare l’aspirinetta ai bambini risolve subito (o almeno così si vuole credere) qualsiasi disagio, non sempre fisico, che i piccoli manifestano. In questi atteggiamenti emerge purtroppo che il corpo e l’anima, in questo momento storico, parlano un linguaggio tecnico decifrabile solo dalla medicina. Già partendo da questi simbolici gesti di pubblico dominio è possibile rintracciare una sorte di “diseducazione alla morte”, l’idea di considerare innaturale la condizione di mortalità e di malattia. Un’azione educativa adeguata non dovrebbe trascurare di mettere in evidenza che il sapere medico e tecnico-scientifico hanno anch’essi dei limiti, limiti che le istituzioni spesso trascurano. Tacere questi limiti è fortemente diseducativo e alimenta nell’individuo false verità.

In sostanza oggi si delega alla scienza e alla tecnologia tematiche che stanno perdendo una necessaria componente spirituale e culturale, dove per cultura si vuole intendere non l’accezione che la vede patrimonio di dotti, ma un’accezione più ampia. Quella che codifica gli elementi portanti della ritualità e della mitologia del quotidiano trasformandoli in narrazioni con una forte valenza identificativa, e che sono una risorsa per il singolo, per la sua integrazione con il reale, e per la collettività intera.

 

 

CAPITOLO 2 “ LA COMPRENSIONE DELLA MORTE NEL BAMBINO”

 

2.1.La morte solo mostrata

Oggi si tende sempre più a tenere lontani i bambini dalla morte e dai rituali connessi alla morte. Anche nella cultura scolastica è presente questo fenomeno. Nei libri di testo d’inizio novecento la morte di esseri umani o di animali era presente frequentemente, mentre i testi scolastici attuali non fanno alcun riferimento alla morte.

La morte viene mostrata attraverso la televisione, quindi rappresenta un’esperienza che si colloca altrove. La nostra società tende ad allontanare l’idea della morte, e lo fa esorcizzandola attraverso i media, in un modo talmente spettacolarizzato da apparire come una finzione. Spesso la morte fa spettacolo: ci vengono fatte vedere morti impersonali, come violenze e stragi. Certamente ne proviamo una commozione e partecipazione “corale”, un comune sentire o meglio “non sentire”. Ma si tratta della morte di altri, lontani da noi, che non ci costringono ad un vero faccia a faccia con la morte. La morte spettacolarizzata non ha niente di misterioso e di sacro. A questa morte è tolta ogni forma di pietas. Quelle che vediamo scorrere sono morti anonime, che ci toccano poco. Il tema morte fa presto a scomparire anche dai nostri orizzonti, la rimuoviamo continuamente dal nostro piano esistenziale. La spettacolarizzazione della morte rinforza i nostri meccanismi di negazione e allontanamento. Il nostro essere spettatori, fruitori della notizia, ci garantisce dalla morte. La finzione non conduce a intensificare il senso di realtà, ma genera solo indifferenza proprio per la sua modalità di fruizione.

La morte viene spettacolarizzata sia nei telegiornali che nei videogiochi: per i bambini che la conoscono attraverso questa modalità, appare come qualcosa di lontano, una finzione, un evento da evitare semplicemente cambiando canale. La morte spettacolarizzata è una visione spersonalizzata, dove manca l’incontro con le emozioni dell’adulto di riferimento che sta accanto al piccolo. Molto spesso accade la situazione paradossale che il bambino viene tenuto lontano dalla morte reale, ma viene poi lasciato solo davanti alla tv, oppure anche se l’adulto è presente manca il commento, attraverso cui l’emozione passa e viene elaborata. Se le emozioni non vengono verbalizzate dall’adulto, il bambino che vede le immagini e che ne viene colpito, non vedendo nell’adulto nessuna espressione emotiva, porterà con sé un nodo emotivo irrisolto. Apparentemente il bambino potrà resterà indifferente di fronte ad immagini forti, ma in realtà metterà in atto una sorta di difesa in quanto non riesce a reggere quelle immagini e ad elaborare l’esperienza. In questo modo il bambino proverà ansia e confusione, che in seguito esprimerà con reazioni esplosive prive di cause scatenanti o con chiusure. Da tutto ciò, l’importanza della figura adulta nel filtrare le immagini attraverso il rapporto personale e la condivisione.

Oggi ciò che manca ai bambini è un rapporto diretto con la morte e condiviso. In passato la morte e il lutto erano un’esperienza socializzata. I bambini venivano coinvolti al pari degli adulti nel rapporto diretto con la morte: il morto era in casa e si partecipava tutti al funerale. Questo consentiva ai bambini di incontrare insieme sia il morto che le emozioni degli adulti. Il lutto rafforzava i legami parentali e amicali. Oggi invece si sottolinea solo l’aspetto doloroso del lutto, e quindi gli adulti tendono a “proteggere” i bambini in modo eccessivo. Nella società attuale è necessario ridare alla morte il suo spazio all’interno della famiglia.

 

 

2.2.La morte non partecipata

Il bambino oggi è dunque escluso dalla morte e dai rituali legati alla morte.

Un tempo la familiarità con la morte era ampiamente diffusa per ragioni demografiche (alta natalità, alta mortalità e bassa aspettativa di vita) e sociali ( elevata violenza, scarsità di igiene e cure), l’uomo viveva costantemente attento a intercettare le premonizioni di morte naturali e sovrannaturali, era quindi più intimamente preparato all’evento. Il morente era circondato da una comunità numerosa e partecipante, costituita da familiari, amici, conoscenti, e naturalmente anche dai bambini.  Dopo la morte i familiari trovavano conforto nell’aderire ad un rituale condiviso ed emozionalmente partecipato. Questo era l’atteggiamento comune che fino ai primi del novecento si osservava nel mondo occidentale.

Col passare del tempo, ciò che prima era considerato normale come la familiarità del bambino con la morte diventa anormale.

Il bambino vive in una rete di relazioni e dovrebbe quindi partecipare a tutti i rituali familiari e sociali, senza esserne escluso. Crescere è un processo individuale che affonda le radici nella vita comune. Non permettere al bambino di partecipare ai rituali funebri lo esclude da un normale processo di condivisione affettiva con la famiglia, e spezza la relazione con la persona scomparsa poiché non la si può salutare. E’ importante rendere partecipi i bambini con semplici coinvolgimenti, come preparare dei fiori o un bigliettino di saluto. In questo modo il saluto alla persona cara si carica di forte significato simbolico, è come un rito di passaggio che aiuta ad accettare maggiormente la separazione. Se allontaniamo il bambino dalla famiglia e dal dolore dei propri casi, gli trasmettiamo il messaggio che la morte sia una cosa finta, e non gli permettiamo di vivere l’esperienza di una situazione reale. Ritornare a casa dopo un funerale e non trovare più la persona cara causa smarrimento: il bambino non capirà come mai una persona che gli voleva tanto bene se ne sia andata senza salutarlo. Questa esclusione non permette al bambino di capire e di manifestare appieno le proprie emozioni.

 

2.3.Le tappe evolutive dei bambini sulla comprensione della morte

La psicologia scientifica [4] rileva che nel bambino la coscienza di morte si organizza intorno a due poli esperenziali:

-                     come percepire l’assenza dell’oggetto di riferimento parentale, con quali emozioni e vissuti e come sperimentare la sua lontananza;

-                     come integrare il perdurare dell’assenza, recuperando l’integrazione dell’esperienza di sé.

Benché si parta dal presupposto che lo sviluppo della conoscenza della morte nel bambino risente anche delle specificità individuali cognitive-comportamentali e dal substrato affettivo e culturale in cui è inserito, vi sono varie tappe di sviluppo in cui i piccoli sono in grado di comprendere cose diverse e di cui occorre tenere conto. Questa impostazione della psicologia scientifica si basa sostanzialmente sul presupposto che l’uomo tragga le sue peculiarità dall’evoluzione biologica e che quindi si possano studiare con metodo positivo, portando a standardizzare e ad analizzare statisticamente.

In letteratura si distinguono diverse fasi:

-          Fino ai 2 anni di età il bambino è molto attento ai legami affettivi. Se le separazioni e le perdite durano poco, essendo il bambino in una fase di onnipotenza, il legame può essere ripristinato rapidamente. In questi casi, il trauma rimane, ma a livello cosciente la perdita non è rappresentata. Il bambino non è in grado di concepire mentalmente la morte, ma quello che sente è la perdita del legame affettivo vissuto con continuità delle sensazioni e dei propri vissuti. Le sue reazioni sono dovute più alla perdita del legame di attaccamento, che non alla perdita dell’oggetto in sé. Davanti ad una perdita definitiva, il bambino sperimenterà la perdita di parti del proprio sé collegate alle sensazioni di sé unito all’oggetto. La voce, l’odore, il modo di essere tenuto in braccio lasciano tracce emotivo-sensoriali e l’interruzione del legame causa una forma di fragilità che continuerà a persistere anche durante la fase adolescenziale e l’età adulta. Liebermann e colleghe (2007) affermano che: “Quando un genitore muore, il bambino perde il senso di sicurezza generato dell’interazione che aveva con lui e frutto degli interventi protettivi e di cura del genitore”. Campione[5], in posizione di critica, sostiene che perdere un genitore non consiste in una generica perdita di un modello per il senso di sé, bensì di una “perdita educativa”, cioè la perdita di un “particolare” modello educativo. In questo senso, la perdita ad esempio di un pessimo modello educativo potrebbe essere seguita dall’acquisizione di un nuovo modello educativo più adeguato: in questo caso la perdita di un genitore non sarebbe così tragica per lo sviluppo del senso di sé, e rispetto all’educazione alla morte che ne deriva. Questa asserzione è suffragata dall’osservazione clinica: ci sono bambini che alla scomparsa di un genitore stanno meglio di prima, purché il genitore superstite (o la famiglia adottiva) sia più adeguato dal punto di vista educativo. Secondo questo filone di studi è importante superare il pregiudizio positivo sulla funzione genitoriale che la psicologia scientifica contribuisce talvolta ad alimentare.

-          Dai 3 ai 5 anni: intorno ai tre anni i bambini cominciano ad avere una forte consapevolezza di sé, dei propri limiti e capacità e quindi anche della possibilità di soffrire per una perdita importante. In questa fase inizia una prima comprensione della perdita, intesa come separazione-allontanamento. La paura di perdere l’amore del genitore domina maggiormente negli anni prescolari, cioè quando i bambini cominciano a raggiungere la costanza dell’oggetto e ad integrare sentimenti positivi e negativi verso le persone amate. Questi sono gli anni in cui il bambino inizia ad interiorizzare le regole degli adulti su ciò che è giusto o sbagliato e a porre le basi per una coscienza morale. I bambini verso i quattro anni iniziano a capire che la morte è universale e può accadere a se stessi o agli altri, ma la sua causa appare non solo biologica e naturale, ma anche magica. E’ la fase della rappresentazione mitico-magica della morte, considerata come temporanea e reversibile. I bambini non ne comprendono ancora l’irreversibilità. Vedono la morte come una partenza momentanea e pensano che la persona tornerà. Sono generalmente abituati a guardare cartoni animati in cui i loro eroi preferiti cadono in un burrone o scoppiano ma poi ricompaiono e danno vita a nuove avventure. Alla scuola materna quando il bambino gioca si può notare che fa “morire” i suoi compagni facendoli cadere a terra, ma poi li rimette in piedi e il gioco continua. La morte è come dormire, ma poi ti svegli: non è un evento senza ritorno. Il bambino sperimenta alcuni aspetti di ciò che considera come “morte” quando la mamma e il papà vanno al lavoro, quando lo lasciano alla scuola d’infanzia, oppure quando gioca al ‘ cucù sette-te” (il nome inglese di questo gioco peek-a-boo verrebbe proprio da un termine antico che significa vivo o morto). Di fronte ad una morte reale, il bambino resta confuso poiché non comprende del tutto ciò che sta accadendo, quindi ha bisogno di molta rassicurazione e sicurezza.

 

-          Dai 6 ai 10 anni i bambini mostrano di avere un’idea più realistica della morte, ma non sono ancora in grado di capire e riconoscere le loro emozioni. Inizialmente la morte è vista ancora come un fenomeno che si protrae nel tempo ma non definitivo. Poi piano piano si attua il passaggio che conduce a considerare la morte come evento definitivo e irreversibile.

In questa fase la consapevolezza della morte evolve verso una comprensione più concreta. E’ lo stadio del realismo infantile, delle rappresentazioni concrete: la cessazione delle funzioni vitali, il cadavere, lo scheletro. La persona che muore non può più muoversi, parlare, respirare e questi elementi causano paure e angosce concrete. La morte è reale, ma solo per gli altri, in particolare per gli anziani. Dai dieci anni i bambini entrano nella fase delle angosce esistenziali e questo porta ad una simbolizzazione della morte: certi bambini hanno la tendenza ad attribuire alla morte connotati fisici o ad immaginarla sottoforma di persona o di spirito. Ecco allora che la morte diventa uno scheletro, un fantasma che gira di notte. I bambini di questa età hanno più probabilità di affrontare meglio la problematica della morte quando ricevono delle informazioni semplici e precise. Spesso hanno difficoltà ad esprimere e gestire le proprie emozioni, come accade anche all’adulto.

-          Dai 10 anni in poi è probabile che i ragazzini si siano formati un concetto sempre più realistico della morte sulla base di osservazioni biologiche. La morte cessa di avere una connotazione fisica, essa rappresenta un concetto che si esprime nella fine della vita del corpo. E’ la fine dell’esistenza che capita a tutti, animali, uomini e vegetali. La morte è angosciante e spaventosa poiché rappresenta l’impossibilità degli organi di funzionare. Quindi all’idea magica della morte dalla quale si può ritornare alla vita, si sostituisce un concetto definitivo che crea angoscia e fa paura. In un periodo come questo dove i ragazzi sono alla ricerca di una identità e di una filosofia della vita, questa visione della morte può accompagnarsi ad una sensazione di fragilità.

 


 

2.4.Un approccio critico verso l’educazione scientifica alla morte

Per la moderna psicologia dell’età evolutiva (Lieberman et al.2007) educazione alla morte consiste nel favorire uno sviluppo corretto della mente, affinché il bambino acquisisca le capacità che sono necessarie per elaborare in modo consapevole la morte. Secondo questa logica educativa per aiutare i bambini a capire cosa sia la morte e a padroneggiarne i sentimenti, è necessario stabilire come evolve la concezione della morte in relazione al grado di sviluppo intellettuale ed emotivo raggiunto. Questo consentirà all’adulto di interpretare le domande che il bambino pone e di fornire risposte adeguate al livello evolutivo raggiunto, in modo da favorire il normale procedere del suo sviluppo. Per questa psicologia scientifica l’educazione alla morte si basa su un concetto di morte come fatto irreversibile, biologico e naturale. Se muore una figura importante come un genitore bisogna dire al bambino che il genitore morto non sarà mai più con lui, questa comunicazione avrebbe il senso di sostenere il senso di realtà del bambino e non fare scattare meccanismi di diniego della realtà.

Davanti a questa comunicazione, come fa notare Campione (2012), occorre valutare l’età del bambino: se il bambino è ancora molto piccolo e non ha acquisito il senso di permanenza del tempo e dell’irreversibilità della morte lo si forza ad essere più maturo di quanto possa essere. Non si può essere certi che il bambino abbia realmente compreso, quindi occorrerà aspettare le sue risposte per sapere cosa si è riusciti a comunicargli davvero.

L’irreversibilità della morte porta spesso come corollario che occorre rinunciare ai desideri impossibili. Si tende così a dire al bambino che il genitore non può tornare, affinché possa prendere atto della realtà dei fatti e impedire che il processo del lutto rimanga in sospeso (come quando si trova il cadavere e la famiglia continua a sperare che sia in vita). Al contrario si può educare il piccolo a non confondere fatti e desideri, ma a farli convivere: nella vita si può desiderare ciò che si desidera anche quando non lo si può ottenere. Si può educare il bambino a pensare che un desiderio impossibile non è una cosa negativa che porta necessariamente a stare male o a negare la realtà per convincersi che è realizzabile.

Davanti alla morte di un genitore è giusto rassicurare il piccolo che non è solo e che ci sarà qualcuno che si prenderà cura di lui, però si deve fare attenzione perché questa rassicurazione unitamente al concetto di irreversibilità della morte di cui sopra, può apparire al bambino come un invito a “sostituire” la persona scomparsa con una nuova figura, ignorando il legame che si era creato. In alternativa l’educatore può trovare un modo affinché questo non accada: coltivando il ricordo oppure pensandola in qualche luogo interiore “dentro il cuore” o in un luogo esterno come “un aldilà”.

I bambini tendono in genere a considerare gli adulti come onnipotenti, quindi davanti ad una morte volontaria come un suicidio si dovrebbe dire al bambino che il genitore non voleva morire, ma che la morte è un fatto naturale. Questa linea educativa non ammette a priori la possibilità di inserire l’elemento della volontà soggettiva nella decisione di vivere o di morire. Occorre interrogarsi se non sia invece auspicabile prendere in considerazione anche l’ipotesi di educare a considerare l’intenzionalità come elemento che ci appartiene. In verità la vita e la morte non sono fatti naturali sempre indipendenti dalle intenzioni umane.

La prospettiva educativa di partenza, inoltre, non sembra rendere adeguatamente conto che le domande dei bambini e le spiegazioni che essi danno in seguito alla morte non riflettono solo il loro livello di sviluppo, ma anche l’educazione che hanno ricevuto fino a quel momento. Questo elemento viene trascurato.

Spesso i bambini che perdono un genitore si sentono in colpa e credono che il genitore sia morto perché sono stati cattivi. La conclusione a cui giungono questi bambini è prevedibile qualora, come spesso accade, il bambino sia stato educato a comportarsi bene per ottenere la presenza del genitore (“se fai il bravo, la mamma ti porta alle giostre”). Il bambino ha interiorizzato un nesso tra i suoi comportamenti positivi o negativi e l’esserci o non esserci dei genitori. Qualora il bambino sia colpito da una perdita e nel suo grado di sviluppo non abbia ancora acquisito la consapevolezza che la morte ha sempre una causa biologica e naturale, è probabile che incolpi se stesso della morte ( “la mamma è morta perché non mi sono comportato bene”). A questo punto se l’adulto vorrà procedere con il medesimo stile educativo cercherà di dimostrare al bambino che non è stato cattivo, oppure potrà cogliere l’occasione per modificare il proprio stile educativo cercando di fare capire al bambino che le cose brutte possono capitare anche quando non ci si comporta bene.

La colpa è una reazione molto comune nei bambini che hanno subito la perdita di una persona cara. Certamente si tratta di un’ emozioni che va espressa, ma può anche rappresentare l’occasione per educare il bambino ad affrontarla. Se ci si limita a dire che bisogna rassicurare il bambino dicendogli che non ha colpe, forse si rischia di educarlo all’irresponsabilità. Al contrario, partire dal sentimento di colpa che si sente per la morte di un genitore può essere l’inizio di un percorso educativo che insegni al bambino ad assumersi gradatamente il peso delle proprie responsabilità.

Secondo la prospettiva educativa della psicologia scientifica i sentimenti di paura e angoscia che il bambino prova dinnanzi alla morte devono essere presi in seria considerazione dall’adulto, il quale non dovrebbe sminuirne la portata ma solo intervenire con azioni protettive. Questa impostazione  trascura il fatto che minimizzare la paure aiuta, invece, a renderle più superabili.

 

2.5.Parlare al bambino della morte

Il mondo degli adulti tende quasi sempre ad allontanare la morte dal “pianeta” dell’infanzia, nella convinzione che ciò possa proteggere i bambini e garantirgli una armoniosa crescita psicologica. Purtroppo la maggior parte degli adulti, nell’illusione di proteggere il bambino lo escludono dalla malattia e dalla morte, non condividono con lui la progressione di una malattia, le visite in ospedale e non lo fanno partecipare ai riti funerari. Se gli adulti agiscono con queste modalità, il bambino percepisce che sta avvenendo qualcosa di importante ma non riesce a coglierne il senso. In questi casi è possibile che il bambino esprima il suo disagio attraverso dei comportamenti anomali, come senso di agitazione diffusa, ansia, risvegli notturni, paura. Molti studiosi hanno inoltre evidenziato come questo atteggiamento generi in complesso un enorme senso di solitudine nel bambino. L’adulto dovrebbe occuparsi di fornire al bambino strumenti e abilità cognitive che gli permettano di integrare il concetto di morte: per fare questo occorre partire dalla comunicazione. La famiglia, ma anche gli educatori, dovrebbero assumere un atteggiamento sincero e spiegare al piccolo, con parole adatte al suo livello di comprensione, cosa sta accadendo o cosa è già accaduto. Ogni bambino, come ogni adulto, ha bisogno di ricevere risposte soddisfacenti per esprimere e gestire il suo dolore, trovando accanto a sé adulti che sappiano condividere e sostenere il suo bisogno di conoscenza.

L’età migliore per parlare al bambino è quella in cui egli pone di propria iniziativa delle domande. E quando la domanda arriva, anche la risposta deve arrivare. Sarà ovviamente diversa, a seconda di un insieme di fattori: prima di tutto l’età, ma anche la maturità affettiva raggiunta, la sua sensibilità, la profondità del legame con la persona scomparsa. Non è possibile una risposta standardizzata che vada bene per tutti, ma è giusto adattare la conversazione alle reali capacità di comprensione del bambino.

Tra i bambini della stessa età può esserci una differenza enorme in termini di comportamento e di sviluppo cognitivo: alcuni mostrano maturità e stabilità anche di fronte ad una tragedia, altri sembrano infantili rispetto agli anni che hanno. E’ comunque bene ricordare che spesso l’apparenza inganna, e che il bambino che sembra più sereno può essere in realtà proprio quello più sconvolto interiormente. Può accadere che il bambino voglia sfuggire all’argomento morte, in tali casi è sconsigliabile continuare e forzare. Ci saranno altre occasioni che potranno incuriosirlo, abbiamo detto che la stimolazione dei mezzi d’informazione è quotidiana, quindi è praticamente impossibile che i piccoli non pongano domande.

Argomenti difficili come questo della morte, è auspicabile che vengano affrontati in momenti di serenità e gradatamente, in modo da dare al bambino il tempo di assimilare i concetti e di gestire l’angoscia legata all’ipotesi della morte propria o dei genitori. Dialogando col bambino in momenti di serenità, cioè quando non ci sono emergenze familiari, il piccolo può esternare la propria angoscia di separazione, accettando il concetto di morte come evento non augurabile ma inevitabile. Tutto questo è difficile da fare se la persona cara è già scomparsa. Nelle situazioni di emergenza è sicuramente difficile per l’adulto riuscire a mantenere serenità e infondere sicurezza, rispettare i tempi giusti: la morte è un evento doloroso che tocca profondamente anche il mondo dei grandi. Tuttavia, nonostante le difficoltà che l’adulto può incontrare dal proprio dolore personale, l’atteggiamento generale dell’adulto resta di importanza determinante per il buon esito di questo delicato processo: egli non dovrebbe mostrare troppa ansia e le risposte che fornisce dovrebbero essere chiare ed esposte con calma interiore ed esteriore, in un contesto contenitivo. Così facendo il bambino accoglierà le spiegazioni date e le integrerà con maggiore serenità.

Conviene sempre dare spiegazioni che il bambino possa comprendere, in base al grado di sviluppo raggiunto. La morte fa parte della vita e non ci è possibile preservare i piccoli dal forte impatto con questo concetto. Perciò se i bambini non vengono preparati in modo verosimile e graduale, è possibile che si scontrino con questo evento in modo più traumatico. Spesso i bambini fanno domande per mettere alla prova gli adulti. Per evitare malintesi, dunque, prima di rispondere occorre esplorare quale sequenza di pensieri ha portato il bambino a fare la domanda.

La morte può verificarsi in ogni momento, indipendentemente dall’età anagrafica. Solitamente si muore quando si è anziani, come conclusione naturale della vita, ma non sempre è così. E’ quindi preferibile non dire al bambino che si muore solo in età anziana. Dicendo al bambino che ogni tanto, di rado, può capitare qualcosa di diverso, non si nega un evento e contemporaneamente lo si sdrammatizza definendolo molto raro. Questo serve a rassicurare il bambino sul fatto che a lui questo evento non succederà. Bisogna tenere presente che non esistono spiegazioni che rassicurino completamente. Se ad esempio è morto un bambino, il piccolo può manifestare ansia e pensare che la stessa cosa succederà anche a lui. Possiamo provare a rassicurarlo dicendo che lui è sano e forte e quindi può vivere ancora tanti anni. Sussisterà sempre la possibilità che il bambino non si rassicuri completamente, ma questo è da ritenersi normale: la morte è un evento drammatico e non si può farla diventare un bell’evento. Una dose contenuta di ansia e di perplessità di fronte alla morte e in generale ai dolori della vita, consente al bambino di sperimentare a piccole dosi il dolore e di attrezzarsi per fare fronte alle frustrazioni che l’esistenza inevitabilmente ci mette davanti. In questo modo diventerà occasione di rinforzo e di crescita.

E’ buona cosa evitare di paragonare la morte al sonno, cosa che comunemente gli adulti fanno, perché questo potrebbe fare insorgere delle angosce legate al momento dell’addormentarsi. Occorre dire al bambino la verità, cioè che la persona cara non tornerà fisicamente, si potrà aggiungere che essa continuerà ad essere presente nel cuore attraverso i ricordi e i sentimenti che si continueranno a provare.

In generale non c’è nessun bisogno di “evitare” la parola morte, è un paradosso: i bambini sentono sempre questa parola, praticamente ogni giorno se si accede la televisione. Un bambino capirà molto più rapidamente un’affermazione chiara e schietta, piuttosto che termini evasivi che alludano all’andarsene “partire per un viaggio” o al dormire, che sono preludio per malintesi e fantasie.

Talvolta i bambini stabiliscono un legame univoco tra morte-malattia/ospedale. Spesso capita di perdere una persona cara perché ammalata. Il bambino può facilmente arrivare alla conclusione che se ci si ammala di influenza o se deve affrontare un piccolo intervento chirurgico, si potrà morirne. Confrontandosi con idee di questo tipo, è utile fare una distinzione tra le malattie gravi e quelle non gravi, poiché il bambino può essere terrorizzato di morire se la malattia gli ha già tolto una persona cara. I bambini in questi casi vanno molto rassicurati che la loro salute è buona e che non c’è motivo di temere la morte.

La morte è un evento che accomuna tutti gli esseri viventi, umani ed animali. I bambini molto spesso si legano affettivamente ai propri animali domestici, considerati oggetto di coccole e veri compagni di gioco. Per un bambino ancora piccolo non è semplice capire la differenza tra la morte di un animale e quella di una persona, specie con riguardo al commiato. Alcuni bambini chiedono ad esempio ai genitori di fare il funerale ai propri animali. Se la sensibilità dei genitori consente il rispetto della sensibilità e delle esigenze del piccolo, sapranno trovare una risposta adeguata. Non essendo possibile eseguire un vero funerale, si può comunque organizzare un rituale di saluto, piantando un fiore sulla sepoltura.

Controverso in dottrina l’utilizzo delle metafore. Alcuni (Lieberman et al. 2007) ritengono che è preferibile non usare delle metafore che possano alimentare nel bambino l’errata convinzione che la morte sia reversibile, causando confusione. Il pensiero infantile infatti è caratterizzato da una ricca attività fantastica, che in mancanza di un confronto con la realtà, viene sollecitata a creare scenari diversi dalla realtà stessa. Quindi dire al bambino che i morti “riposano per sempre” o che “vanno in un posto lontano” potrebbe essere fonte di confusione. Un altro filone di studi (Campione 2012) il problema non sta tanto nell’uso di analogie o metafore che per il bambino possono essere comunque concrete, ma dal fatto che quel “per sempre” equivale a dire che con la morte non si torna più, che è la spiegazione che la psicologia scientifica utilizza quando spiega la morte. L’utilizzo o no di metafore dipende quindi dalla scelta educativa che si vuole fare: se si intende educare il bambino ad usare la fantasia e fornire un approccio che tenda ad alleggerire i sentimenti gravi che la morte provoca si utilizzeranno delle metafore (dire che “una persona riposa” è meno brutto che dire “è morta”), oppure non si utilizzeranno se si vuole educare ad un approccio più realistico e ad affrontare i sentimenti nella crudità in cui si presentano.

L’adulto deve avere la consapevolezza che non esistono risposte completamente esaurienti e definitive: la morte resta sempre un grande mistero e quindi va anche bene ammettere di non avere “tutte” le risposte. Inoltre non esiste una procedura in grado di confortare tutti: il dolore e la ripresa non seguono una tabella predefinita.

Alcune persone elaborano la perdita e la sofferenza in tempi brevi e altre faticano maggiormente: l’ importante è che ad un certo punto si riesca ad andare avanti e ad apprezzare il senso della vita.

 

 

 

CAPITOLO 3 “ SULL’ELABORAZIONE DEL LUTTO”

 

3.1.Dal “ lutto originario” ai lutti esistenziali

In molti miti di antiche culture e in molte religioni si parla di una ancestrale separazione dell’uomo da una unità originaria. Platone nel suo Simposio[6] parla del mito dell’androgino, antenato mostruoso dell’uomo. Questo essere ibrido viene diviso in due da Zeus e cerca incessantemente la sua metà perduta. L’androgino può essere considerato una rappresentazione metaforica del ventre materno durante la gravidanza, trasposizione di un senso di unità con il Tutto. La nascita rappresenta il distacco da questo oceanico senso di comunione e il suo ricordo resterà sempre impresso in qualche luogo dell’interiorità. Di conseguenza, tutte le separazioni e le perdite che l’individuo dovrà affrontare nel corso della vita porteranno inconsciamente con sé il ricordo di questo “lutto originario”.

Il processo del lutto non riguarda quindi solamente l’esperienza della morte altrui, ma comprende diverse esperienze di separazione che si devono affrontare nel corso dell’esistenza. Tutti i momenti di passaggio da un’età all’altra della vita implicano dei processi di elaborazione di natura luttuosa, che devono essere sostenuti da una mediazione sociale e culturale. La nascita stessa dell’individuo è l’inizio del processo di separazione: il bambino esce da uno stato di unione completa con un altro essere. E’ in seguito al susseguirsi di esperienze di soddisfazione e di frustrazione, di separazione e di ricomposizione che il bambino comincia a prendere consapevolezza di esistere come entità separata dalla madre. All’inizio questo processo di separazione-individuazione avviene all’interno della relazione diadica con la madre, poi progressivamente si allarga fino a ricomprendere il mondo esterno. Separarsi emotivamente e fisicamente è un processo di maturazione progressiva, dove la cura primaria svolge un ruolo decisivo. La fiducia che il bambino ripone nella madre e poi negli altri rende pian piano possibile la distinzione tra il Sé e l’Altro.

Seguendo la teoria winnicottiana[7] degli oggetti transizionali si può individuare una relazione tra la cura primaria e la cultura, poiché entrambe hanno la funzione di mediare la relazione io-mondo esterno. Quell’area intermedia (transizionale) sperimentata originariamente dal bambino attraverso il gioco si estende fino a comprendere il linguaggio e poi tutti i fenomeni culturali che favoriscono l’accesso ad una dimensione ludica e illusoria, che fanno da ponte tra mondo interno e mondo esterno. Di fronte ad una separazione grave, come è la morte di una persona cara, il soggetto si trova a dover sperimentare dei vissuti e delle dinamiche interne molto delicate, che un tempo la tradizione e il rito contribuivano a mediare, mentre oggi la dimensione sociale del lutto sta scomparendo.

Con elaborazione del lutto si intende il processo di riconoscimento e  successiva accettazione della perdita subita. Parlare di elaborazione significa fare riferimento alla durata di questo processo: si ritiene che il tempo necessario per riuscire ad interiorizzare la perdita subita sia intorno all’anno. Se al contrario lo stato depressivo si prolunga, esso viene considerato un fattore patologico della personalità. Naturalmente occorre tenere conto di importanti variabili che entrano in gioco nel processo di elaborazione e nei suoi tempi: il grado di parentela e di affettività con la persona perduta, la sua età, la rete sociale e amicale di sostegno, il tempo della preparazione (morte annunciata o morte improvvisa), la religiosità.

 

3.2.La perdita dell’oggetto amato

Con il venir meno dell’oggetto amato ci si sente morire con l’oggetto. Sant’Agostino descrive mirabilmente lo strazio provocato dalla morte di un caro amico “ Quel dolore avvolse nelle tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui spostavo lo sguardo era morte…mi stupivo che io vivessi se era morto colui del quale ero un altro se stesso…Io sentii che la mia anima e la sua erano state un’anima sola in due corpi….Mi portavo dentro un’anima dilaniata e sanguinante, insofferente di essere portata da me; e io non trovavo dove deporla. Tutto per lei era orrore, persino la luce del giorno…”(Agostino, Confessioni, libro IV, cap IV-VI).

Dietro l’inattività e il ritiro della persona, si svela un intenso e faticoso lavorio. Freud[8] parla di “lavoro del lutto”, intendendo quel processo energetico di trasformazione che la mente fa’ per sottrarre la libido ai suoi legami con l’oggetto perduto. L’essere umano in lutto appare svuotato e spento perché tutte le sue energie sono impegnate nello slegare tutta la libido da ciò che la legava all’oggetto perduto. E’ un lavoro che richiede del tempo. Inizialmente l’esistenza dell’oggetto perduto viene psichicamente prolungata, quindi vi è un rigetto della realtà. Tutti i ricordi e le aspettative che legavano la libido all’oggetto perduto vengono evocati e amplificati, fino a che non si compie il distacco. Quando il lavoro del lutto è finito, l’Io ritorna libero.

Freud non specifica come avvenga questo svincolamento, il lutto resta “un grande enigma”, eppure accade che dopo un certo periodo la libido si ritrova libera dal legame con l’oggetto perduto e pronta per nuovi investimenti affettivi.

Il modello di lavoro di lutto presentato da Freud, secondo cui il clou dell’intero processo consisterebbe nello scioglimento definitivo dei legami affettivi e relazionali con il defunto, è stato sottoposto a critica, poiché è in dubbio che il processo di lutto possa condurre ad un distacco definitivo. Del resto lo stesso Freud, riferendosi alla morte della figlia, sostiene che anche nel lavoro di un lutto riuscito resta sempre un qualcosa che non si lascia dimenticare, per perpetuare quell’amore che non si vuole abbandonare.

Si ritiene che il lutto non rappresenti solo un distacco da un rapporto con chi non c’è più, ma rappresenti un modo per continuare, anche dopo la morte, un diverso tipo di relazione. Secondo Melanie Klein[9], sin dai primi mesi di vita le esperienze di frustrazione e separazione sono fondamentali per la crescita psichica. Attraverso queste esperienza l’individuo sperimenta la propria capacità di riparazione. La perdita di una persona cara riattiva le primitive angosce di separazione. Il processo del lutto non si limita a ricollocare nel proprio interno l’oggetto amato perduto, ma rappresenta una delicata opera di trasformazione del proprio mondo interno. Partendo dal modello di Klein secondo cui l’esito positivo di un processo di lutto è la reintegrazione della persona perduta come una benefica presenza interna, il lutto può essere un’opportunità per mantenere vivo il dialogo interrotto. Ciò sarebbe possibile grazie ad un processo elaborativo all’interno del quale assume una funzione decisiva la memoria. Mantenere vivo in diverse forme il legame con la persona perduta, non è qualcosa che rallenta il processo luttuoso, ma è invece una modalità funzionale al superamento del dolore. Da questo punto di vista, il compito di chi aiuta la persona in lutto è finalizzato a sostenere la trasformazione del legame con chi è scomparso in qualcosa di diverso da prima ma di ugualmente significativo. Tutto questo agevola la elaborazione positiva del lutto, sottolineando il carattere trasformativo dell’esperienza della perdita.

Il lutto è un momento che nella vita si è costretti ad affrontare, quindi di per sé non presenta niente di patologico. Tuttavia, poiché costringe ad una profonda revisione di sé e dei propri legami con il mondo, rappresenta pur sempre un passaggio delicatissimo, dove il confine tra normalità e patologia resta comunque sottile. Non sempre l’elaborazione del lutto procede senza aggravanti. Questo processo secondo Freud può anche complicarsi in un lutto patologico, specie se è molto intensa l’ambivalenza amore/odio verso l’oggetto perduto. In questi casi può accadere che l’aggressività prenda il sopravvento e impedisca inconsciamente il distacco dall’oggetto amato, aprendo la strada ad una depressione di colpevolezza (se ci si sente in colpa e ci si rimprovera per la perdita) o ad una nevrosi ossessiva. Il lavoro del lutto può essere ancora più faticoso e portare allo sviluppo di una melanconia, qualora subentri un legame narcisistico con l’oggetto amato perduto, finendo per trascinarlo dentro di sé e identificandosi. In questo caso, l’oggetto con il quale ci si identifica diventa “cattivo”, poiché rappresenta la perdita di ciò che si aveva bisogno. Il melanconico si sente una nullità, un inetto, poiché vestendo gli abiti dell’oggetto perduto in realtà vuole colpire l’oggetto perduto. Con la melanconia viene meno l’interesse per il mondo esterno, la capacità di amare ancora, inibizione di ogni attività. Nel lutto il mondo diventa povero e vuoto, nella melanconia lo è l’Io stesso.

Al di fuori di questo quadro patologico che comprende un disturbo del sentimento del sé, il lutto normalmente presenta un quadro doloroso simile al lutto patologico. Perdita di interesse per il mondo esterno, perdita della capacità di scegliere un nuovo oggetto d’amore, poiché significherebbe sostituire la persona cara. Il lutto non lascia spazio ad altri interessi, il lutto assorbe l’Io. Davanti ai normali fenomeni psicologici e somatici che accompagnano il lutto, il rischio è quello di fare diventare “patologica” una situazione di normale sofferenza, dove gli interessi delle case farmaceutiche non giocano certo un ruolo secondario. Patologizzare sentimenti normali di tristezza e dolore impedisce di riconoscergli l’importante ruolo adattivo che racchiudono. Purtroppo alcune ricerche di settore stanno cercando di dimostrare l’efficacia di alcuni farmaci nel processo di lutto; la sofferenza sembra quindi destinata a rientrare in quella gestione farmacologica dei vissuti esistenziali che oggi va diffondendosi in modo pericoloso. In un’epoca di negazione del dolore e di frenetica ricerca di soluzioni immediate, la società richiede di ritornare presto a livelli di performance ottimali. Il lutto è considerato qualcosa che riguarda solo il singolo e che viene considerata una complicazione in termini di efficienza personale. Anche per questi motivi è importante pensare un approccio educativo che ridoni al lutto la sua dimensione di condizione umana che tocca la comunità intera, e che sappia suscitare un senso di responsabilità collettiva.

 

 

3.3.La biochimica dell’amore

Le radici degli attaccamenti primari si trovano in peculiari reazioni chimiche del corpo e del cervello. Quando esiste un attaccamento profondo tra l’adulto e il bambino, nei momenti di intimità che si sta vicini, si gioca insieme o ci si consola, le sostanze chimiche del cervello (ossitocina e  oppiacei) e gli ormoni del corpo procurano sensazioni di piacere e di calore. Le ricerche neurobiologiche dimostrano che gli animali e anche gli esseri umani preferiscono trascorrere del tempo con chi scatena in loro il rilascio di intensi flussi di queste sostanze. Se un bambino sperimenta interazioni gioiose con un genitore, il solo pensiero di quel genitore scatenerà in lui il rilascio di oppiacei: è anche a questo, oltre che alle implicazioni psico-affettive, che si spiega l’efficacia dell’oggetto transizionale, esso riporta il profumo e la morbidezza del corpo del genitore (coperta, giocattolo…). L’attivazione fisico-cerebrale di queste sostanze è regolare quando c’è appagamento, quando i bambini vivono interazioni amorose piacevoli con i genitori e quando vengono consolati. In questi casi vi è anche una riduzione del tasso di aggressività.

Se un bambino si separa da una persona amata, il livello di oppiacei e ossitocina cala drasticamente e prendono il sopravvento altre sostanze dolorose, come gli ormoni dello stress. Esiste in pratica una relazione tra l’ansia da separazione e la chimica cerebrale del dolore. Inoltre poiché gli oppiacei tendono a creare dipendenza, la perdita di una persona cara è dolorosa in quanto paragonabile ad una sorta di astinenza. Un adulto e un bambino che subiscono un lutto inevitabilmente soffrono. E’ un processo che coinvolge ogni essere umano a qualsiasi età. Non c’è modo di evitarlo, poiché il corpo umano è geneticamente programmato così.

Quando nella vita di un bambino non è presente una persona a cui lui possa rivolgersi per essere consolato, il calo degli oppiacei scatena il rilascio di sostanze opposte come l’acetilcolina che provocano reazioni di rabbia e aggressività. E’ importante che nella vita di un bambino che ha perso una persona cara sia presente una persona che dia conforto e consolazione; se questo non è possibile occorre intervenire per non rischiare che attitudini aggressive e violente divengano tratti permanenti del carattere. Il legame che esiste tra apparato del dolore, ansia da separazione e violenza è spesso ignorato da genitori ed educatori.

Se un genitore non è in grado di stabilire un buon contatto fisico con il bambino: cioè non lo coccola, non lo consola, non trova tempo per lui, la relazione emotiva che si instaura è debole, anche dal punto di vista biochimico. In questi casi dove il bambino non ha mai sperimentato con il genitore scomparso un rapporto di interazione profonda e di intimità, il piccolo non sperimenterà un dolore acuto. Spesso si accusano i bambini che vivono situazioni del genere di negare il proprio dolore: prima di giudicare bisogna domandarsi se il bambino ha effettivamente sperimentato e goduto una relazione di profondo attaccamento con il genitore tanto da soffrirne. Un legame di attaccamento profondo non si crea in modo automatico: occorre prendersi cura del bambino, accarezzarlo e consolarlo. Se mancano questi elementi, che a loro volta attivano adeguatamente le sostanze chimiche cerebrali, non si formerà un attaccamento forte. Di conseguenza il bambino davanti ad una perdita soffrirà poco, poiché non sente la mancanza di una cosa che conosce e che per lui ha un valore affettivo.

 

 

3.4.Il lutto infantile: le fasi

Nei bambini che si trovano a dover affrontare una situazione di lutto, i naturali processi che portano al distacco rischiano di svilupparsi troppo precocemente. Se non sono sostenuti in modo adeguato possono dare origine a chiusure emotive e intellettuali, che facilmente conducono ad un rischio patologico. Secondo Bowlby[10] perché un processo di lutto infantile possa essere portato ad un adeguato compimento è necessario che siano riscontrate alcune condizioni: un buon rapporto con la famiglia prima della morte, una persona fidata che si occupi del bambino dopo la morte, la rottura del silenzio che gli adulti adottano intorno all’evento, la possibilità di condividere il dolore. Il lutto nei bambini, come per l’adulto, viene elaborato in modi e tempi personali. Bowlby suddivide il lutto in quattro fasi.

1)      Fase dello shock e dell’incredulità:

vi è uno stato iniziale di incredulità e shock, che può essere associato ad un meccanismo di difesa di negazione “Non è possibile che sia successo”. E’ come se intervenisse una sorta di anestesia emotiva, che può essere interrotta da attacchi di angoscia e collera di estrema intensità. Si pensa a chi ci ha lasciato ma non se ne percepisce realmente l’abbandono definitivo. Si potrebbe quasi pensare che, quando il dolore è molto forte, l’assetto emotivo provi a difendersi staccandosi da quello cognitivo. Il rifiuto dell’accaduto non permette l’elaborazione del lutto, l’adulto deve quindi aiutare il bambino a comprendere ciò che è accaduto e fare emergere le emozioni. Questa fase può avere una durata molto variabile, e occorre considerare anche il tipo di perdita subita (genitore o altra persona).  In questa fase sono utili la lettura di fiabe e la visione di film o cartoni a tema.

2)      Fase di intenso dolore psichico e di ricerca della persona amata:

è una fase caratterizzata da dolore molto intenso e dalla ricerca della persona amata. Il bambino si dimostra disorientato e in collera per ciò che gli è accaduto. Compare un senso di agitazione e preoccupazione al pensiero della persona scomparsa, spesso in contemporanea alla sensazione del suo ritorno, che fa interpretare come indizi della sua presenza rumori o segni. Il bambino non accetta i cambiamenti che devono avvenire, manifesta rabbia verso chi gli sta vicino. E’ una fase lunga, che può durare mesi o anche anni, dove il bambino può anche arrivare a mostrare segni di depressione simili a quelli degli adulti. E’ impellente il bisogno di recuperare chi non c’è più. Manifestazioni di questa ricerca sono:

-          movimenti senza tregua ed esplorazione dell’ambiente;

-          pensare intensamente alla persona scomparsa e dirigere l’attenzione verso i luoghi in cui potrebbe trovarsi;

-          reclamare e cercare la persona comparsa;

-          scarsa concentrazione, distrazione e disinteresse verso ciò che gli viene mostrato;

-          disturbi del sonno caratterizzati da incubi notturni e paura di addormentarsi, enuresi;

-          manifestazioni psico-somatiche come psoriasi, balbuzie;

-          disturbi alimentari, scarso appetito o appetito eccessivo;

-          scarso rendimento scolastico, oppure eccessivo zelo nello studio per non pensare a ciò che è successo;

-          rifiuto del gioco e della compagnia degli amici, ripiegamento in se stessi.

 

3)      Fase della disorganizzazione e disperazione:

i sentimenti più intensi e disturbanti che derivano dalla morte di una persona cara sono il timore di essere nuovamente abbandonati, il dolore e la collera per l’impossibilità di ritrovarla. Tutte queste emozioni sono collegate da una parte all’impulso di ricercare la persona perduta e dall’altra alla tendenza a prendersela con chiunque possa apparire responsabile della perdita o di ostacolo al suo recupero. Il bambino vivrà una sorta di allontanamento temporaneo dalla realtà; si tratta di manifestazioni che devono mantenere il carattere della transitorietà, poiché se persistono è necessario ricorrere ad un sostegno competente. La perdita di una persona familiare comporta spesso dei cambiamenti di vita e di abitudini: non si incontrano più le stesse persone, si frequentano luoghi diversi, a volte si deve cambiare casa o paese. Il bambino davanti a questi cambiamenti mostra un forte senso di smarrimento. L’adulto deve essere molto presente e infondere senso di sicurezza, deve aiutare a manifestare le emozioni mostrando anche il proprio dolore. Con il dialogo e la condivisione sarà più agevole per il bambino allentare la tensione interiore e liberare il dolore che sente. In questa fase è anche importante iniziare ad alimentare nel bambino il ricordo della persona amata, ricordando insieme i momenti felici. Attraverso l’interiorizzazione la persona scomparsa entrerà poi nel mondo interiore del bambino, e lì la potrà sempre ritrovare. Saranno utili a questo scopi i dialoghi e i disegni: disegnare un momento piacevole trascorso con il defunto oppure disegnare la propria tristezza.

4)      Fase della riorganizzazione:

è la fase in cui si realizza il distacco dall’oggetto amato e perduto, e ci si riadatta alla realtà. I bambini hanno un innato bisogno di riorganizzare la propria esistenza, di sperimentare di nuovo uno stato di benessere. Il bambino ha bisogno di essere tenuto per mano dall’adulto per potere affrontare serenamente i cambiamenti. Gli adulti che accompagnano il percorso devono monitorare continuamente atteggiamenti, comportamenti e pensieri del bambino, cogliere le novità, le strategie adattive, e soprattutto la gestione delle emozioni. In questa fase il bambino recupera energia e voglia di reinvestire verso nuovi oggetti. Può accadere che il bambino, sentendosi di nuovo felice, si senta in colpa e abbia una regressione poiché i segni della perdita sono sempre presenti a condizionare il percorso di crescita. L’adulto deve essere prontamente vigile e sapere educare il piccolo alla riflessione: la vita offre sia gioie che dolori, quindi non c’è niente di male nel ritornare a sorridere e a giocare con gli amici.

 

3.5.Il lutto nella società attuale

 

Nella nostra società attuale abbiamo eretto una separazione tra noi e la morte, non ne parliamo e quando lo facciamo tendiamo a sottolinearne l’accidentalità, la malattia, l’incidente. Abbiamo grande premura nel ridurre la morte da necessità a casualità. A questo atteggiamento civile-convenzionale verso la morte corrisponde, specularmente, un completo crollo quando la morte colpisce una persona cara. Assieme a lei spesso vengono seppellite le proprie gioie e speranze, si resta inconsolabili e si rifiuta di sostituire l’oggetto perduto. La società non aiuta, è impreparata davanti a questo compito.

Il lutto ha fisiologicamente dei tempi lunghi di elaborazione, è normale. Oggi la tendenza è quella di patologizzare qualsiasi tipo di dolore, anche il dolore del lutto, e di ricercare scorciatoie per uscire dalla sofferenza. I medici spesso si limitano ad ordinare farmaci per alleviare la sofferenza e aiutare a non pensare.

Chi è nel lutto viene lasciato solo nelle proprie mura domestiche, manca quasi sempre un supporto culturale ed educativo che si prenda carico di chi soffre in una prospettiva relazionale. Ciò che manca oggi è la possibilità di immaginare nuove modalità di relazione e di convivenza, a partire dal riconoscimento della nostra comune vulnerabilità. Manca una prospettiva educativa alla morte, per una più efficace elaborazione del lutto.

Tradizionalmente la famiglia e la comunità reagivano alla perdita di un proprio membro mettendo in atto una serie di azioni e di pratiche rituali attraverso cui il singolo poteva tollerare la perdita e il dolore della separazione. Il lutto si proponeva quindi come una forma socializzata di sofferenza con il quale attraverso la compassione ci si riconosce come appartenenti ad un comune destino. Più il gruppo sociale era coeso e più il dolore veniva suddiviso all’interno della comunità.

L’universo simbolico del lutto, con le cerimonie e le parole convenzionali che lo connotano, aiutano a sciogliere l’indicibilità del dolore.

Nella nostra società contemporanea, invece, le ritualità legate al lutto o sono evase o sono velocizzate e private di senso. Oggi si assiste ad una crisi della morte socializzata, a causa dell’indebolirsi dei legami interindividuali e del nuovo tipo di struttura sociale che si è creato. Si è eroso quel sistema di protezione così importante che le reti familiari, amicali e di vicinato un tempo svolgevano.

Manca quella dimensione sociale che aiuta ad elaborare la morte, offrendo dei contenitori sovra-individuali in cui contenere il dolore e le paure del singolo. L’individualismo conformista che dilaga rende sempre più sfumati i confini tra il mondo interiore e il mondo esterno, portando il singolo ad una omologazione anonima. L’inconsistenza del confine porta alla incapacità di costruire quella distanza che consente la propria definizione identitaria.

Privo di contenitori sociali e culturali, l’uomo moderno risulta sempre più incapace di tollerare le frustrazioni e le ferite affettive, e nel desiderio di allontanare da sé dolore e separazione, fallisce la propria pretesa di onnipotenza.

Se si guarda la società attuale si constata facilmente che è una società di consumi, che vive sulla morte continua degli oggetti che produce. Oggi non si ripara più: gli oggetti e i rapporti individuali si sostituiscono.

Inseriti in questo sistema di sostituzioni accelerate gli individui faticano a sviluppare sentimenti di attaccamento e a sperimentare dei vissuti interiori di perdita.

In questo scenario l’esito dei processi elaborativi legati al lutto rischia di giocarsi a livello del singolo impreparato, e il dolore rischia di trovare ascolto solo laddove assume una connotazione patologica. L’educazione può rivendicare per sé un ruolo di spazio transizionale in grado di aiutare a sostenere la perdita senza cancellare il pensiero della morte.

 

 

 

CAPITOLO 4 “ VARIABILI CHE INFLUENZANO IL LUTTO INFANTILE”

4.1.Significatività della persona persa

Quello che succede nel bambino dopo la scomparsa di una figura cara non è prevedibile in modo assoluto, poiché è il risultato di variabili che si intrecciano tra loro, disegnando una realtà diversa per ognuno. Alcune variabili sono da considerarsi di importante rilievo, in particolare: il tipo di relazione con il genitore superstite e il legame instaurato con la persona scomparsa.

Molto grave è l’esperienza del lutto quando il bambino vede sparire i suoi punti di riferimento, cioè le persone che gli erano sempre accanto per farlo crescere, come un genitore o una figura di attaccamento. La perdita precoce della figura di attaccamento genera nel bambino un dolore molto intenso, perché viene a mancare ciò che dà significato a tutto il suo esistere e che media e dosa il contatto con la realtà esterna. La relazione con la mamma è il luogo transizionale attraverso il quale egli allarga progressivamente i confini della sua esperienza personale, aumentando la capacità di esplorare l’ambiente e di circondarsi di nuove relazioni. Il bambino si allontana sempre più dal genitore ma continua ad avere bisogno di una “base sicura” a cui fare ritorno ogni volta che ha bisogno di essere rassicurato. Per un bambino perdere i propri punti di riferimento, prima di avere costruito dentro di sé le competenze necessarie per affrontare la realtà in modo autonomo, è una sfida al proprio equilibrio, che rischia di disorganizzarlo nel suo sviluppo futuro. Bowlby, il ricercatore che per primo ha elaborato la teoria dell’attaccamento ritiene che l’esperienza della separazione, specie se il bambino è molto piccolo, è un evento grave che può essere correlato allo sviluppo di personalità fragili e soggette a patologie psichiche. Questo significa che si viene a generare un’area di vulnerabilità che potrà evolvere verso lo sviluppo di problemi. In altre parole, anche il lutto può agire come fattore di rischio qualora vengano a mancare delle variabili di contenimento e protezione.

In linea di principio è possibile affermare che quanto più il bambino ha potuto sviluppare un attaccamento sicuro, tanto più sarà capace di separarsi dalla figura di riferimento. Questo è condizionato sia dal carattere del bambino, ma soprattutto dalla capacità del genitore di rassicurarlo e di creare dentro di lui un’immagine interiore di sé genitore che resista anche alle temporanee separazioni. Se questo processo funziona, anche un passaggio terribile come la perdita di un genitore può essere affrontato senza minare l’integrità dello sviluppo del piccolo. Questi fondamentali presupposti teorici richiamano il mondo adulto, altro genitore ed educatori, a prestare attenzione alla capacità che il bambino ha di esprimere le emozioni dopo la perdita subita. E’ importante aiutare i bambini nella ricerca di parole e azioni capaci di fare comunicare le emozioni che sentono dentro. Per quanto i vissuti di dolore per la perdita possano essere forti e distruttivi, poterli esprimere rimane un passaggio fondamentale che funziona da ponte verso la ricerca di un nuovo equilibrio.

 

 

4.2. La relazione con il genitore superstite e altri adulti significativi

Per una elaborazione positiva del lutto è importante la figura del genitore sopravvissuto e di altri adulti di riferimento: nonni, educatori, insegnanti. E’ necessario che con la famiglia sia stato instaurato un buon legame fin dalla nascita, e che ci sia sempre la presenza di una persona fidata che si occupi affettuosamente di lui. Se viene a mancare il supporto delle persone che sono vicine al bambino, è possibile che la morte di una persona cara nell’infanzia possa generare una serie di comportamenti anormali durante la crescita. Alcuni studi effettuati nell’ambito della teoria psicoanalitica e pedagogica sostengono che se al bambino viene offerto un sostegno adatto e un’informazione pronta e chiara, sviluppa naturalmente una capacità di elaborare il lutto, al pari di un adulto. Il supporto del genitore superstite e di chi sta accanto al bambino, quindi anche gli educatori e gli insegnanti, è un punto chiave per una buona elaborazione del lutto infantile. Occorre partire dalla comunicazione: una comunicazione tra adulto e bambino è una solida base di partenza per elaborare in modo adeguato il lutto. Coloro che sono vicini al bambino devono cercare di essere molto chiari quando parlano della morte della persona cara, se si travisano o si nascondono i fatti, l’elaborazione del lutto diventa un processo assai più difficile. Un papà o una mamma che si trovino soli a dover sostenere il proprio lutto e quello del figlio necessitano quasi sempre di aiuto. La comunità può giocare un ruolo importantissimo nel sostenere, perché è in essa che gli adulti possono trovare figure di riferimento con cui sfogare il senso di dolore e di impotenza che sperimentano. E’ importante che il genitore si senta protetto e contenuto, in questo modo potrà poi a sua volta aiutare il figlio a ricostruire un futuro di speranza.

 

4.3.Variabili interne

Nel processo di elaborazione del lutto infantile oltre alle variabili esterne incidono anche variabili interne.  Le variabili interne sono la personalità del bambino, il suo carattere, i processi interni e le risorse psichiche che vengono messe in atto. Il tempo del lutto è un momento di stress in cui il bambino dovrà tirare fuori le competenze e gli strumenti emotivi accumulati fino a quel momento. Chi ne ha di più, è probabile che sentirà in modo più forte il dolore della perdita, ma nello stesso tempo saprà rintracciare gli spiragli per iniziare a intravedere un altrove a cui ancorarsi. Chi invece non ha dimestichezza con il mondo delle emozioni, rischia di restare intrappolato ad un intreccio di sensazioni a cui non sa dare parola. Alfabetizzarsi alle emozioni è un compito lungo che richiede tempo, il lutto invece costringe ad una full immersion emotiva di non facile gestione che fa scattare dei meccanismi difensivi come la negazione del dolore, la rimozione, l’idealizzazione della persona scomparsa.

Il bambino può vivere per settimane, o addirittura mesi, lo shock legato alla perdita con dolore, incredulità e rabbia. Una volta superato questo shock, il bambino può manifestare comportamenti come la dimenticanza dell’evento stesso o la fuga davanti a tutto ciò che può farlo ricordare. Questo meccanismo di negazione è una difesa che aiuta ad attutire l’impatto della perdita e serve a dare al bambino il tempo di adattarsi all’idea della scomparsa. La negazione rappresenta una difesa dell’Io che, essendo incapace di accettare la realtà, inconsciamente cerca di dimenticarla e di bloccare la tensione emotiva sottostante. Qualora questo meccanismo di difesa non risulti essere sufficiente, si ha la fase della reazione reattiva. A tale proposito è importante fare una distinzione fra un normale sentimento di depressione e una forma depressiva patologica, dalla quale deriva un sentimento di impotenza e l’incapacità di mantenere dei rapporti affettivi stabili. La morte di una persona amata può infatti avere un ruolo importante nello sviluppo di disturbi depressivi in diversi modi, prima di tutto come fattore di vulnerabilità, che fa aumentare la sensibilità dell’individuo.

Il bambino tenderà ad identificarsi con le emozioni del genitore rimasto quando evoca il partner o quando incontra situazioni in cui ne scatta il ricordo: disistima, rabbia, idealizzazione. Ciò che il bambino avrà dentro sarà, allora, un genitore svalutato, odiato o idealizzato. E’ quindi fondamentale che il genitore rimasto riesca ad elaborare gradualmente i propri sentimenti, affinché il bambino possa incontrare un genitore con cui riconciliarsi. Il bambino diventa ricettacolo delle emozioni del genitore quindi il suo equilibrio dipenderà molto da come il genitore elabora il proprio lutto e le proprie emozioni.

Di fronte ai cambiamenti che possono determinarsi in seguito alla morte del partner, il genitore vivente può reagire non solo con angoscia, ma anche con sentimenti depressivi. Questo può avere una forte influenza sullo sviluppo del bambino e sulla visione che egli avrà di se stesso e del significato della morte. Nel caso in cui il lutto non venga elaborato dal genitore, ciò causerà in lui e anche nel figlio una opposizione verso il cambiamento. Quindi la capacità del bambino di sopportare il dolore dipende molto dal supporto che ha nel genitore sopravvissuto e da come egli elaborerà le proprie emozioni.

Il bambino prima aveva due genitori con cui identificarsi, ora ve ne è uno solo. Può accadere che il piccolo incontri delle difficoltà ad identificarsi con il genitore vivente, percepito come mancante di qualcosa (vedovo). Se il genitore vivente è dello stesso sesso, il bambino può avere difficoltà nella propria identificazione di genere e provare autosvalutazione o tendenze omosessuali/simbiotiche verso il genitore. Se invece il genitore vivente è di sesso opposto, può derivarne svalutazione o dominio dell’altro sesso, tendenza a rendersi compagno del genitore rimasto a causa di legami edipici irrisolti.

Il bambino può anche assumere forme di protezione e accudimento verso il genitore rimasto, diventando compiacente o ipersensibile agli stati d’animo affettivi del genitore presente per compensare l’abbandono dell’altro genitore.


 

4.4.Come esprimono il dolore i bambini

Non è possibile tracciare un profilo unico di reazioni, tuttavia è possibile esporre quelle che compaiono più comunemente nelle fasi successive alla perdita e che possono avere una durata più o meno variabile nel tempo. Nel lutto si manifestano spesso dei sentimenti e delle emozioni contrastanti, che possono anche comparire insieme. Questi sono: shock e incredulità, rifiuto della morte e delle sue cause, dolore e senso di impotenza, rabbia per l’abbandono, senso di colpa per non avere impedito la morte, paura e ansia della morte, senso di abbandono, ambivalenza di sentimenti positivi e negativi verso il defunto.

Spesso sono presenti anche dei sintomi a livello fisico come: stanchezza o esuberanza, mancanza di appetito o eccessivo appetito, fenomeni di identificazione con eventuali sintomi della malattia di cui è morto il proprio caro, senso di oppressione al petto, insonnia o sonno eccessivo.

I bambini più piccoli posso essere molto confusi su quello che è successo, poiché non hanno ancora raggiunto una completa padronanza del linguaggio: hanno difficoltà ad esprimere con la parola le emozioni che provano, quindi manifestano attraverso il comportamento la loro sofferenza. Possono mostrarsi più timorosi nei momenti di separazione da un genitore, specie se devono andare a dormire o se entrano all’asilo o a scuola, avere incubi notturni, fare capricci. Possono inoltre manifestare delle regressioni e adottare comportamenti tipici dei bambini più piccoli per attirare attenzione, come riprendere a succhiare il pollice o il ciuccio, fare pipì a letto. Le reazioni dei bambini al lutto fluttuano anche a seconda del concetto di morte che si sono formati, del loro livello di evoluzione e della relazione che avevano con la persona scomparsa.

La sofferenza, in qualunque modo si manifesti, è un’emozione appropriata per ogni età poiché è legata all’amore. Alcuni bambini manifestano la rabbia per ciò che è accaduto con giochi e comportamenti distruttivi. Il bambino può anche arrivare a negare che la persona cara sia morta, oppure incolpare l’altro genitore per non avere evitato l’evento doloroso. Spesso si sente insicuro e incapace di gestire le situazioni quotidiane e sentirsi in colpa, arrivando a pensare che se si fosse comportato meglio, probabilmente la persona amata non sarebbe morta. Può essere molto spaventato se qualche persona cara si ammala, perché teme che possa morire.

Alcuni bambini sembrano non avere reazioni e non fanno domande nell’immediato, ma parlano della scomparsa nei momenti più inaspettati, anche dopo mesi o anni dall’evento.

I bambini in ogni caso devono sempre essere incoraggiati ad esprimere le proprie emozioni. Nell’affrontare l’argomento della morte è importante fare capire che non è la morte evento fisico che fa stare male, ma è la fine della relazione con la persona cara. E’ importante rassicurare che le emozioni che si provano sono normali e incoraggiare a manifestarle e a gestirle. Il dolore va vissuto per poter ritrovare sollievo interiore e nuova voglia di investire verso altri oggetti. Anche piangere è importante.

Il pianto non rappresenta solo la liberazione di un’emozione, ma stimola la produzione di sostanze chimiche che agiscono come fattore calmante. Piangere è importante sia per le femmine che per i maschi, non vi deve essere alcuna differenza di genere ad ostacolare questa manifestazione naturale. Anche l’adulto non deve temere di piangere. Le lacrime sono per chiunque, grandi e piccoli, una valvola di sfogo. Spesso gli adulti cercano di tenere deliberatamente la conversazione lontana dal tema della morte e della perdita proprio per timore di piangere e di provocare il pianto. Chi si comporta in questo modo non capisce che esprimere il proprio dolore è normale e permette il confronto. Un bambino non andrebbe mai scoraggiato dal piangere per esprimere la sua sofferenza. Anche lui amava la persona scomparsa ed è normale che gli manchi. E’ sbagliato dire ai bambini di “essere forti” poiché questo incoraggia a reprimere i veri sentimenti, con il rischio di farli esplodere in modo più pericoloso.

In genere, se non subentrano problematiche, i bambini hanno voglia di ritornare alla normalità, quindi anche di riprendere a frequentare la scuola e di allontanarsi dal contesto di dolore che sentono in famiglia.

A volte però può capitare che il pensiero di ritornare tra gli amici e confrontarsi possa essere sentito come un ostacolo. Oppure quando la morte è avvenuta in modo improvviso, il bambino può rifiutarsi di uscire dal contesto familiare per cercare di tenere tutto sotto controllo, esercitando quasi una sorta di onnipotenza.

Per questi motivi il rientro a scuola dei bambini che hanno subito un lutto di figure significative è un passaggio molto delicato, gli educatori devono prepararne l’accoglienza, sia individuale che a livello di gruppo.

Quando preoccuparsi delle reazioni dei bambini?

In genere si tende a dare più peso alla persistenza di un comportamento piuttosto che alla sua intensità. La perdita di una figura di attaccamento o di altra figura familiare (nonno o fratello) può scatenare reazioni violente e fare preoccupare molto gli adulti che si sentono impotenti. In realtà accade spesso che queste manifestazioni forti sfumino velocemente e non lascino alcuna traccia. Più preoccupanti sono le ossessioni che si strutturano nel tempo (pensieri, parole e riti ricorrenti) che intrappolano il bambino in una morsa e ne limitano il suo potenziale esplorativo. Questi atteggiamenti tengono ancorato il bambino alla paura e al buio di ciò che è stato.

Ci sono bambini che tengono tutte le emozioni all’interno, che non hanno mai pianto o manifestato collera e poi improvvisamente iniziano ad andare male a scuola e ad essere distratti. In genere il perdurare di un sintomo che prima non sussisteva deve fungere da campanello di allarme per gli adulti, poiché sta a significare il bambino non ha ancora trovato il modo per elaborare il lutto.

In questi casi i familiari e gli operatori devono  valutare la situazione e mettere in atto tutte quelle azioni che possano aiutare il piccolo a trasformare il dolore che sente.

 

 

CAPITOLO 5 “ EDUCARE I BAMBINI ALLA MORTE”

 

5.1.Il pensiero e il non pensiero della morte

Le occasioni che possono stimolare la curiosità dei bambini sulla tematica della morte sono numerose e provengono in larga parte dai mezzi di comunicazione: pensiamo alla televisione con le cronache giornaliere di guerre, incidenti, violenze, dove si fa il bilancio dei morti. Non è possibile sottrarre i bambini a queste informazioni, anche se si sta attenti nel fare una selezione. Quindi il bambino “sa” che esiste la morte, ed è naturale che ne sia incuriosito e voglia saperne di più. Un dialogo confidenziale tra genitori e figli non può improvvisarsi, va costruito fin dalla nascita. Dove c’è un buon contatto e una relazione di fiducia, si crea un clima di libertà che consente al bambino di porre agli adulti tutte le domande a cui sente di dover dare una risposta. Il bambino è estremamente curioso e incuriosito dal mondo circostante, ed eventi per noi abituali e frequenti, per un piccolo che li osserva per la prima volta, diventano motivo di sorpresa e curiosità. Ne consegue un naturale bisogno di sapere e capire di più. Quindi il bambino libero, prendendo spunto dagli stimoli che lo circondano, è presto pronto a porre domande anche sui temi più complessi fin dalla tenera età. Quando il bambino arriva a porre delle domande all’adulto, sovente l’adulto vorrebbe “non rispondere”. Il bambino allora, di fronte all’imbarazzo e alla tensione dell’adulto, “sente” che è meglio non porre troppe domande perché si sente frenato dalla loro reticenza.

Se si perde una persona cara, anche il bambino, come l’adulto, prova smarrimento davanti alla morte. La morte rappresenta un evento molto difficile sia da comprendere che da accettare. Se le figure familiari non hanno integrato in prima persona il concetto di cosa sia la morte e se non hanno precedentemente fornito al bambino gli strumenti e le conoscenze relative al fenomeno morte, in un clima di naturalezza e tranquillità, davanti ad una emergenza la situazione si presenta più difficile e complessa da gestire.

In queste situazioni l’indicazione dominante della nostra epoca è di “distrarre” il bambino dalla morte. Questa tendenza probabilmente deriva da due fattori. Prima di tutto l’adulto è portato a “rimuovere” un problema che lui stesso non ha risolto e mette in atto un meccanismo di difesa, che lo induce a pensare che i bambini non conoscano la morte e quindi è meglio non parlarne. In secondo luogo, il nostro clima culturale nasconde sofferenza e morte, vige il culto dell’eterna bellezza e longevità, perciò risulta difficile parlare di morte ai bambini. Questa scelta educativa si propone di aiutare il bambino a non avere più paura della propria morte “ignorandola” e a superare il lutto per la morte di una persona amata “sostituendola” con un’altra relazione. I genitori e gli educatori che tendono a preferire questa via desiderano garantire al bambino una vita felice, senza la paura di morire o di essere lasciato da chi lo ama. Essi cercheranno di sviare dal pensiero della morte invitando il bambino a giocare, poiché solo se si è vivi si può continuare a fare le cose che si amano; lo incoraggeranno a non pensare a chi hanno perso ma a coloro che ancora ci sono. Sottesa a questa scelta educativa vi è la convinzione che la morte sia una sorta di annullamento senza rimedio, e l’educazione alla morte tende allora a diventare un apprendimento di tecniche per non pensarci. Si tratta di una posizione molto diffusa ma anche molto screditata dalla letteratura scientifica.

Ci sono delle situazioni gravi in cui i bambini hanno una paura insuperabile della morte e provano un rifiuto verso la vita, specie se hanno assistito alla morte violenta di una persona amata e gli adulti che restano non sono in grado di sostituire adeguatamente chi non c’è più, oppure se vive in situazioni di vita difficili. In questi casi non è possibile distrarre dalla morte e subentra una seconda alternativa educativa: non si cerca più di distrarre il bambino dai sentimenti di morte, ma si educano questi sentimenti in modo che la mente possa “contenerli” e la vita sia di nuovo vivibile, nonostante si provi paura, angoscia o desiderio di morte. Si educano i bambini a non allontanare il pensiero della morte e i sentimenti che lo accompagnano. La morte appare sempre come annullamento, ma per cui sussiste un qualche “rimedio”. Educare alla morte consisterà allora non in modi per non pensarci, ma nell’individuare dei rimedi che consentano di fare convivere il pensiero della morte e i sentimenti che lo accompagnano. Quindi fondamentalmente la questione non è solo se i bambini debbano essere educati alla morte, ma se l’educazione che ricevono in famiglia e dalla varie agenzie educative sia adeguata e come questa possa proseguire in modo coerente e perfezionarsi.

 

 


 

5.2.Educazione narrativa ed educazione razionalistica alla morte

Nel nostro contesto culturale, come mette bene in evidenzia Campione (2012), gli approcci che si contendono il campo educativo sono una “educazione fiabesca” e una “educazione razionalistica” della morte. L’educazione fiabesca si esprime nelle narrazioni dell’eternità delle varie religioni. Esse si basano  su una concezione della morte di tipo “personale” che ha informato di sé l’educazione alla morte di molte civiltà per secoli, cioè sull’idea che la peculiarità dell’uomo non sia la sua biologia ma la sua identità e biografia, che lo rendono unico. Si tratta di narrazioni sulla resurrezione o sulla separazione dell’anima dal corpo fisico che hanno una funzione protettiva poiché quando si attraversa un trauma, a qualsiasi età ciò avvenga, si ricreano delle condizioni infantili nelle quali può risorgere l’esigenza di essere rassicurati e consolati. Oggi, da quando la fede nell’aldilà è entrata in crisi, queste narrazioni risultano poco convincenti se non si riesce a trasmetterle con l’entusiasmo giusto di chi ci crede veramente. Gli adulti spesso continuano a dire ai bambini che i morti vanno in “cielo”, anche se non ci credono in prima persona. Lo dicono perché temono che dire che la morte è per sempre sarebbe troppo traumatico per un bambino. Quindi danno risposte ambigue ed evasive, e così facendo educano i bambini alla via della distrazione. Per un bambino il concetto di cielo può generare malintesi e incomprensioni: ci sono bambini che chiedono come mai si va in cielo se poi si mette la bara sottoterra, e si riportano addirittura casi  di bambini che guardano dai finestrini degli aeroplani per cercare i propri cari scomparsi. Spesso si dice ai bambini che si muore perché Dio ci ama e ad un certo momento ci vuole con sè. Questa affermazione può trasformare Dio, agli occhi di un bambino, in una divinità vendicativa anziché amorevole: il bambino soffre dalla perdita e si convince che Dio non può essere buono se porta via le persone care provocando dolore.

E’ allora preferibile offrire ai bambini solo quelle spiegazioni religiose a cui si crede sinceramente, restando pronti ad approfondire il significato di termini teologici usati in modo superficiale. Le convinzioni religiose possono effettivamente essere di conforto e comprensione, ma solo se spiegate con convinzione e con cura.

L’allontanamento dalla fede e dalle religioni sta lasciando il posto ad una concezione razionalistica della morte, basata sull’osservazione oggettiva dei fatti e che caratterizzerebbe il passaggio da un pensiero magico a un pensiero ipotetico-deduttivo. In questa prospettiva la vita è vista come il risultato della trasformazione della materia che avviene senza alcun intervento esterno e anche la morte è trasformazione biologica. Si cercherà allora di insegnare al bambino che la morte non è da temere perché è un fatto utile per la sopravvivenza e per l’evoluzione della specie, rispettivamente nelle cellule di azoto derivanti dal cadavere e nel patrimonio genetico che viene trasmesso ai discendenti. Questa spiegazione scientifica propone una morte “anonima”, nel senso che ci si deve accontentare di una sopravvivenza e di un’evoluzione senza noi stessi perché la morte rappresenta il contributo di ciascuno alla vita in generale. La morte è al servizio della vita e quindi se ne può parlare. La ragione scientifica si basa su una sospensione dei sentimenti. Quando però accadono incidenti o malattie che fanno morire prima di invecchiare o quando qualcuno si suicida, si dirà al bambino che sono semplicemente errori della Natura e che un giorno la scienza e la tecnica potranno migliorarla.

Se si analizzano queste linee di orientamento, si nota che il limite consiste nel “trauma”: nell’educazione fiabesca quando non si riesce a parlare al bambino della resurrezione, c’è il timore di traumatizzarlo dicendogli che la morte è per sempre; nell’educazione razionalistica, se la morte ha già colpito il bambino prima ancora che possa chiedere spiegazioni su cosa sia la morte, non si può dirgli che la morte non angoscia poiché sono già sorti i sentimenti che il trauma della morte determina (angoscia, paura, desiderio di morte).

 

 

5.3.La scuola come “luogo di incontro protetto”

La morte è un elemento costitutivo dell’esistenza nostra ed altrui. Perdere una persona comporta un cambiamento subito ma non voluto, che ci impone una trasformazione. Il problema non è facilitare la distrazione dai pensieri oscuri e dalle paure, ma accompagnare in altri territori dove si ha la percezione chiara che, nonostante il dolore per la perdita subita, la vita avrà il sopravvento. Il silenzio è un peso troppo gravoso sulle spalle di un bambino. Il bambino ha bisogno di fare domande, esprimere il proprio dolore o scaricare la rabbia. La scuola può fare molto e offrire un luogo protetto dove tutti i bambini possano comprendere il ciclo della vita.

Educare alla morte richiede alla scuola di organizzare spazi di riflessione e accompagnamento, specie verso chi è vittima di un evento così grave come è la morte di una persona amata. Spesso gli educatori si trovano disarmati e impreparati, incapaci di trovare modi e parole adeguati. L’atteggiamento diffuso tra gli adulti è quello di contenere le domande e di evitare la verità: si crede che essendo già scosso dagli eventi subiti, il bambino non possa sopportare altri stress. Questo atteggiamento in realtà è deleterio: il silenzio non anestetizza il dolore, che continua a conservare tinte forti nell’animo, e non mette a tacere le domande, che prima o poi nel corso della vita riaffiorano.

I bambini hanno un forte bisogno di esprimere le proprie emozioni: una scuola che educa deve farsi carico anche di queste dimensioni dell’essere, progettando pratiche e momenti che diano “parole” ai bambini.  In ambito educativo è quindi importante progettare spazi e attività che accompagnino i più piccoli a familiarizzare con il concetto di morte e che preparino ad una elaborazione personale e condivisa del dolore e delle emozioni. L’educatore deve creare il terreno dell’incontro. La sua sensibilità e preparazione emotiva lo guidano nel trovare le proposte che permettano ai bambini di soffermarsi sulle tematiche dolorose senza generare stati d’animo di difficile contenimento. Nella nostra epoca, dove i valori nella fede sono in crisi o sono manifestati senza convinzione, spesso gli adulti non affrontano le tematiche del dolore e della morte, e si finisce per scegliere la via della distrazione.

 

 

5.4.Riscoprire il valore sociale della condivisione e del dolore

Quando si subisce una perdita, oggi vengono spesso a mancare quei supporti collettivi che un tempo erano strettamente radicati nella struttura sociale e che facevano del dolore un’esperienza di condivisione. Si è visto che come oggi ci si ritrovi soli davanti alla morte e al lutto. Ecco perché risulta urgente che la pedagogia si ponga come strumento di mediazione tra il singolo e i suoi vissuti. E’ importante educare tutti i bambini alla morte, un concetto che accomuna ogni individuo.  Anche se non hanno subito perdite personali, i bambini sono circondati continuamente dalla morte. Questo avviene quotidianamente attraverso i media, i film, i cartoni animati, i giochi, osservando la natura e gli animali. Comprendere la morte è un processo di iniziazione che si fa educazione permanente in quanto dura tutta la vita, inizia nell’infanzia e si protrae fino alla vecchiaia.  Il bambino è curioso di fronte ai grandi temi della vita, come la nascita e la morte. Quando pone delle domande lo fa’ per ampliare la sua comprensione del mondo e per crescere. Ma gli adulti, compresi gli educatori, frequentemente restano impreparati e sconcertati. La morte di fatto si dimostra impensabile per la nostra società. Eppure la morte ci accompagna in ogni istante, è una delle preoccupazioni che maggiormente appesantisce l’animo umano. Da qui scatta la necessità di difendersi, evitando di sollevarne l’argomento e addirittura evitando di nominarla. I bambini ne vengono tenuti al riparo, l’infanzia è considerata una fase felice che occorre proteggere dal dolore. Ma questo è impossibile, il dolore fa parte della vita, anche di quella dei bambini.

Nel tentativo di proteggere i bambini si cancella l’opportunità di stabilire con loro una relazione intensa che avvicina: la condivisione di un dolore. Per affrontare un evento forte come la morte spesso non sono sufficienti le proprie risorse ma è necessario anche l’aiuto degli altri. La morte rappresenta sempre un mistero, un vuoto non completamente spiegabile ed è importante non sentirsi soli percorrendo questo viaggio.

Parlare ai bambini della morte e educare gli adulti a farlo è anche un potente strumento per rifondare una dimensione etica della convivenza. In una società dove le emozioni sono messe al bando e atrofizzate, le esperienze di dolore e la riflessione sulla morte possono essere il punto da cui partire per ripensare un diverso modo di vivere sociale. L’educazione emotiva risveglia le emozioni e mette in risalto che attraverso di esse siamo connessi agli altri. Attraverso la perdita di una persona cara l’individuo si educa a sentirsi legato alla vita degli altri, interiorizzando quanto gli altri siano parte costitutiva di se stesso. Attraversando il dolore è possibile percepire quel sentimento originario di connessione al gruppo e al Tutto. Il lutto e in generale la riflessione sulla morte, aiuta a riappropriarsi della limitatezza dell’esistenza e ad accettarne il limite, contro le pretese di immortalità che la società attuale vuole imporre.  Con e attraverso gli altri, il dolore privato assume un valore sociale che può diventare occasione per lo sviluppo della solidarietà sociale e di nuove forme di responsabilità etica. Ecco perché è importante partire dai più piccoli, i bambini sono il seme su cui si basano le società future. L’educazione alla morte deve avvenire in tutti i principali contesti educativi, cominciando dalla famiglia e dalla scuola d’infanzia. Educare alla morte non è una lezione teorica, ma nasce nella relazione. Il bambino deve quindi essere libero di porre le domande quando ne sente il bisogno. Poiché la morte è un concetto astratto, non è semplice da assimilare, specie per un bambino. Potrà rendersi necessario ripetere più volte le stesse spiegazioni, per dare il tempo di interiorizzare, specie se il piccolo ha subito una perdita reale. Bisogna aiutare il bambino ad esprimere ciò che vive, sente e pensa in una logica relazionale accogliente ma non invasiva. Il gruppo di appartenenza fornisce al bambino fin da quando è piccolo dei modelli affettivi e comportamentali  da provare in determinate circostanze sociali e familiari (feste e anche lutti). Il bambino quindi col passare del tempo interiorizza sempre di più questi modelli elaborando delle rappresentazioni dei diversi stati emotivi da mostrare in determinate circostanze sociali e vi si adegua. In genere nella società attuale si educa maggiormente ad esprimere sentimenti riguardanti aspetti positivi e non negativi. Per contrastare questa tendenza “culturale” che porta ad una omologazione in serie occorre:

  1. educare a valorizzare le differenze individuali di ognuno. Comunicare il proprio dolore e sentirsi accolti dagli altri aiuta a valorizzare la propria soggettività, con il proprio modo singolare di esprimere il dolore e il disagio.
  2. educare alla sintonizzazione con i propri vissuti emotivi: riconoscere, accettare ed esprimere anche le emozioni più negative, come il dolore e la paura;
  3. educare a sintonizzarsi con gli altri per potere comunicare i propri stati emotivi e affinare la quella sensibilità emozionale che conduce alla condivisione e alla solidarietà. Questo aspetto costruisce il senso del vivere in comune, che è cosa ben diversa dalla mera convivenza basata su regole socialmente determinate.

 

5.5.Educare al desiderio infinito del Bene: una nuova proposta

Quando le narrazioni dell’eternità diventano sempre meno convincenti ci si trova ad un punto senza sbocco, cioè davanti al mistero dell’origine e della fine del mondo: l’uomo contemporaneo non comprende più che la creazione possa originarsi dal nulla e non comprende come finirà il mondo se non comprende il viaggio di eternità dell’anima. Domina allora nel suo animo il terrore e il senso del mistero. Allo stesso modo le spiegazioni razionalistiche non consentono di sapere, oggi e con certezza,  se con i progressi scientifici non si riuscirà più a morire. Nell’animo umano sorge allora una volontà di sapere che si scontra con il mistero di un tempo indefinito. A questo punto sorge un interrogativo: è così desiderabile eliminare dalla vita il “trauma della morte”, cioè quella vulnerabilità che ci lega al mondo e che si basa sul sentire? E’ pedagogicamente condivisibile la posizione di sostiene che, in entrambi i casi, occorre smettere di promettere ai bambini che i misteri un giorno saranno svelati (su questa linea Grollman[11] e soprattutto Campione, 2012). Al contrario si possono educare i bambini alla consapevolezza che il  mistero della morte non si può svelare ma si può “desiderare” di svelarlo all’infinito. Occorre trasmettere al bambino che il mistero non è qualcosa di negativo: l’ignoto apre verso la possibilità di mondi sconosciuti dai quali può scaturire il Bene. Il bene di cui si tratta è da intendere come bene infinito, non come bene particolare: quel desiderio che da sempre caratterizza l’uomo in quanto essere umano che persegue il bene per se stesso e per gli altri.

Per questa via si può insegnare al bambino che la morte è un “male misterioso” ma che si può sempre desiderare di trasformarlo in bene, sfuggendo così alla dicotomia bene-male e facendo prevalere definitivamente il bene. E’ ovvio che di fronte ad un evento grave come la morte scatti un senso di protezione verso il bambino, e nel tentativo di proteggerlo ci si limita a comunicargli solo favole o verità oggettive. Si potrebbe aggiungere che resta sempre un margine di incertezza su come vadano davvero le cose e che dalla morte potrebbe sempre scaturire qualcosa di bene, l’importante è continuare a desiderarlo e non scoraggiarsi. Trasmettendo questa visione delle cose la morte non prevale sulla vita, ed è possibile convivere con la morte anche quando non si riesce a gestirne i sentimenti legati al trauma o ad evitare il trauma. L’educazione a continuare a desiderare il bene all’infinito racchiude in sé lo spirito utopico che anima e dirige la scienza dell’educazione. Perseguire un fine nella consapevolezza che si tratta di un processo infinito, che non può venire raggiunto, è l’essenza che caratterizza l’istanza migliorativa di ogni processo educativo. Secondo Genovesi[12], il principium educationis resta in gran parte disatteso nella nostra società, poiché privato fin dai tempi antichi di quell’autonomia che le deve essere propria, per essere stato soffocato e soggiogato dalle istanze di religione, politica e tecnica. E’ tempo di ridare energia e voce a questo principio, anche in una tematica delicata come quella della morte. E questo è possibile grazie al lavoro degli educatori e di tutti gli operatori psico-sociali che si trovano a rapportarsi con la sofferenza e il disagio di bambini e di adulti, poiché è negli interventi concreti che si da vita ai principi che illuminano il cammino quotidiano.

Per educare i bambini al desiderio infinito dell’ignoto non esistono schemi prefissati, come del resto non dovrebbero esistere in nessun processo educativo. L’educatore deve sempre dimostrarsi una persona fortemente creativa, in grado di modulare la comunicazione adeguandosi all’età e alle circostanze ma anche capace di lasciarsi guidare dal proprio istinto e dal proprio sentire ogni volta che opera in concreto. Deve essere una persona carismatica, che sappia conquistare la fiducia del bambino, inventando linguaggi sempre nuovi, specie quando altre modalità educative rivelano i propri limiti. Non è sufficiente rispondere alle domande che i bambini pongono o aiutarli a comprendere e a gestire le loro emozioni, ma è importante il modo in cui lo si fa e la visione che si vuole trasmettere. L’educatore deve farsi portavoce del bene e della vita e deve sapere alimentare il desiderio dell’ignoto. In questa prospettiva si educa a pensare alla morte come ad un “mistero” che lascia sempre aperta la possibilità che possa condurre a qualcosa di buono. Seguendo questa impostazione ad un bambino che chieda come sia il cielo in cui si va quando si muore, si può rispondere che nessuno è mai tornato a raccontarcelo. Anche se non si riesce a chiarire il mistero della morte si può continuare a desiderare di chiarirlo all’infinito se non ci si sente soli, ma in presenza di una guida. Chi educa deve insegnare la pazienza infinita. Solo dopo essere stato iniziato al desiderio infinito dell’ignoto il bambino può essere pronto ad accogliere risposte narrative o risposte scientifiche e anche i loro limiti, poiché sarà stato educato a non smettere mai di svelare il mistero della morte.

 

 

CAPITOLO 6 “ AIUTARE L’ESPRESSIONE DELLE EMOZIONI”

  

6.1.L’educazione come spazio transizionale

L’oggetto transizionale che unisce e al contempo separa il bambino dalla madre, offrendo contenimento ai vissuti angosciosi che la separazione porta con sé, crea uno spazio transizionale. L’area transizionale non è nel soggetto e nemmeno nel mondo esterno, ma un’area intermedia carica di simbolizzazione. Il concetto di spazio transizionale è stato utilizzato in dottrina per individuare lo spazio dove avviene l’evento formativo a qualsiasi età. In questo spazio si realizza la trasformazione, una trasformazione che può venire elaborata poiché opera in un’area protetta. Questa interpretazione dello spazio educativo aiuta a fare capire la complessa relazione tra educazione e vita, specie in quelle situazioni di crisi, dove la trasformazione interiore richiede la elaborazione di vissuti dolorosi conseguenti a perdite e separazioni. L’educazione è quindi pensabile come quella regione di contatto tra il mondo esterno e il mondo interno dove avviene l’incontro tra richieste cognitive e bisogni affettivi, tra cose reali ed immaginario infantile, attraverso modalità di sostituzione simbolica e di sperimentazione operativa.

Ne consegue che la riflessione educativa e la pratica pedagogica devono offrire spazi e strumenti per elaborare i cambiamenti che la vita pone davanti. Con elaborazione si indica l’attività di assimilazione interna della carica affettiva di un evento in contrapposizione ad una risposta di tipo reattivo ed evacuativo verso l’esterno. L’elaborazione implica quindi una fatica cognitiva e affettiva che il soggetto deve compiere in proprio. L’azione pedagogica fa dell’elaborazione un suo concetto-chiave, che trova traduzione pratica in un approccio di tipo laboratoriale dove il bambino ha un ruolo attivo. Lo scopo non sarà di far fare delle cose, ma di offrire occasione per spazi di riflessività sulle cose che si fanno. L’elaborazione è necessariamente connessa alla memoria e alla narrazione, poiché il fine è di una presa di coscienza sui propri processi interni e trasformativi. Il processo elaborativo porta a delle trasformazioni e quindi può incontrare delle resistenze. Per questo motivo è necessaria una mediazione relazionale e uno spazio transizionale di protezione.

Fare esperienza costituisce la modalità chiave attraverso cui il soggetto costruisce se stesso e la sua storia. Attraverso il fare esperienza l’individuo attua una trasformazione interiore. Nella nostra fase storica l’uomo è carente di esperienza. Ad esempio tramite il ruolo preponderante dei media l’informazione si è sostituita all’esperienza diretta. Oggi le occasioni di vivere delle esperienze dirette si sono ridotte. Diamo credito a molte informazioni che provengono dal di fuori, già precostituite e non vissute e che portano ad una banalizzazione delle emozioni. Manca una forma di conoscenza diretta che è la via maestra per l’apprendimento e la crescita personale. Nello spirito moderno predomina la fretta e la rimozione; è una corsa affannosa che travolge l’ambito collettivo ma anche lo spazio individuale, dove la elaborazione personale e la riflessione su ciò che accade e su ciò che ci accade risulta molto ridotto. I grandi temi del dolore e della morte rappresentano situazioni-limite che ci mettono davanti al limite della condizione umana. Si può quindi dire che l’esperienza in senso più profondo si ha proprio quando l’individuo tocca con mano la finitezza dell’esperienza umana.

Se e quando l’adulto è in grado di offrire al bambino uno spazio protetto all’interno del quale può muoversi liberamente, egli può viaggiare e uscire da se stesso per sperimentare e sperimentarsi, in modo che al ritorno abbia acquisito una nuova consapevolezza. In quest’ottica la trasformazione del soggetto avviene nel momento in cui integra il “nuovo” con tutto ciò che era già presente nella sua coscienza. L’esperienza è fortemente connessa al concetto di storicità, poiché ogni esperienza non è da vedersi come isolata e a se stante, ma si pone come un continuum che riceve qualcosa dalle esperienze che l’hanno preceduta e modificherà quelle a venire. La riflessione deweyana[13] insegna che l’esperienza, per poter apprendere da se stessa, deve accompagnarsi ad una riflessione sull’esperienza stessa. Quindi oltre a coinvolgere il bambino in attività che gli consentano di essere coinvolto, è utile anche guidare il piccolo ad una riflessione per aiutarlo ad attribuire un significato agli eventi e al processo di interiorizzazione che rende quell’evento un vissuto. Assumendo questa prospettiva come linea guida di lavoro, acquisteranno un forte valore di significazione le attività che lavorano sulla memoria e la narrazione. La memoria è in grado di connettere le esperienze e di fissare il concetto di ricordo della persona scomparsa attraverso il riaffiorare di emozioni e vissuti personali, la narrazione rappresenta una sorta di appropriazione dell’esperienza attraverso la capacità di narrarla. Sebbene in un’esperienza vi sia sempre un qualcosa che non si può narrare fino in fondo, tuttavia il cammino di significazione non può prescindere da un’operazione narrativa.

 

 

6.2.Sapere accompagnare

In ambito pedagogico è importante prevedere percorsi di educazione alla morte già a partire da quando il bambino è molto piccolo, sia in famiglia che in altri contesti più formali come le scuole d’infanzia. L’accettazione della morte rappresenta una tappa significativa per la crescita individuale. L’educazione alla morte deve avvenire nel rispetto delle tappe evolutive, delle facoltà cognitive e del contesto sociale e religioso in cui i bambini sono inseriti. Intraprendere questo percorso non è facile, l’adulto spesso pensando alla morte si scontra con le proprie angosce e paure. Per poter accostarsi efficacemente a questo percorso, l’adulto deve avere acquisito una buona competenza emotiva e un sereno approccio alle tematiche della morte. Questo permetterà al genitore o all’insegnante di mettersi in una situazione di ascolto “vera”.

Se l’adulto non dimostra serenità e disinvoltura nell’affrontare il tema della morte, se mostra imbarazzo o ha un atteggiamento evasivo, il bambino ne resterà disorientato e coglierà una sorta di artificiosità e non di naturalezza. Qualora l’educatore si trovi davanti ad una situazione reale di lutto, egli deve fare sentire la sua presenza senza pretendere niente. Deve assumere un atteggiamento di apparente passività. Per l’educatore questo non è facile, poiché si tratta come di “morire a se stessi” per assumere un atteggiamento di ascolto autentico. Per fare questo l’educatore deve fare un lavoro di ascolto interiore, poiché lavorare con la sofferenza altrui richiede spazi di elaborazione personale. La storia di dolore dell’altro dialoga con la nostra storia personale, poiché costringe a mettere in discussione le proprie certezze. Per avere vera comunicazione è necessario che ci sia “uno spazio vuoto” dell’ascolto.  L’educatore deve mantenere la giusta distanza dal dolore dell’altro, e questo non è facile. La tentazione può essere allora quella di interpretare il proprio ruolo solo in modo tecnicistico e lasciare che la logica del fare abbia il sopravvento sull’esserci. Oppure questo spazio vuoto può essere soffocato da una eccessiva vicinanza dell’educatore, e può causare delle risonanze emotive che creano confusione, fino ad arrivare alla situazione paradossale in cui non si capisce più chi aiuta e chi viene aiutato. Gli educatori devono comprendere che le situazioni dolorose producono degli echi interiori e che è importante non annullare la differenza tra se stessi e gli altri. Educare i bambini alla morte è un processo che deve essere graduale, i concetti devono essere assimilati piano e spesso anche ripetuti.

Davanti ad una situazione di lutto il bambino si trova esposto ad un’enorme fragilità e ha grande bisogno di sostegno. In un contesto di cura e ascolto è possibile trasformare questi momenti critici in occasioni di crescita personale. E’ necessaria un intervento educativo che consenta al bambino di sostare nel vuoto, in quello spazio transizionale così tanto importante che gli consentirà di passare attraverso il dolore in maniera consapevole e filtrata. Laddove si lavori con vissuti emotivi profondi, è necessario opporsi alla tendenza di cercare delle risposte preconfezionate, valide sempre e per chiunque, anche se si lavora con un gruppo. Il bambino deve sempre sentire valorizzata la propria unicità, specie in un contesto di gruppo, quindi l’educatore deve mostrarsi abile nel personalizzare la comunicazione e adeguare il lavoro che porta avanti a tutte le singole necessità. L’educatore deve tenere presente l’ambiente in cui opera, facendo appello alla sua sensibilità educativa e creatività, che sono doti indispensabili per chi si accosta ad un ruolo formativo.

Le proposte devono essere sempre ben calibrate e intenzionali. Dire la verità ai bambini sulla morte non è in contraddizione con l’usare storie, metafore, immagini, elementi fantastici con cui i piccoli hanno molta familiarità. Questi linguaggi possono diventare un ponte tra la realtà e l’immaginazione, perché di fronte alla morte si deve pur sempre fare ricorso al pensiero astratto. L’adulto accoglierà con delicatezza e affetto qualsiasi reazione il bambino manifesti, affinché non si senta giudicato e represso nelle sue manifestazioni future. Il bambino deve sentirsi libero di esprimere sia sentimenti positivi che sentimenti negativi, poiché la vita significa gioia ma anche dolore. Se si incontrano bambini che sono già stati toccati da una perdita importante, diventa ancora più urgente la necessità di fargli esprimere i sentimenti e le emozioni che provano. In queste situazioni l’adulto comunicherà comprensione e affetto, spesso dovrà anche  interpretare cosa vuole comunicare il bambino attraverso le parole non dette e i linguaggi del corpo. Le espressioni dei bambini rappresentano sempre un tramite attraverso cui l’adulto può entrare in relazione con i loro vissuti ed emozioni per aiutare a farle emergere. Se si osserva il corpo del bambino si comprende bene che rappresenta uno dei principali strumenti di comunicazione, i gesti e le posture veicolano i loro stati d’animo e le loro sensazioni.

Esprimere i propri sentimenti durante un lutto è molto difficile. L’adulto deve prendere per mano il piccolo con tanto amore e aiutarlo a manifestare ciò che sente. Deve fare capire al bambino che tutti abbiamo delle sofferenze che ci accomunano l’un l’altro e che nel dolore non si è mai soli. In questo modo il bambino sarà invogliato ad aprirsi maggiormente all’altro e ad esternare le emozioni. Possiamo dire che l’azione educativa viene a connotarsi come azione intenzionale con la quale si attua una riappropriazione dei vissuti personali, in netta controtendenza rispetto al diffondersi odierno di una generalizzata incapacità di elaborazione. Davanti al trauma della morte la necessità di elaborare l’esperienza diventa di massima urgenza, ma la nostra società, terrorizzata dal vuoto, rivela la sua incapacità di offrire mediatori adeguati. Abbiamo sottolineato che oggi risulta sempre più difficile tradurre le esperienze della vita in esperienze significative a causa della mancanza di formazioni intermedie, prima di tutto la famiglia, ma che si allarga all’intero sistema culturale e sociale in cui stiamo vivendo. L’educazione deve assumersi il compito universale di formare l’individuo, di accompagnarlo nei cambiamenti, specie in quelli che creano spaesamento, durante tutte le fasi della vita.

 

6.3.Strumenti e linguaggi per l’espressione delle emozioni

Quando si lavora con i bambini non bisogna dare importanza solo al linguaggio verbale, specie se i bambini sono ancora piccoli e non hanno una padronanza linguistica. L’educatore può utilizzare linguaggi alternativi che siano in grado di fare emergere i vissuti più interiori e dovrà modulare i vari linguaggi a seconda del contesto e delle singole individualità.

Quando si parla di bambini, occorre partire dal presupposto che il linguaggio e la narrazione vanno intesi in senso ampio, non solo limitato all’uso della parola verbale ma esteso ai vari linguaggi espressivi del disegno, movimenti del corpo, attività creative. Ricordo e narrazione si rinforzano reciprocamente. Attraverso il ricordo siamo stimolati a narrare, ascoltando una narrazione o raccontando in prima persona diamo vita ai ricordi. La narrazione si colloca nel “dopo” poiché per narrare qualcosa è necessario che prima sia accaduta: si può quindi individuare un aspetto luttuoso intrinseco che lega la narrazione e il ricordo. Per questo motivo, se abbiamo davanti una perdita reale, al bambino saranno necessari fatica e coraggio per tornare su qualcosa che non c’è più e la cui mancanza fa soffrire.

Nel proporre dei percorsi guidati e intenzionali per gli educatori, si possono utilizzare varie tipologie di linguaggio espressivo. Alcuni sono tanto cari e prediletti dai bambini, si pensi al disegno e alla pittura, al gioco, alla narrazione di fiabe. Alcuni sono meno usuali, ma ugualmente apprezzati, come la musica ancestrale, e le tecniche sul controllo del corpo e l’aumento della consapevolezza.

Nei paragrafi successivi si analizzeranno alcune delle tipologie di linguaggi sopra descritti, accompagnati da proposte pratiche ed esempi tratti dall’osservazione diretta.

Alcune proposte hanno lo scopo di educare il bambino alle manifestazioni emotive, al loro riconoscimento ed elaborazione. Possono quindi risultare preziosi all’educatore in tutte quelle situazioni di sofferenza, anche grave, come quella causata dalla morte di un care giver o altra persona cara.

Altre attività con un’andatura “circolare” che rievocano il ritmo del ciclo vitale costituito da nascita-crescita-morte, puntano a parlare ai bambini dell’energia vitale che è dentro ogni creatura vivente e che non si ferma mai. Non può esserci la vita se non esiste la morte, entrambe ci appartengono come realtà. La morte deve essere riconciliata con la vita perché fa parte di essa. La vita umana ha un inizio e una fine: la fine non va considerata come un termine assoluto, ma come passaggio ad un’altra dimensione che può lasciare aperta anche la porta del mistero. Per potere educare alla morte si parte dalla vita: noi siamo vivi e possiamo fare tante cose, dandogli un senso anche se esiste una fine.

Tutte queste attività vanno preferibilmente condotte a livello di “piccolo gruppo”, in quanto è nel piccolo gruppo che il bambino si sente maggiormente valorizzato, libero di esprimersi e meno esposto al rischio di perdere la propria unicità. E’ nel piccolo gruppo che il bambino sente ancora vicino il contatto con l’adulto, guida preziosa e consolatoria in ogni processo trasformativo.

La fascia d’età a cui si rivolgono le attività che si andranno maggiormente ad approfondire va dai 2 anni fino agli otto anni circa, ma con varianti e arricchimenti possono servire come traccia agli educatori per tutto il ciclo della scuola primaria.

 

 

 

CAPITOLO 7 “ PROPOSTE EDUCATIVE CONCRETE PER PARLARE AI BAMBINI DELLA VITA E DELLA MORTE”

 

7.1.Il gioco

I bambini piccoli esprimono le proprie esperienze emotive prima di tutto attraverso il gioco e il movimento fisico. Quando i bambini sono ancora piccoli e non hanno una padronanza del linguaggio, manifestano se stessi attraverso il movimento fisico, come supporto alle parole. Nel gioco libero e nel gioco guidato il bambino trova un potente mezzo di comunicazione e di esternazione, ecco perché gli spazi e i materiali devono essere sempre adeguati all’età dei bambini e alle varie modalità di espressione. Nel nido e nella scuola materna gli spazi sono fortemente caratterizzati e generalmente suddivisi in angoli simbolici. L’angolo casa con la presenza di bambole, vestiti, cucina, dovrebbe sempre essere presente. Questo spazio ripropone la composizione della propria casa e la ritualizzazione di ciò che il bambino vive dentro, accanto alle persone che ama. I bambini che hanno capacità di gioco simbolico possono utilizzarlo per comunicare indirettamente temi legati alla sofferenza e alla morte di una persona cara. Il bambino può rispondere con un gioco che rappresenta il desiderio di ricongiungimento o di protezione da eventi paurosi. Può allora accadere che un bambino con problemi affettivi o che ha subito una separazione dal care giver non riesca ad accostarsi all’angolo casa, oppure manifesti reazioni violente. In questi casi è utile garantire al bambino una distanza emotiva e allestire dei giocattoli che gli consentano comunque di esprimere le emozioni ma in modo più indiretto, come gli animali della fattoria con i loro cuccioli o gli animali feroci come i dinosauri. Come dicono Lieberman e colleghi (2007): “ I dinosauri vengono spesso usati dai bambini come rappresentativi di mostri della propria immaginazione e dei propri pensieri più spaventosi”. Se ci si trova davanti ad una situazione di lutto, l’educatore avrà cura che quei giocattoli che sono segnalati dal bambino come emotivamente più importanti siano sempre accessibili. Non sempre nei nidi e nelle scuole materne sono presenti giocattoli che permettono al bambino di ritualizzare le circostanze della malattia e della morte: l’ambulanza, il kit medico. Poiché il gioco arricchisce sempre l’esperienza conscia e inconscia dei bambini, sarebbe utile mettere sempre a loro disposizione vari tipi di giocattoli nella proposta pedagogica.

Molto importanti e significativi sono anche i giochi guidati, specie quando l’educatore mira al raggiungimento di obiettivi più specifici. Queste tipologie di gioco sono utilizzate soprattutto nella scuola materna, ma possono proporsi anche ai bambini più grandi del nido. I bambini amano giocare guidati dall’insegnante, in queste attività sentono maggiormente di fare parte di un gruppo  che comprende l’educatore stesso e i compagni. Nello svolgimento dei giochi guidati spesso l’azione del singolo bambino si riflette in quella degli altri, e questo può portare ad un riconoscimento emotivo di sé attraverso gli altri.

L’educatore attraverso le indicazioni che impartisce fa sentire al bambino la “guida”, infondendo senso di protezione e incoraggiamento.

 

 

7.1.2. PROPOSTA EDUCATIVA : Il cammino della vita[14]

 

Attraverso la personificazione delle varie fasi della vita, il bambino già da piccolo, sperimenta attraverso il gioco e la finzione il cambiamento che può constatare nelle persone che vede quotidianamente. Fare questo gioco aiuta l’educatore a dimostrare ai bambini che la vita ha un andamento “circolare” e impone a tutti dei cambiamenti, nessuno ne è escluso. Si tratta di una semplice attività di gioco guidato che può essere condotta con i bambini più grandi del nido e con i bambini della scuola materna. L’educatore invita i bambini a muoversi liberamente in una stanza e chiede di impersonare le consegne. A voce alta dirà ai bambini di “immaginare”:

-di essere appena nati e di muovere felicemente mani e gambe;

-di avere circa sette mesi e di gattonare per la stanza guardando incuriositi chi incontriamo sul nostro tragitto;

-di avere un anno e di essere in procinto di imparare a camminare, quindi aggrapparsi a tutto ciò che si trova per non cadere;

-di avere tre anni e tanta energia per saltare e correre e giocare;

-di avere sei anni e di andare a scuola, ma con un po’ di timore perché non si conoscono i nuovi amici e i nuovi insegnanti;

-di avere undici anni, di essere cresciuti molto e di essere sempre più forti;

-di avere vent’anni e di essere oramai diventati alti come la mamma o il papà, di avere voglia di visitare tanti luoghi, fare sport e conoscere nuovi amici;

-di avere trent’anni, di avere un marito o una moglie, di avere dei bambini da accudire e di andare tutti i giorni a lavorare;

-di avere cinquant’anni e di essere diventati nonni, di fare tante coccole ai nipotini, di avere qualche acciacco ma niente grave;

-di avere ottant’anni e di essere stanchi, di sentire le gambe ogni giorno più affaticate;

-di essere “nuovamente bambini di tre anni” che corrono per non farsi prendere….

Finito il gioco, ai bambini più grandi si possono anche porre delle domande per riflettere insieme e rielaborare l’esperienza. Si può chiedere di raccontare come ci si è immaginati nelle diverse fasi, che stati d’animo hanno accompagnato i vari passaggi da un’età all’altra, quale è stata la fase che è piaciuta di più e quella che è piaciuta di meno. Inoltre si può chiedere se c’è qualcosa che è rimasto uguale nonostante i passaggi da una fase all’altra. Attraverso quest’ultima domanda si stimola il bambino ad una riflessione più profonda che lo conduca ad identificarsi sempre con il proprio Io, nonostante i cambiamenti che si affrontano nel corpo fisico e nelle situazioni di vita.

A questa attività si possono accompagnare altre proposte, anche da suggerire a casa soprattutto se si è persa una persona cara: ad esempio sfogliare un album con vecchie fotografie di famiglia. Si potranno individuare insieme le varie persone e i loro cambiamenti, i bambini che crescono e che diventano grandi, gli adulti che invecchiano con i capelli bianchi, i cari che non ci sono più perché sono morti.

Il bambino in questo modo sarà ancora più agevolato nell’interiorizzare le varie fasi della vita e il loro ciclo, dandogli strumenti per raccontare.

Un’altra proposta che è molto conosciuta nella scuole è quella di essere osservare il ciclo di vita della natura, che è di facile osservazione per i bambini, e accompagnarla con attività pratiche: ad esempio la semina di un semino che porterà alla nascita del fiore, del frutto e di un nuovo seme per ricominciare…

In queste esperienze pratiche è importante richiamare l’attenzione dei bambini, soprattutto un po’ più grandi, sullo stupore che la natura è in grado di suscitare con i suoi eventi. La vita non va data per scontata, un seme può germogliare subito, ma può anche giacere inerte nel terreno per molto tempo, anche anni.  Con grande saggezza e semplicità Osho[15] scrive “ Il seme non può sapere cosa accadrà. Il seme non ha mai conosciuto il fiore. E il seme non può neppure credere di avere la potenzialità di diventare un fiore meraviglioso. Il viaggio è lungo…il sentiero è sconosciuto. Il sentiero dell’uomo è simile: è arduo e richiede molto coraggio”

 

7.2 Raccontare      

Nelle fiabe tutti i sentimenti, dai più felici ai più critici e distruttivi, sono rielaborati attraverso la storia dei personaggi e offrono al bambino la possibilità di vedere proiettate le proprie emozioni nelle vicende di altri. Leggere e ascoltare fiabe è un’esperienza che ha un intenso valore affettivo e cognitivo perché permette di condividere una sorta di complicità e il fascino di avvicinare mondi fantastici simili al proprio. Attraverso un racconto il bambino può identificarsi con i protagonisti ed essere coinvolto dal punto di vista emozionale, quindi “educarsi alle emozioni” e alla fine diventare consapevole che tutto è risolvibile. Dare parole alle emozioni dà la possibilità di possedere e quindi elaborare quello che si prova. Grazie alle storie e alle filastrocche i bambini iniziano ad identificare ciò che provano. Questo processo di educazione emotiva conduce ad una progressiva consapevolezza delle proprie emozioni e quindi alla loro accettazione. L’uso della letteratura per l’infanzia è uno degli strumenti che l’adulto ha a disposizione per dare avvio ad un dialogo anche su un tema complesso come la morte. Esistono libri di fiabe molto ben strutturate, utilizzabili per educare il bambino alla morte o per accompagnare il bambino dentro la dimensione della perdita e del lutto. Varano[16] sostiene che “è fondamentale non raccontare storie ai bambini, nel senso di non mentire su ciò che è successo, ma è invece importante narrare fiabe. E’ un modo per stare vicino e interagire con loro, porta grandi benefici e può diventare una grande risorsa nei momenti critici”. Attraverso i protagonisti della storia, i bambini che provano delle emozioni dolorose o che hanno subito una perdita scopriranno che anche altri sono tristi e potranno essere portati a parlare della loro esperienza. Il racconto può fare rivivere nel bambino il dolore della morte, ma gli spiega che questo dolore è normale e non ne deve avere paura. Il lutto porta via una persona cara ma essa rimane sempre dentro di noi, attraverso l’amore e la memoria. Ricordare chi è scomparso è importante, perché il dolore deve essere vissuto e trasformato. Al bambino deve essere chiaro che non si soffre per paura della morte, ma perché la persona cara non c’è più e ci manca e questo dolore può essere attenuato attraverso il ricordo.

I bambini hanno bisogno di parole semplici e mirate, di frasi aperte che si prestino alla comunicazione. Le favole diventano così un importante strumento di semplificazione e d’interazione. Leggere e raccontare storie che si avvicinano a ciò che è accaduto al bambino, ma che coinvolgono un personaggio immaginario, consente di tollerare delle emozioni che i bambini potrebbero sentire come troppo coinvolgenti se ci si riferisse ad esse in modo diretto. Questa modalità di linguaggio può essere molto utile per i bambini molto sensibili o con difficoltà ad esprimere le emozioni. Grazie alla favola e ai suoi personaggi l’educatore offre al bambino uno spazio “protetto” per agevolare il suo processo di identificazione, espressione emotiva e successiva rielaborazione dei suoi vissuti interiori. La lettura partecipata di una storia con un adulto, educatore ma anche genitore, crea una dimensione immaginativa emozionale comune. Attraverso il racconto l’educatore costruisce la relazione e non fa’ sentire il bambino “solo” nell’attraversare il tema della morte o l’elaborazione di un lutto.

Quel “ C’era una volta…”porta entrambe le parti in un altro mondo, diverso dalla realtà, in cui è possibile staccarsi ma per poi arrivare ad identificarsi. E’ un mondo condiviso, l’inizio di un viaggio che inizia insieme ma che poi ognuno condurrà con modalità proprie. L’adulto aiuta il bambino con la sua presenza, con il suo esserci prendendolo per mano per poi aiutarlo a tornare. Il ritorno dal viaggio è importante quanto la partenza, se manca il ritorno il viaggio diventa pura astrazione. Da un viaggio si torna sempre cambiati, trasformati. In senso metaforico la fiaba è come l’Educazione e con essa si identifica. Trasmettere ai bambini l’amore per la lettura e per i libri è sempre un grande atto educativo: gli elementi narrativi suscitano emozioni e stimolano il piccolo lettore a dare una interpretazione attiva e un senso, anche alla propria storia interiore.

Ci sono molte fiabe  che parlano ai bambini della morte, alcune hanno lo scopo pedagogico di operare una familiarizzazione con la morte, altre invece hanno lo scopo di lenire la sofferenza di un lutto e di dare libero sfogo a ciò che si sente.

Wolf Erlbruch[17] è l’autore di un bellissimo libro per bambini che si intitola L’anatra, la morte e il tulipano[18], ma come tutte le opere di questo grande illustratore tedesco ha una profondità tale da renderlo educativo anche per gli adulti. La storia narra dell’incontro tra un’anatra e la Morte. Inizialmente l’anatra è presa dal terrore, ma la Morte la tranquillizza: è venuta per starle accanto per tutto il tempo che le resta. La Morte porta con sé un tulipano.

L’anatra e la Morte si fanno compagnia, condividono momenti felici, e l’anatra riesce ad esternare i suoi pensieri e le sue paure sul morire.

Una sera l’anatra dice alla Morte di avere freddo, e le chiede di scaldarla un po’. E’ giunto il momento per l’anatra di prendere commiato dalla vita.

Il giorno dopo la Morte adagia delicatamente il corpo dell’anatra morta sull’acqua del fiume, e le mette sul petto il tulipano che portava sempre con sé.

La Morte guardò a lungo il corpo esanime dell’anatra che se ne va via lungo il fiume, e quasi si rattristò.

Il racconto non ci presenta la morte come colei che strappa alla vita, ma come l’accompagnatrice del momento di congedo che ogni vita ha già inscritto in sé. Educare alla vita racchiude necessariamente l’educazione alla morte. La morte accomuna ogni essere vivente e ci appartiene da quando nasciamo. La morte fa parte della vita, nonostante gli sforzi che l’uomo fa per non pensarla e per esorcizzarne la presenza.

L’autore non dice quale significato abbia quel tulipano, protagonista silenzioso accanto all’anatra e alla Morte. La Morte lo porta con sé quando si presenta per la prima volta all’anatra e che gliene fa dono quando muore. Probabilmente è volutamente lasciato spazio all’elaborazione personale. Forse il tulipano rappresenta un legame tra il mondo dei vivi e il mondo sconosciuto della morte. Presentarsi all’anatra con un tulipano da un lato è rassicurante, poiché la morte porta con sé qualcosa che l’anatra conosce, dall’altro sembra sottolineare che non c’è una netta separazione tra le due dimensioni. L’una prima o poi si trasforma nell’altra: la vita si fa morte per poi rifarsi vita, nel ricordo e forse anche in altre dimensioni. Il tulipano appartiene al mondo delle emozioni e dei ricordi, quando una persona muore si portano fiori sulla tomba per ricordarla e per celebrare insieme l’amore che ha unito. La Morte sembra rattristarsi quando l’anatra muore e la guarda scorrere col fiume. Il fiume è continuo movimento, ma il suo scorrere non porta nel nulla: porta in luoghi lontani e sconosciuti, e scorrendo porta con sè la speranza di potere ritrovare un giorno chi ci ha lasciato.

C’è una fiaba breve ma molto bella, adatta per i bambini piccoli, che parla ai bambini del lutto con molta dolcezza, si chiama Una mamma come il vento[19]. Narra di due coniglietti amici inseparabili, Martino e Dino. La mamma di Dino muore e i due coniglietti si allontanano perché Martino non riesce a trovare le “parole giuste” per condividere con l’amico la sua sofferenza. Gli viene allora in aiuto la sua mamma e Martino dirà all’amico: “Il vento mi ricorda la tua mamma”. Dino ha uno sguardo così triste che Martino decide di continuare: “Il vento è come la tua mamma, a volte canta, a volte s’infuria e altre volte sa essere tanto dolce. La tua mamma, ora è come il vento: noi non possiamo vederla ma avvertiamo la sua presenza”.

C’è un canto Navayo molto conosciuto che può essere proposto ai bambini più grandi, accompagnandolo da alcune riflessioni, che potrebbe essere : cosa hai provato leggendo queste parole? Dove ti immagini essere il tuo caro?

Il canto recita così:

Non restare a piangere sulla mia tomba. Non sono lì, non dormo.

Sono mille venti che soffiano.

Sono la scintilla diamante sulla neve.

Sono la luce del sole sul grano maturo.

Sono la pioggerellina d’autunno.

Quando ti svegli nella quiete del mattino…

Sono le stelle che brillano la notte.

Non restare a piangere sulla mia tomba.

Non sono lì, non dormo”

 

 

7.2.1 PROPOSTA EDUCATIVA : storia illustrata “Il giorno in cui il mare se ne andò persempre”[20]

 

Il mare è una presenza costante e rassicurante nella vita di Eric, ogni giorno lo guarda allontanarsi per poi ritornare. Tra il piccolo drago e il mare c’è una relazione molto forte e amorevole, come quella tra un bambino e il genitore che si prende cura di lui. Quando il mare se ne va, Eric lo cerca disperatamente ma trova solo un terribile vuoto. Per il piccolo è arrivato un gelido inverno del cuore, Eric si chiude in se stesso e anche verso agli altri, non accetta l’aiuto degli amici, non vuole più avere i sentimenti e vorrebbe assomigliare ad una roccia.

Ma un giorno spunta un fiorellino, e spunta proprio laddove c’è il rifiuto di qualsiasi calore: da una roccia. Per Eric si accende una speranza, quel fiorellino rappresenta la speranza: quella di ritornare a sentire la vita e di non restare più solo. Il piccolo drago quando il fiorellino inizia ad afflosciarsi è preso dal terrore e lo supplica di non morire. Da questo momento in poi Eric ritorna alla vita e, grazie all’aiuto dell’amico Schiuma, si adopera in tutti modi per non fare morire quel fiore sbocciato. I sentimenti belli scaldano il cuore, ne abbiamo bisogno tutti per potere affrontare la vita ogni giorno. Quando i fiorellini finalmente crescono numerosi, il piccolo drago si abbandona in un pianto liberatorio davanti all’amico. Schiuma resta stupito di questo pianto, come accade nella vita reale, dove non si “deve piangere” per mostrarsi forti, e dove l’esternazione dei sentimenti altrui mette a disagio chi li riceve. Ciò che manca nella nostra società è il tempo e il coraggio di ascoltare l’altro e di accoglierlo nel proprio dolore, senza giudizi e timori.

Tuttavia Schiuma vedendo la sofferenza di Eric sa andare oltre i propri schemi mentali e offre consolazione all’amico, che finalmente la accetta. Entrambi i protagonisti hanno attuato una trasformazione dentro la storia di se stessi, hanno compreso che esternare i sentimenti aiuta a stare meglio e che dando ascolto all’altro si costruisce la relazione. Ora Eric non è più solo davanti al suo dolore, è più forte nel proseguire il suo cammino di vita.

La conchiglia che l’amico gli regala riproduce lo stesso identico rumore di quel mare che tanto amava: ascoltando questo suono Eric si rende conto che il mare non è scomparso del tutto, ma continua a vivere dentro di lui attraverso il ricordo.

La fiaba  riproduce tutte le sequenze della elaborazione di un lutto: da uno stadio iniziale di forte sofferenza e chiusura verso tutto, il piccolo protagonista grazie all’aiuto dell’amico attraversa il proprio dolore, fino all’importante ritrovamento di chi si è perso dentro il ricordo e accettarne la perdita.

Il laghetto racchiude simbolicamente tutti i difficili passaggi del lutto di Eric:

-le rocce, simboleggiano il dolore e la chiusura dei sentimenti;

- i fiori, spuntano faticosamente attraverso la roccia e insegnano che se non si ha la volontà di sentire il proprio dolore, si rischia di chiudere il cuore e di non riuscire più ad amare;

-l’acqua, donata dall’amico per non fare morire i fiori, aiuta a capire che con l’aiuto degli altri è più facile attraversare il dolore e costruire qualcosa;

-il laghetto, ha preso vita grazie all’acqua donata dall’amico, assume la forma simbolico del mare proprio per  ricordare ciò che esso affettivamente rappresentava.  

- il cartello, con la scritta “per non dimenticarti mai” Eric fa rivivere il mare attraverso il ricordo. Il piccolo acquisisce la consapevolezza che i sentimenti e i ricordi permangono anche oltre la morte. Egli non ha più il mare, ma ora ha un’altra presenza concreta vicino, quella dell’amico. Un amico che alla fine del racconto lo invita a condividere il caldo della sua casa, un calore che ricorda quello del cuore. Questo invito rappresenta la metafora di una “nuova vita”, che riprende senso proprio a partire dal dolore della perdita.

Con le fiabe i sentimenti più critici possono venire rielaborati attraverso la storia dei personaggi, esse  offrono al bambino la possibilità di vedere proiettate le proprie emozioni nelle vicende altrui. La lettura di una fiaba come Il giorno che il mare se ne andò per sempre consente al bambino di essere coinvolto emozionalmente, e quindi di educarsi alle emozioni, attraverso l’identificazione dei personaggi fino ad arrivare a comprendere che tutto è risolvibile. Una risoluzione che non significa ricomparsa magica di chi è morto, ma una soluzione di altro tipo, che lo aiuti ad andare avanti e a sperare in un futuro meno triste della situazione presente. La fiaba aiuta anche a capire che con la morte cessa solo la vita fisica della persona, ma non il legame di amore e affetto. Il legame dura oltre lo spazio-tempo. Parlare insieme e ricordare la persona scomparsa, consente sia all’adulto che al bambino di sperimentare un continuum tra la vita e la morte.

E’ una racconto che educa ai valori fondamentali come la fiducia, l’affetto e la solidarietà, ma anche al limite dell’esistenza umana. Lottare contro le difficoltà e i dolori della vita prima o poi è inevitabile, ma se non si resta sopraffatti si possono superare gli ostacoli e ricominciare a sperare in un futuro migliore.

 

 

7.2.2. PROPOSTA EDUCATIVA: filastrocca “I tuoi sapori”

 

“Il caffè con lo zucchero, ma solo un cucchiaino,

biscotti secchi e latte macchiato ogni mattino,

il cioccolato amaro, non più di un quadratino,

le caramelle al sapore di menta e rosmarino,

la pasta un poco scotta con tanto parmigiano,

un piatto di risotto con funghi e zafferano,

tisane e camomilla per chiudere la sera,

non solo per l’inverno, ma anche in primavera.

che strano, ma i sapori che amavi tu

son quelli che a me adesso piacciono di più.

Forse perché se mangio ciò che piaceva a te

ti tengo un po’ più forte chiusa dentro di me”

 

 

Anche nelle filastrocche si possono trovare degli spunti interessanti per attivare una sintonizzazione affettiva e per stimolare il dialogo su un evento doloroso o sul ricordo della persona persa. Le filastrocche utilizzano generalmente un linguaggio piacevole, poetico e pieno di immagini, contraltare del dolore che il bambino prova, e quindi possono avere una funzione consolatoria. Evocando immagini ed emozioni possono essere un buon punto di partenza per facilitare la elaborazione di una perdita o di un lutto.

Questa filastrocca racconta in termini di “multisensorialità” quanto rimane dentro chi ci lascia. Le persone e gli oggetti che fanno parte del quotidiano lasciano una memoria emotivo-sensoriale che si accende quando ritorniamo in certi luoghi o quando sentiamo suoni o odori.

La filastrocca sembra raccontare di una nonna, del suo affetto e amore rituale nel preparare i cibi, dove i sapori lasciati ne fanno ancora sentire la calda presenza.  In Proust[21] il sapore della madeleine, riassaporato dopo anni, ricorda al protagonista Swann le giornate d’infanzia passate a casa della zia malata.

Questo episodio, divenuto un classico per la letteratura e la psicologia, ci mostra come la memoria spontanea sia in grado di restituirci sensazioni e sentimenti, rituffandoci nel passato con un procedimento alogico che permette di “sentire” con contemporaneità quel passato e di riviverlo. E’ un procedimento che porta alla vittoria del tempo sulla morte, e ad affermare noi stessi come esseri capaci di recuperare il tempo e con esso le persone amate.

7.3 La narrazione di sé

All’interno della dimensione narrativa si inserisce anche la narrazione di sé.

Un’esperienza per essere tale deve essere narrata. Narrazione e ricordo si rinforzano reciprocamente poiché ricordando diamo vita ai ricordi, e ricordando siamo stimolati a narrare. La narrazione è un’azione che è in grado di dialogare con il passato, che dà vita ad uno spazio mitico in cui le distanze spaziali e temporali si annullano. Ricordando un evento passato o una persona che non c’è più, li si rende eterni e ancora presenti. Ma il passato rievoca anche la morte, poiché ciò che è passato non può più tornare. Di qui l’angoscia mista a piacere con cui il narratore intraprende il suo viaggio.

Raccontando e raccontandoci si da forma a se stessi. L’identità è un costrutto dinamico, essa non precede il racconto ma si crea con il racconto stesso. Nella trama narrativa prende forma una continuità temporale nella quale riconoscersi. Attraverso il racconto è possibile trasformare un evento traumatico e ritornare a se stessi ritrovando un senso di pace interiore e di unione. La narrazione è una attività relazionale, dove la presenza dell’altro è necessaria. Grazie all’ascolto che l’altro offre è possibile esternare i vissuti emotivi e arrivare, attraverso la cooperazione e la condivisione, al superamento della propria visione parziale. Attraverso questo scambio dialogico è possibile arrivare a relativizzare il proprio dolore.

Se si accetta la costruzione dell’identità come costrutto dinamico, essa non è qualcosa che precede il racconto ma che prende forma dal racconto. La narrazione della propria storia è un primo passo molto importante per prendere consapevolezza della propria identità e dei vissuti affettivi e relazionali che ci legano agli altri. Grazie al racconto possiamo conferire significati nuovi al nostro passato, esorcizzando ciò che di doloroso è stato vissuto, e nello stesso tempo, attraverso la memoria, creare un senso di trascendenza.

Oggi predomina una crisi delle strutture collettive che non si pongono più come mediatori nell’incontro tra il singolo e la storia condivisa. Abbiamo detto che manca spesso nel nostro tempo l’esperienza diretta sulle cose, ebbene possiamo dire che parallelamente mancano anche gli spazi per l’ascolto e interlocutori disponibili ad accoglierlo. Se manca la possibilità concreta di socializzare il racconto, l’elaborazione personale e la costruzione di una propria continuità interna diventa più difficile. Attraverso il racconto di sé il bambino può trovare un radicamento nel proprio tempo e accrescere la consapevolezza del proprio essere ed esserci.

Quando c’è stato un lutto si può stimolare il bambino ancora piccolo, oppure il bambino che ha difficoltà a trovare le parole, a raccontarsi attraverso il disegno oppure utilizzando delle mappe cartacee. Il disegno svolge una funzione comunicativa ma anche liberatoria, solleva da angosce troppo grandi per essere contenute. Attraverso il disegno avviene una presa di coscienza che lo libera dalle tensioni. Il bambino quando disegna  spesso pone anche domande all’adulto, e l’adulto deve rispondere con cautela ma sincerità, senza celare la verità.

Le mappe figurate hanno lo scopo di rappresentano le emozioni che comunemente si provano dopo una perdita e sono molto utili nel caso in cui il bambino sia sopraffatto da un sentimento di forte angoscia. Attraverso questi strumenti l’educatore può sondare in modo più intenzionale e mirato la sequenza di sentimenti che prova il bambino colpito dal lutto, e vedere quali sentimenti si siano modificati. Lieberman e colleghe (2007) ritengono molto utili queste attività anche in campo terapeutico, poiché aiutano il bambino ad acquisire e consolidare un “ego osservante”, incoraggiando l’auto-osservazione con il sostegno dell’adulto. Mostrare che è possibile avere due sentimenti contrapposti allo stesso tempo aiuta i bambini a descrivere più accuratamente la propria esperienza emotiva, ad esempio “Oggi sono contento perché è il mio compleanno, ma sono triste perché la mia mamma non è qui a trascorrerlo con me”.

Con i bambini più grandi della scuola primaria e media si può anche proporre di scrivere una lettera alla persona scomparsa: questo permette al bambino di tradurre in parole gli intensi sentimenti di nostalgia e amore che sente e che costruiscono un ponte simbolico con il genitore. Oppure si può invitare i bambini a costruire un libro dei ricordi. Attraverso il libro il bambino narra se stesso e se stesso nella relazione con la persona cara. Il libro, assemblato con foto e disegni, servirà al bambino per esprimere le proprie emozioni, i propri dubbi e incomprensioni sull’evento che è accaduto, e sarà anche un mezzo per fare rivivere la persona scomparsa attraverso il ricordo dei momenti più importanti trascorsi assieme. Il libro acquisterà un grande valore simbolico-affettivo, il bambino tenderà a custodirlo come una cosa preziosa e ad utilizzarlo nei momenti di nostalgia o quando sente il desiderio di comunicare qualcosa a chi non c’è più.

7.3.1 PROPOSTA EDUCATIVA: le mappe figurate

Mappe tratte da “Aiutare i bambini…a superare lutti e perdite” di M. Sunderland.

7.4 La musica

La musica evoca emozioni altrimenti inevocabili. Dall’ascolto della musica emergono sentimenti di nostalgia, di gioia, di speranza, ricordi. Grazie alla musica si amplia la reattività all’ambiente circostante, si promuovono reazioni  che aiutano ad esprimere l’affettività della persona. E’ oramai riconosciuto come il feto, già prima della nascita, sia in grado di percepire esperienze sonore e come queste influiscano sullo sviluppo della percezione corporea e della capacità di relazione. Il battito cardiaco è il primo suono ritmico che il bambino percepisce, il corpo della mamma è una grande cassa di risonanza che accompagna il feto per nove mesi fino alla nascita.

Generalmente la musica che si utilizza con gli adulti e con i bambini, anche a scopo terapeutico, è quella classica. Ancora poco conosciuto nel nostro Paese è l’impiego della musica “ancestrale”. Con questo termine intendo riferirmi in primo luogo a quelle esperienze sonore che si avvalgono di strumenti ad altro potere vibratorio, come il gong e le campane tibetane. Ma anche a strumenti costruiti con materiali naturali come tamburi, conchiglie, legni, gusci di frutti, in grado di riprodurre i suoni di elementi e fenomeni naturali come l’acqua, il vento, il mare, il tuono, la pioggia, il battito del cuore. Nella mia esperienza come gong master ho potuto sperimentare direttamente i benefici di questa musica sia sulle persone adulte che sui bambini.

Si tratta di suoni che hanno il pregio di non trascinare l’ascoltatore fuori dal proprio mondo, ma di aiutarlo a percepirsi, prendendo coscienza del proprio sé corporeo e aiutarlo a stabilire una migliore relazione con se stesso. Nella musica corpo, anima e spirito vibrano all’unisono. Essa agisce sulla capacità espressive, e il ritmo penetra fino ad attivare energie sopite. Stimolazioni sonore, a livello acustico, forniscono al cervello e al sistema nervoso centrale stimoli in grado di generare energia vitale. Il gong e le campane tibetane, oltre ad agire con effetti benefici sul corpo fisico, dimostrano di avere effetti importanti anche a livello cerebrale. Il suono del gong attiva onde cerebrali alfa, theta e delta, inducendo uno stato mentale di profondo rilassamento meditativo. Queste onde permettono di accedere a livelli mentali profondi e attivano processi di guarigione, sincronizzando corpo e mente. Dopo i bagni di suoni (termine utilizzato per indicare l’immersione profonda che avviene nel suono) le persone adulte riferiscono il manifestarsi di emozioni improvvise, di stati d’animo, di ricordi di infanzia o addirittura regressioni più antiche e apparentemente inspiegabili razionalmente. L’effetto liberatorio che si può provare è notevole. Questo consente di “staccare” la mente razionale e di lasciare fluire la parte più inconscia e profonda. Si tratta di lavori che richiedono competenza e delicatezza, proprio per le reazioni a cui possono condurre.

 

 

7.4.1 PROPOSTA EDUCATIVA: Il bagno di suoni

 

Fig. 7.1 Strumenti ancestrali ed etnici

 

Nel mio lavoro di educatore ho usato i suoni anche con i bambini piccoli, i divezzi del nido. Si lavora seduti a terra in cerchio, con al centro tutti gli strumenti di piccole dimensioni a loro accessibili. L’educatore fa sentire i suoni prodotti, stimolando i bambini a raccontare cosa evocano. Il bambino di età compresa tra i due e i tre anni è già in grado di spiegarsi e di pronunciare parole e brevi frasi, quindi riesce a “raccontare”. Il suono maggiormente apprezzato e riconosciuto è quello dell’acqua e della pioggia. Si può allora mettere al centro del cerchio una ciotola piena d’acqua e fare muovere l’acqua con le mani. Questo è molto rilassante, porta quiete ai bambini, quasi si ricordassero del liquido amniotico in cui sono stati prima della nascita. I bambini non vogliono mai smettere questo gioco, e appaiono sereni e armoniosi: mantengono un tono di voce più basso e i movimenti risultano meno agitati.

Da queste osservazioni esterne si può facilmente evincere che i bambini provano emozioni e sensazioni piacevoli a contatto con i suoni e ne traggono beneficio. Solo un bambino, Filippo I. di due anni, in più occasioni, si è mostrato molto spaventato dal suono che emetteva il bastone della pioggia. Con la famiglia non siamo stati in grado di ricostruire quale associazione evocasse al bambino la pioggia, ma era chiaro che si trattava di qualcosa che per lui era molto angosciante, forse la paura di un tuono e di essere lasciato solo in questa paura. Con pazienza e gradualità, facendo sentire a Filippo la dolcezza di altri strumenti sempre legati al rumore dell’acqua, è stato possibile far superare al piccolo le sue paure, fino ad arrivare a poter suonare da solo, senza più timore, il bastone della pioggia. Il bambino ha evidentemente compiuto un percorso interiore, con l’aiuto dell’educatore è riuscito a compiere una trasformazione nei colori delle sue emozioni, ha lavorato attivamente in prima persona, sapendo che non era solo ma che poteva contare sull’adulto.

 

Fig. 7.2 Gong planetario “the Sun”

 

Il gong, specie di grandi dimensioni, ha un potere vibratorio molto forte. Nella mia esperienza personale, nessun bambino si è mai dimostrato intimorito o impaurito. Forse questo non può essere compreso da chi non mai sentito la gigantesca onda sonora di un gong: è un suono spaziale, antico, che penetra in profondità e sembra che attraversi il corpo, lasciando innumerevoli sensazioni ed emozioni. Molti adulti provano senso di soffocamento e oppressione al petto davanti al suono dei gong, oppure reazioni come pianto e forte nostalgia. Io non ho mai osservato episodi di questo tipo sui bambini. Il suono del gong sembra magico per loro, molti chiedono subito di poterlo suonare in prima persona. Anche chi si è dimostrato più intimorito, non mostrava emozioni di paura, ma quasi di rispetto reverenziale.

Legata alla mia esperienze di lavoro con i gong e i bambini, riporto il caso di Matteo F., quando aveva circa 20 mesi. Matteo, a causa del lavoro impegnativo dei genitori, passava molte ore della giornata con i nonni materni e gli era molto affezionato. Il nonno ha avuto problemi di salute ed è stato ricoverato all’ospedale. La mamma un giorno l’ha portato al nido e mi ha chiesto un colloquio personale. Ha voluto spiegazioni su cosa facessimo con i gong all’asilo. Poiché all’epoca Matteo non parlava molto, pronunciava solo poche parole, ciò che aveva colpito la mamma era che quando andavano all’ospedale a trovare il nonno malato, Matteo riusciva sempre a dire con un tono felice “nonno gong”. Mi sono interrogata molto su questo fatto. Il bambino soffriva per l’improvviso ricovero del nonno, anche se non riusciva a dimostrarlo il nonno gli mancava e aveva paura che non tornasse più a casa. Io credo che il suono del gong avesse fatto inizialmente stare molto bene Matteo, tanto da ricordargli le emozioni che provava quando il nonno stava con lui. Quando invece il nonno gli è mancato, il dolore e la nostalgia della sua mancanza avevano preso il sopravvento. Matteo probabilmente ha provato emozioni differenti in tempi differenti: amore per il nonno-sofferenza per la sua perdita. Ma Matteo ha fatto anche qualcosa in più, ha riconosciuto le proprie emozioni proprio in quanto fortemente contrastanti, e ha saputo raccontarle. Dire “nonno gong” con un tono felice ha implicito in sé un lavoro di riconoscimento ed elaborazione emozionale che spinge il bambino a dare un messaggio al nonno, messaggio legato al desiderio di Matteo di riavere il nonno a casa. Parlando al nonno del gong forse il bambino desiderava che potesse guarire ascoltandone il suono e sentendo quelle belle emozioni che lui stesso aveva sentito. Matteo ha sofferto perché il nonno si è ammalato ed è andato via da casa, ma è arrivato ad accettare serenamente questo fatto e a contenere le sue emozioni.

Il suono dei gong porta certamente grandi sensazioni di benessere ai bambini piccoli, altrimenti non si spiegherebbero queste reazioni positive: i piccoli generalmente hanno paura dei suoni molto forti e sconosciuti. Credo anche che i bambini, ancora liberi da un mentale pesante, possiedano un grande intuito e riescano a sentire più degli adulti che le sensazioni belle portano una qualche forma di guarigione. Alessio T., due anni e mezzo, non voleva rimanere a casa dal nido quando era malato, diceva ai genitori che doveva andare all’asilo “a suonare”.

La musica ha un grande potere nel promuovere la crescita e lo sviluppo dei piccoli: la musicoterapia, come noto, sta diventando un tipo di intervento efficace nel trattamento di una varietà di problemi precoci di sviluppo associate con il sottopeso alla nascita, disabilità senso-motoria e disturbi di vario genere. Ho riportato degli esempi, tratti dalla mia esperienza come educatore e operatore del benessere, per sottolineare come la musica sia un linguaggio da utilizzare con i bambini piccoli anche nelle scuole, cioè in quei luoghi deputati alla crescita e alla formazione personale. La musica può preparare all’ascolto interiore e al riconoscimento delle proprie emozioni. In una società emotivamente anestetizzata come quella attuale, dove una anche minima dimostrazione di sofferenza provoca disagio altrui, rischiando di essere interpretata come debolezza, è fondamentale allenare i bambini fin da molto piccoli ad emozionarsi e a non restare sopraffatti dalle emozioni. Ogni società ha sviluppato melodie, canzoni specifiche per i bambini, poiché la musica ha una finalità evolutiva tale da facilitare l’interazione sociale e l’espressione emotiva prima che i bambini acquisiscano il linguaggio.

Per i bambini che hanno subito una separazione forte da una persona amata o un lutto, la musica e i suoni possono servire ad esprimere emozioni soffocate che altrimenti non troverebbero sfogo. In questi casi sono da privilegiare i suoni dolci, come campanelli a vento, melodie vocali e suoni ritmici che attraverso il calore che esprimono rievochino, anche a livello inconscio, il legame d’amore con la persona scomparsa. Questo aiuterà il bambino a sostenere gli aspetti positivi della relazione e a promuovere la sua capacità di recupero.

 


 

7.5 Educazione alla consapevolezza: tecniche sul controllo del corpo e del pensiero

 

In questo gruppo di attività possono essere ricomprese diverse discipline e tecniche, che vanno dalla respirazione, al massaggio, allo yoga, alle arti marziali, al rilassamento. Si tratta di interventi che sono finalizzati ad incrementare la consapevolezza delle proprie percezioni corporee ed emozionali e a controllarle. Alcuni di queste tecniche possono essere utilmente inserite già all’interno di un contesto educativo rivolto alla prima infanzia e all’età scolare, e non solo per finalità terapeutica.

La cultura occidentale, diversamente da altre, ha ritualizzato l’espressione emotiva della gioia e del dolore in manifestazioni che spesso non sono sufficienti per ottenere lo sfogo di quanto si sta provando. Si tratta di forme culturali apprese fin da piccoli e profondamente introiettate. Già da bambini ci si trova quindi in difficoltà nell’esprimere i propri sentimenti e nel considerarli una parte da non negare. Ci sono delle tecniche che fanno leva su questi punti deboli e possono essere di grande ausilio sia come interventi di routine nella proposta pedagogica, sia in caso di forme di sofferenza psicologica già in atto.

Da qualche decennio le ricerche tra scienza e pratiche derivanti dalle tradizioni spirituali orientali hanno dimostrato l’efficacia di tecniche meditative e contemplative sul benessere della persona. Questo interesse si è spostato all’educazione e alla scuola e sono nati dei programmi scolastici di educazione alla consapevolezza. La consapevolezza è uno stato di attenzione e presenza in cui i pensieri e le emozioni vengono osservati nel momento che accadono senza reagire in maniera automatica o individuale.

L’educazione alla consapevolezza è un nuovo e importante sviluppo nell’educazione dei bambini di età scolare dai sei ai dodici anni. Anni di ricerche hanno dimostrato che lo sviluppo della consapevolezza riduce lo stress, il deficit di attenzione, la depressione, le forme d’ansia e l’ostilità, portando ad un benessere emotivo e sociale. Attraverso il processo di focalizzare l’attenzione sul respiro e osservare i propri pensieri andare e venire, i bambini imparano a non reagire automaticamente ad ogni pensiero, e anche se la mente salta incessantemente da un pensiero all’altro, loro non seguono questo salto.

Di fronte ai dubbi di chi non vede di buon occhio insegnare nelle scuole tecniche meditative, Tobin Hart[22], psicologo e studioso di pratiche contemplative afferma: “Aprire la mente contemplativa nelle scuole non è un argomento religioso ma una pratica questione epistemologica….Invitare allo studio della contemplazione include la naturale capacità umana di conoscere attraverso il silenzio, riflettere profondamente, osservare, essere testimone dei contenuti della coscienza. Questi approcci coltivano una tecnologia interiore di conoscenza e anche una tecnologia di apprendimento e pedagogia senza alcuna dottrina o imposizione religiosa, è semplicemente un’attività che serve ad aumentare la concentrazione, l’apprendimento, il benessere individuale e la crescita sociale, e favorire la creatività…” (in www.counselingolistico.it)

L’associazione americana “Inner Kids Foundation”[23] insegna pratiche contemplative nelle scuole pubbliche di Los Angeles e ai bambini che vivono in contesti difficili, vittime di violenze o situazioni di abbandono e attraverso la pratica della consapevolezza li aiutano a venire in contatto con i sentimenti di rabbia e di paura e ad elaborarli. Le attività proposte da Inner Kids tengono conto del differente grado di sviluppo dei bambini e li aiutano a focalizzare l’attenzione e a riconoscere la chiarezza e la compassione come parte integrante del processo di diventare più consapevoli.

La maggior parte delle ricerche che hanno dimostrato come la pratica della meditazione e della consapevolezza dia buoni risultati nella gestione delle emozioni e nello stato complessivo di salute, concernono gli adolescenti e gli adulti.

Le ricerche sulla prima infanzia e sull’età scolare sono a tutt’oggi  trascurate o carenti. Come dice William James[24]: La facoltà di riportare costantemente indietro l’attenzione vagante, è la vera base del discernimento, del carattere, della volontà… Un’educazione che favorisca lo sviluppo di queste facoltà sarebbe l’educazione per eccellenza.

Ma è più facile definire questo ideale che fornire delle istruzioni pratiche per crearla” (Principi di psicologia 1890).

 

 

7.5.1 PROPOSTA EDUCATIVA: il cerchio del respiro

 

La pratica del respiro consapevole è un modo di arrivare alla consapevolezza che attraverso l’atto del respirare noi siamo vivi. Spesso i bambini non sono coscienti di questo nesso, ed è sempre utile richiamare l’attenzione su questo aspetto. Se il bambino è ancora piccolo non comprenderà appieno questo legame logico, tuttavia è corretto iniziare a parlarne, e quando crescerà riuscirà a coglierne appieno il significato: il respiro ci lega alla vita e ci separa dalla morte.

Lo svolgimento di questa attività di gruppo è molto semplice. Si consiglia di eseguirla in un ambiente tranquillo, senza sottofondi musicali, in modo che i bambini possano ascoltare il loro respiro senza distrazioni. La seduta deve avere una durata limitata: i bambini, specie se piccoli, hanno ancora una ridotta capacità di attenzione e concentrazione, d’altronde centrarsi sull’ascolto e il fluire del respiro è un esercizio non semplicissimo nemmeno per gli adulti.

I bambini e l’educatore si siedono in cerchio, le gambe incrociate, le loro mani unite seguendo il flusso dell’energia: la mano sinistra riceve, la mano destra dà. Si iniziano le respirazioni assieme, cercando di mantenere un ritmo armonico e sincronico.

Attraverso l’atto di respirare insieme si apprezza lo stare con gli altri in modo paritario poiché tutti si respira: il respiro è una cosa che accomuna ognuno. Il corpo ritrova la calma dopo le attività frenetiche del gioco, il bambino si abitua ad ascoltare i suoni interni del proprio corpo. Dopo qualche minuto di respirazione si inviteranno i bambini ad alzarsi e a saltare: questo a loro piace molto, gli farà scaricare ulteriormente l’energia accumulata e non si annoieranno. Dopo qualche minuto si invitano i bambini a sedersi ancora in cerchio e ad osservare il ritmo affannoso dei respiri. Attraverso l’osservazione del proprio respiro e di quello altrui il bambino, oltre a percepire se stesso in quanto distinto dagli altri, riconosce che il respiro cambia di ritmo e intensità. Se siamo agitati, perché ci siamo mossi o perché siamo arrabbiati, il respiro si fa più breve e frequente; se invece siamo rilassati e tranquilli il respiro è regolare. In una seduta successiva, si ripeterà la medesima sequenza (cerchio-gioco frenetico-osservazione del respiro) ma aggiungendo una componente. Dopo il momento di gioco e dopo l’osservazione del respiro concitato, si invitano i bambini a mettere una mano sul cuore. Il cuore pulsa più forte dopo il gioco e i movimenti corporei, e i bambini possono agevolmente riconoscerne il battito ritmico.

Partendo dal respiro e dal battito del cuore, l’educatore può arrivare ad introdurre “gradualmente” la tematica della morte. La morte è a livello biologico cessazione del respiro, delle funzioni vitali dell’organismo. E’ un evento che capita a ogni individuo e se ne deve parlare con naturalezza. Quando si è morti non si respira più, il corpo si ferma, il cuore smette di battere. Ognuno prima o poi dovrà morire. Questo può accadere a tutti, o perché si è gravemente ammalati (e sottolineerei la differenza tra essere ammalati in modo non grave e le malattie gravi), perché si fa’ un incidente pericoloso o perché si diventa vecchi (farei il paragone con un automobile o un giocattolo: quando è nuova funziona bene, quando diventa vecchio le parti non funzionano più bene). Eviterei di parlare del suicidio con i bambini fino a circa 10 anni di età: legare la vita alla volontà è un concetto non semplice da comprendere, inoltre in caso di morte di un care giver potrebbe fare scattare nel bambino il desiderio di morire per imitazione. Con queste semplici ma chiare spiegazioni dette con disinvoltura, il bambino ne coglierà l’aspetto “naturale” e nello stesso tempo “inevitabile”.

L’adulto osservando le reazioni dei bambini e il loro grado di coinvolgimento potrà decidere se soffermarsi ancora sull’argomento, oppure se rimandare ad altra occasione. In questi processi educativi è necessario procedere con molta cautela, ripetendo i concetti affinché vengano assimilati e integrati nel modo più adeguato per ognuno.

 

 

 

7.5.2 PROPOSTA EDUCATIVA: “la casetta magica”, per iniziare a parlare ai bambini del viaggio dell’anima

 

Nel mondo occidentale pensiamo di sapere tutto sul corpo, sul suo funzionamento. La scienza moderna lo ha analizzato e descritto fin nei minimi particolari. La scienza tuttavia tende ad identificare nel corpo l’intera entità umana, come se tutto, dai pensieri alle sensazioni e alle impressioni interiori, sia dovuto alla natura del corpo fisico. Oggi si tende a dare eccessivo rilievo al corpo, alla sua bellezza e longevità, quasi a dimenticare che nell’uomo esistono altre componenti meno tangibili. Identificare l’uomo solo con il corpo fisico non spiega la sua volontà, la sua personalità, le sue emozioni.

Se l’educatore si senta pronto dal punto di vista emotivo e spirituale, può spingersi ad un livello superiore e fare comprendere ai bambini che l’uomo non è composto solo di corpo e di parti tangibili. Tralasciando il concetto di spirito (spesso di difficile comprensione anche per gli adulti), tuttavia si può dire ai bambini che noi abbiamo il corpo e l’anima. L’anima è la nostra personalità, è il nostro Io che sperimenta, è la somma delle nostre esperienze, è il tramite tra il mondo materiale e il mondo divino. L’anima (dal latino anima, connesso con il greco anèmos “soffio”) è tipicamente associata al respiro, da cui deriva la sua etimologia, è riconosciuta in molte tradizioni spirituali e religioni come una parte separata dal corpo.

Certamente per i bambini ci sono dei concetti che contengono un elevata carica di astrazione e che non possono essere compresi appieno, quindi è utile semplificare i concetti con degli esempi.

Il corpo ci serve per camminare, mangiare, giocare, vedere, odorare, toccare, ascoltare e fare tutte le cose che piacciono. E’ un grande strumento, grazie al quale si può conoscere il mondo circostante. Si può dire ai bambini che l’anima è come una “casetta magica” che non si vede ma che esiste e sta sempre vicino a noi.

E’ una casetta dove abitano tanti inquilini: i pensieri, i sogni, le gioie, i dolori, le paure, le esperienze che si fanno durante l’arco della vita, i ricordi. A volte questa casetta è triste perché dentro si sta stretti, e non si aprono porte e finestre per fare entrare il sole. Quando i bambini aiutano ad aprire porte e finestre, la casetta diventa felice. Finalmente le emozioni e i pensieri più brutti possono uscire e fare posto a nuove emozioni e a nuovi pensieri, sempre più belli e luminosi.

La casetta-anima è magica, non invecchia mai e non muore, vive anche quando il corpo fisico muore. Quindi quando una persona non respira più il suo corpo muore, viene fatto il funerale e la sepoltura, ma l’anima rimane e anche se non si vede continua a vivere. Quando ci si sente soli perché una persona cara ci ha lasciati, si può invitare questa casetta ad entrare un po’ nel proprio cuore: è così che i ricordi belli che avevamo con chi è morto restano dentro di noi e ci rendono ancora felici.

E’ un altro modo di stare vicini, un modo che appartiene a mondi “altri”, come quello fantastico che piace ai bambini o quello dei mondi spirituali, essendo molto incerto individuare dove finisce l’uno e dove inizia l’altro.

Se si vuole approfondire il percorso di educazione alla morte, specie con i bambini un po’ più grandi, si può dire che quando una persona muore la sua anima va in un’altra vita. Non si sa come sia questa nuova vita e in quale luogo si svolga, perché finora nessuno è tornato per raccontarlo, ma forse un giorno qualcuno lo farà. Tante persone credono che sia una vita ancora più felice e gioiosa di quella terrena, dove tutti si amano e si aiutano vicendevolmente quando ci sono dei problemi. Queste spiegazioni saranno consolatorie per il bambino, egli non sarà messo davanti ad un qualcosa di sconosciuto che può percepire negativamente. Alimentare il desiderio di speranza in qualcosa di sempre migliore è una scelta non solo educativa, ma anche con forti valenze etico-solidali in vista del raggiungimento di un bene comune. Un bene che prima di rivolgersi all’esterno, cresce e si rafforza dentro i mondi interiori di ognuno.

Questi primi semplici approcci iniziatici alla morte e all’eterno viaggio dell’anima, se raccontati dall’adulto con sincera convinzione ed entusiasmo, possono aiutare ad accettare con più facilità le separazioni dalle persone amate. Qualunque sia la posizione religiosa della famiglia e del contesto socio-culturale, anche nel caso che i genitori siano atei, il bambino ha sempre estremo bisogno di sapere che la morte non è una fine assoluta. Quando crescerà avrà poi tutto il tempo per crearsi una propria visione spirituale della morte, ma adesso associare la morte alla fine di ogni cosa sarebbe troppo angosciante da sopportare. Concettualizzare la morte senza un credo religioso risulta più difficile, sia per l’adulto che per il bambino. La morte diventa più dura da accettare perché non sussiste una giustificazione.

Se la famiglia è religiosa, con molta probabilità trasmetterà ai figli il proprio credo. L’educazione religiosa, quando è trasmessa con convinzione dall’adulto in quanto egli stesso ci crede in prima persona, permette di dare alla morte un significato adattivo che aiuta a dare un senso a questo evento. Questo significato può essere presentato anche al bambino, sdrammatizzando la situazione e ipotizzando un “aldilà” come luogo felice dove ci si ritroverà tutti assieme. Questa idea del dopo vita appare certamente consolatoria.

Quando l’educatore intraprende un cammino di educazione alla morte, è importante che rispetti l’impostazione religiosa scelta dalla famiglia, e sappia contemporaneamente trasmettere ai bambini l’importanza della libertà di pensiero che ogni uomo possiede. Poiché non esistono delle verità assolute, sarà trasmesso al bambino anche il rispetto della diversità che gli permetterà di accogliere gradualmente spiegazioni discordanti da quelle avute e di sviluppare una mentalità flessibile.

 

 

CONCLUSIONI

 

Ho condotto questa trattazione con serenità interiore, è stato un percorso che mi ha arricchito come educatore e come individuo. Ho approfondito una tematica complessa e delicata, quella della morte, uscendone maggiormente rafforzata.

A ogni uomo, nei vari ruoli che la vita gli chiede di interpretare, capiterà di doversi confrontare con tematiche dolorose come la morte.

Quando la morte tocca un bambino, genitori ed educatori non devono avere paura di affrontare il tema della morte.

Solo se l’adulto ha fiducia in sé e nelle capacità del bambino di comprendere, può aiutarlo a trasformare un evento negativo come la morte in una tappa importante e positiva per il suo sviluppo.

Nel confrontarsi con la morte i bambini fanno esperienza di emozioni forti e pensieri complessi che mettono alla prova la sua relazione con l’adulto e il suo bisogno di conoscenza. I silenzi e le spiegazioni fantasiose li lasciano soli e smarriti. Attraverso le domande che pone sulla morte, il bambino si interroga sulla vita, su se stesso, sulla propria storia familiare e diventa più cosciente del proprio posto nella società.

Si è visto come la morte ai nostri giorni sia diventata impensabile o eccessivamente spettacolarizzata. Ma essa ci riguarda tutti, grandi e piccoli.

Parlare ai bambini della morte li prepara a capire la vita e la realtà che li circonda. Educare al “limite” della finitudine della vita sin dalla primissima infanzia in termini preventivi, aiuta i bambini a reagire in modo meno traumatico agli eventi gravi che la vita riserva.

Quando si perde una persona cara l’equilibrio psicologico cambia, si prova turbamento e sofferenza. I bambini non vivono in un mondo protetto, anch’essi provano smarrimento e dolore: il lutto viene a colpire le loro certezze interiori e il loro ambiente di vita.

Per poter educarsi ed educare alla morte, l’adulto deve liberarsi anzitutto dalla propria inibizione comunicativa e sapere offrire ai piccoli degli strumenti adeguati ed efficaci per elaborare ciò che sente.

In questa sede si sono passate in rassegna molteplici proposte che un educatore può attuare, utilizzando diverse tipologie di linguaggi espressivi. Lo scopo è di aiutare i bambini ad affrontare le proprie emozioni, trasformando anche un’esperienza dolorosa come il lutto in un’occasione di crescita e riflessione.

La comunicazione, resa più fluida e fruibile attraverso i vari linguaggi espressivi, e la costante vicinanza dell’educatore, guida sicura, possono aiutare il bambino ad esprimere le emozioni forti che sente e attenuare il senso di vuoto e angoscia.

Credo che la scuola, nel suo ruolo di agenzia educativa, dovrebbe riflettere sul vuoto pedagogico che oggi esiste sul tema della morte e iniziare a pensarla come “argomento” di educazione.

La morte rappresenta ancora, e tristemente, un buco nero nel nostro impianto educativo. Quando le necessità contingenti impongono di dover affrontare la morte, gli educatori purtroppo si trovano sovente disarmati e impreparati, incapaci di parole e azioni che sappiano accogliere e contenere il dolore dell’altro.

Educare alla morte richiede alla scuola di organizzare spazi di riflessione e accompagnamento, specie verso chi è vittima di un evento grave come la morte di una persona amata. Una scuola che educa deve progettare pratiche e momenti che diano “parole” ai bambini, che li accompagnino a familiarizzare con il concetto di morte e che preparino ad una elaborazione personale e condivisa del dolore e delle emozioni. Solo allora l’educazione diventa pensabile come quella regione di contatto tra il mondo esterno e il mondo interno: luogo dove avviene l’incontro tra richieste cognitive e bisogni affettivi, tra cose reali ed immaginario infantile, attraverso modalità di sostituzione simbolica e di sperimentazione operativa. E l’educatore deve saper creare questo terreno di incontro.

La riflessione educativa e la pratica pedagogica possono offrire spazi e strumenti per elaborare i cambiamenti che la vita pone davanti, e non continuare a scegliere la via della distrazione. La scuola può fare anche qualcosa in più: divenire portavoce del bene e della vita come ideali da perseguire all’infinito, creando contemporaneamente nell’individuo la consapevolezza che comprendere la morte è un processo di educazione continua, che non giunge mai a compimento.

 

 

RINGRAZIAMENTI

 

Rivolgo i miei ringraziamenti a tutte le persone care che in questi anni mi hanno incoraggiata e aiutata nello studio, la mia famiglia, gli amici, i colleghi di lavoro.

Un ringraziamento particolare al mio relatore la prof.ssa Bastianoni Paola, la quale coraggiosamente mi ha proposto di trattare una tematica complessa e delicata come la morte, che io coraggiosamente ho accettato.

Ringrazio “i bambini” che ogni giorno con tanto amore mi fanno vedere i miei limiti e mi indicano pazientemente la via più bella, facendomi sentire pienamente nella vita.

Ringrazio tutti i fratelli di luce che mi sono stati sempre vicino, mi hanno dato la forza di proseguire nei momenti più difficili, ricordandomi che ciò che non è visibile agli occhi è comunque visibile al cuore.

 

 

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[1] Platone è il primo filosofo che cerca di dare una spiegazione metafisica all’immortalità dell’anima. Platone in questo senso va oltre Socrate. Socrate aveva distinto anima e corpo: l’uomo è la sua anima, il corpo dell’uomo è lo strumento di cui l’anima si avvale. Per Platone l’anima porta in sé il vivere in qualsiasi cosa entri, poiché ciò è ad essa connaturato.

[2] Fiume infernale che scorre nel regno dei morti, in Teogonia di Esiodo, dove si narra la nascita degli dèi greci.

[3] P. Ariès (1975), Storia della morte in occidente, Milano, BUR

[4] A.F. Lieberman-N.C.Compton-P.Van Horn-C.Ghosh Ippen (2007), Il lutto infantile a cura di R.Cassibba-G.C. Zavattini, Bologna, il Mulino.

[5] F. Campione (2012), La domanda che vola. Educare i bambini alla morte e al lutto, Bologna, EDB.

 

[6] Il Simposio, noto anche come Convivio, è uno dei dialoghi più famosi di Platone. Nell’opera il filosofo espone attraverso alcuni esponenti intellettuali ateniesi, la propria teoria su Eros (Amore)

[7] Per Winnicot l’esperienza transizionale, di cui fanno parte gli oggetti transizionali, è una fase evolutiva dello sviluppo umano che permette al bambino di ammortizzare il passaggio dallo stadio dell’onnipotenza soggettiva a quello della realtà oggettiva condivisa, senza esserne traumatizzato. Rappresenta una sorta di luogo psichico che rappresenta l’unione con la madre ma ne permette anche l’autonomia e il distacco da essa.

[8] S.Freud, L’elaborazione del lutto, Scritti sulla perdita a cura di Albero Luchetti (2013), Milano, BUR Rizzoli.

[9] M.Klein (2006), Alcune considerazione teoriche sull’importanza della vita emotiva del bambino nella prima infanzia in Scritti 1921-1958, Torino, Bollati Boringhieri.

[10] J.Bowlby (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano (traduzione it.1982), Cortina.

[11] E.A.Grollmann (2002), Come trovare le parole giuste: un dialogo tra figli e genitori, Milano, RED edizioni.

[12] G.Genovesi (2012), Principium Educationis, Roma, Anicia.

[13] Per J.Dewey l’esperienza si basa sul rapporto uomo-ambiente, l’uomo non è spettatore involontario ma interagisce con ciò che lo circonda. Il pensiero dell’uomo nasce dall’esperienza, quest’ultima intesa come esperienza sociale. L’esperienza educativa deve quindi partire dalla quotidianità nella quale il soggetto vive, successivamente ciò che è stato sperimentato deve assumere una forma più organizzata.

[14] Rielaborazione della scheda Le camminate del ciclo di vita” in Perchè non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto di A.Pellai-B.Tamborini (2011), Torino, RAI Erickson.

[15] Osho (2013), Dang Dang Doko Dang, New Deli, Penguin books India Pvt.

[16] M.Varano (2005), Tornerà? Come parlare ai bambini della morte, Torino, EGA.

[17]  W. Erlbruch, artista tedesco, scrive e illustra racconti che raccontano con semplicità e bellezza i grandi temi della vita, i suoi libri sono stati tradotti in moltissimi Paesi.

[18] L’anatra, la morte e il tulipano, (2007), Roma, E/O collana il Baleno.

 

[19] A. Bretron (2001), Una mamma come il vento, Milano, Motta Junior collana I melograni.

[20] M. Sunderland (2006), Il giorno in cui il mare se ne andò per sempre, illustrazioni di Nicky Armstrong, Trento, Edizioni Erickson.

[21] L’episodio della madeleine è narrato nella parte iniziale della Strada di Swann, il primo dei sette romanzi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust scritto tra il 1909 e il 1922. In questo brano Proust descrive lo sforzo per fare riaffiorare dalla profondità dell’inconscio situazioni ed eventi che sembravano cancellati per sempre, ma che la nostra memoria registra e conserva, anche se solitamente sfuggono alla coscienza.

[22] T.Hart è uno psicologo statunitense, egli apprezza gli approcci interdisciplinari. Nelle sue numerose pubblicazioni si occupa di educazione ed evoluzione umana, integrando aspetti spirituali, psicologici e sociali.

[23] Il programma di Inner Kids è rivolto ai bambini ma anche alle famiglie, una rassegna delle attività proposte e dei metodi si trova sul sito www.susankaisergreenland.com/inner-kids-program-htlm e in La consapevolezza dell’educazione di Eugenio Bacchini in www.counselingolistico.it

[24] Per W.James l’attività psichica è considerata un flusso di coscienza che andrebbe studiato nella sua immediatezza, al di là delle sovrastrutture concettuali.