La vera morte è non amare nessuno

Published on: Author: admin
desert-279862_1920

E’una prospettiva cristiana cattolica quella sulla morte che condivido con voi oggi. Il cristianesimo ha cercato di fornire tante risposte sulla vita e sulla morte, molte delle quali, ad ogni buon conto, accompagnano le riflessioni di credenti e non credenti a riguardo. Su Famiglia Cristiana è stata pubblicata una lettera alla quale è stata data una risposta interessante. Una signora scrive: “Il mio più grande desiderio è di parlare con qualcuno della morte, questo grande mistero, questa grande paura che mi porto sulle spalle da quando ero piccola (ora ho 64 anni) e che diventa sempre più pressante intanto che la mia vita si accorcia. Sarà perché ho perso il padre da piccola, sarà che invecchiando le file si accorciano e ho visto morire tante persone vicine e non, ma come convivere con l’ idea della morte? Dopo davvero ritroveremo i nostri cari? Davvero la misericordia di Dio è così grande da perdonare tutti i peccati che ho commesso nella mia vita e che nonostante le confessioni non riesco a perdonare a me stessa?” Sono queste le domande angosciate che, spesso, molti noi, al di là della confessione religiosa, portano dentro si sé. Questa la risposta: “Vengo ora alle tue domande, invitandoti prima di tutto ad avere sempre fiducia in Dio, che è davvero come un papà che ci vuole bene. È la nostra fede che ce lo confermaSono tanti i passi della Bibbia che ci invitano a confidare nella misericordia del Padre, nonostante i peccati che possiamo aver commesso. Ricordo solo alcuni testi di san Giovanni. Gesù ha detto: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Giovanni 3,16-17). Nella sua prima lettera leggiamo invece questa straordinaria definizione: «Dio è amore; chi rimane nell’ amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (4,16). Ma prima c’ è quest’ altra definizione di Dio, di grande consolazione: «Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (3,20). Per capirne il senso bisogna leggere i versetti precedenti: l’ apostolo ci invita ad amare tutti, non con la lingua, ma «con i fatti e nella verità». Questo rassicurerà il nostro cuore, «qualunque cosa esso ci rimproveri». Un’ espressione simile si trova nella prima lettera di Pietro: «Conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati» (4,8). Come si può convivere, allora, con l’ idea della morte? Pensando che la vera morte non è la fine della nostra vita biologica, ma non amare nessuno. La morte fisica è solo un passaggio che Gesù risorto ha aperto a tutti noi verso la vita piena, che è la comunione d’amore con Dio. Ma questa vita vera e piena inizia fin d’ ora quando amiamo i fratelli. Lo spiega bene ancora san Giovanni nella sua prima lettera: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (3,14)”. Credo che questo scambio epistolare rifletta i grandi bisogni della società di oggi. A volte la paura della morte nasconde molte domande ed incognite sulla vita stessa. Abbiamo molti conti in sospeso, in questa società individualista, a volte del tutto incapace di tendere lo sguardo, per non dire la mano, verso chi si mostra in un’ oggettiva condizione di svantaggio e disperazione. A volte, si tende ad attribuire molto più significato alla morte di quanto si attribuisca alla vita. Quella vita di cui, però, abbiamo unica vera certezza, quella vita che davvero non costituisce un mistero nella sua opportunità di essere spesa non unicamente per se stessi. La prospettiva cristiana, in un tempo di bilanci come questo che ci avviciniamo al Natale, può farci riflettere sul fatto che ciò che spaventa, anche se non ne siamo consapevoli, non è la morte dopo di noi, ma la morte in noi. Moriamo ogni volta che cediamo all’egoismo, alla fatica di sostenere lo sguardo di chi ha perso tutto, anche a causa della nostra smania di consumismo e comodità. Moriamo ogni volta che consideriamo la nostra esistenza superiore a quella degli altri esseri umani.