Pietà

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pietà

 Regia: Kim  Ki-duk

Genere: Drammatico

Interpreti: Lee Jung-jin, Jo Min-soo, Woo Gi-hong, Kang Eun-jin, Jo Jae-ryong

Origine: Corea Del Sud

Anno: 2012

Trama: Kang-do, insensibile e crudele, recupera i crediti per conto di un potente strozzino torturando fino alla morte le sue povere vittime. Un giorno, una donna che dice di essere sua madre, irrompe nella sua vita e gli chiede perdono per averlo abbandonato. Kang-do prima di fidarsi della donna la sottopone a numerose prove ma, col tempo, accetta che sia proprio lei la madre che lo ha abbandonato. In realtà la donna porta con sé un drammatico segreto: anche il suo amato figlio è stato ucciso da Kang-do ed ora la sua vendetta consiste proprio nel trasformare Kang-do da carnefice a vittima dell’immenso dolore che ha seminato.

Recensione: Kang-do è un trentenne solitario che lavora per uno strozzino, la sua missione è recuperare il credito maturato in esponenziali interessi dai poveri debitori della zona, tutti lavoratori in stato di precarietà economica. Crudeltà e sadismo alimentano le azioni del giovane sino a quando un giorno gli si presenta dinanzi a lui una donna che sostiene di essere sua madre. Il rifiuto del figlio abbandonato, cresciuto in solitudine e in disaffezione con il mondo, presto lascia spazio a un bisogno innato di fanciullesca maternità. Il carnefice, il macellaio, quello che soltanto il giorno prima regolava i conti mutilando e storpiando poveri innocenti, d’improvviso viene domato dal bisogno di raccogliere tutto ciò che sin dall’infanzia non gli era stato concesso. Kim filma con fervore una parabola sul capitalismo estremo e sulle conseguenze che questo riflette sulle relazioni umane e interfamiliari. Adottando una messa in scena che sfiora più volte la tragedia greca, il regista si sofferma su un sentimento di pietà che sgorga dalla società contemporanea, soggiogata da violenza e soprusi e che trova nel dio denaro l’origine e la fine di tutte le cose. Inevitabilmente il titolo dell’opera si ricollega al capolavoro di Michelangelo, come testimoniato da una delle immagini di locandina, un’immagine che abbraccia il dolore e la sofferenza dell’umanità intera. La regia vivace ed eclettica non cade mai vittima del virtuosismo più sfrontato, anzi, aiuta il regista a non prendersi sul serio pur analizzando concetti importanti e di denuncia. Ecco allora che ironia ed egocentrismo fluiscono costantemente, tra una gamba fracassata e un braccio mozzato c’è posto per più di un sorriso, irrisione crudele, forse, di un mondo che non accetta il fatto di prendersi mai seriamente e che è destinato a non cambiare le sue radici, quelle insite nella natura di un uomo come l’avidità, la violenza o la vendetta. Imperfezioni di scrittura si ravvisano con facilità ma i colpi di scena non mancano e questo basta per coinvolgesi totalmente nel nuovo progetto del cinquantaduenne coreano.