Riflessioni sulla morte di Don Luciano Cantini

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“Non molto tempo fa ho accompagnato un amico al cimitero. Non era più giovanissimo ma in buona salute, con la moglie era in una casetta in montagna quando di notte un infarto gli ha chiuso gli occhi per sempre. Aveva lasciato detto che il suo corpo fosse cremato, così per la prima volta sono andato al crematorio al Cimitero dei Lupi, non mai avuto occasione, non sono un frequentatore di cimiteri: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt 8,22) ha detto Gesù. Le persone che ho amato le porto con me tutti i giorni e andare a visitare il luogo della conservazione dei loro resti biologici non è tra i miei interessi. Quando per diversi motivi sono andato nei cimiteri cittadini avevo fatto l’abitudine a un ordine caotico, con tutte le tombe in fila una accanto all’altra, una sopra l’altra; tra quelle tombe troviamo l’abbandono con vasi vuoti, i fiori secchi, il vento che si è divertito a lasciare traccia del suo passaggio ma anche la stravaganza di girandole al vento, di fiocchi colorati, alberi di Natale, troviamo l’abbondanza di fiori freschissimi, o artistiche composizioni di fiori di plastica, un po’ di buon gusto e tanto kitsch. Poi sgabelli, scalette, scope, secchi… un armamentario di cose diverse che i frequentatori di quei luoghi lasciano lì per il giorno successivo. La parola cimitero significa “Luogo del riposo” e credo che dovremmo rispettare di più questo riposo. Invece non è così, è diventato il luogo delle esternazioni, spesso di degrado e, con la necessità di posti, il riposo è interrotto da esumazioni e nuove collocazioni. Arrivando nel giardino davanti al crematorio ho avuto l’impressione di un luogo assai curato dove il rispetto della morte si traduce in vita. Ci sono grandi libri in bronzo con incise frasi che aiutano a pensare alla preziosità della vita proprio lì dove giunge al compimento, alla ricapitolazione del tutto, quando arriva sulla soglia del tempo e sta immergendosi nella eternità. Perché in fondo questa è la morte: l’attimo in cui nel passaggio dal tempo al “non tempo” tutta la nostra vita, le nostre azioni, i nostri pensieri, le paure, i desideri, le sconfitte, le gioie e le sofferenze, come un fiume in piena arrivano e finalmente si liberano nel mare dell’eternità. Mi ha colpito, all’interno del crematorio, nell’angolo della saletta di commiato e di attesa l’immagine del Crocifisso. È scolpito nel legno d’ulivo, l’artista più che modellare il legno si è fatto condurre da quel tronco, dalle sue venature, contorsioni… la storia di quella pianta continua ad esprimere e raccontare. Tra tutti i piegamenti, le storture, gli arzigogoli del legno c’è una fessura, ampia che attraversa il corpo del Cristo. Ecco, quel legno ci racconta l’amore di Gesù, il suo cuore è spalancato, è un invito ad entrarvi, attraversarlo e andare oltre. Perché se l’amore ci conquista non ci rende prigionieri ma ci libera: la morte è la vita liberata”. Trovo commovente questa riflessione di Don Luciano Cantini, a pochi giorni dalla commemorazione dei defunti. E’ proprio vero come, soprattutto in questi pochi giorni all’anno, il luogo del riposo per eccellenza si trasformi in luogo di incontro, in cui a volte pare in primo piano la cura delle tombe rispetto alla cura delle anime di chi è andato e di chi resta. Comunque sia, mi piace pensare a queste giornate come all’occasione per ricordare a tutti il valore che la morte può avere nei termini della dimensione del ricordo e dell’importanza di alimentarlo in chi è ancora vivo e nelle generazioni future. Io appartengo ad una di quelle famiglie che nei giorni della commemorazione dei defunti “veste le tombe a festa”. Lo faccio per me stessa, ma anche per continuare a far vivere una tradizione, una cura ed un amore che i miei genitori ed i miei nonni mi hanno trasmesso. Quei fiori e cartoline votive parlano della nostra storia di amore che non si spegne mai, non importa quanti anni siano passati. In America Latina il “die de los muertos” è il giorno della famiglia, quella sulla terra e quella in cielo. La morte è vita liberata, dice don Luciano. La morte può essere ponte eterno, un filo invisibile che lega tutti coloro che si sono amati in vita. Lo dimostra un fiore, una preghiera, un crocifisso. In qualunque gesto si creda, è comunque un gesto d’amore.