Se non ci fossero bisognerebbe inventarli

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Nella nostra società post-mortale come la definisce Celine Lafontain nel suo Il sogno dell’eternità, Medusa editore, sembra la la morte e il morire siano sempre più qualcosa da combattere e sconfiggere una volta per tutte, qualcosa che è meglio neanche nominare come il cancro, il suicidio o l’incesto. Un vero e proprio tabù insomma. Eppure in molti modi nella nostra società morte e morti vengono nominati a patto che il discorso verta su alcuni aspetti come i santi e gli eroi, la paura e la disciplina. Insomma quei casi per cui se i morti non ci fossero bisognerebbe inventarli.

Da sempre nella società i morti sono evocati per utili o futili motivi. Ovviamente ci sono gli eroi ma anche i grandi pensatori. Certamente i condottieri ma non mancano i richiami ai grandi simboli del male come ad

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esempio i serial killer, alcuni dei quali sono diventati delle star, ad esempio come Jack lo Squartatore (Jack the Ripper). Scrive Simone Fontana «Da qualche tempo i serial killer sono diventati un argomento particolarmente frequentato dalla cultura pop, tanto da trasformarsi in un vero e proprio topos della serialità televisiva, che ha attinto a piene mani dalla cronaca per dare vita a produzioni di successo come Mindhunter e Manhunt: Unabomber.» (Simone Fontana,  I 50 serial killer più famosi della storia, Wired.it, 23/03/2020)

Ovviamente andrebbe aperto un capitolo a parte per i santi, dei loro resti si è fatto spesso commercio e sono stati disarticolati e distribuiti ai diversi interessati. Nel 2017 si è reso necessario regolamentare la faccenda come rende noto il quotidiano L’Avvenire con un articolo a firma di Enrico Lenzi: « Al capitolo II della seconda parte si parla anche del prelievo di frammenti e confezione di reliquie. Ribadito che non è consentito lo smembramento del corpo, possono essere prelevate piccole parti o frammenti che siano già separati dal corpo. [..] L’Istruzione conferma che sono assolutamente proibiti il commercio e la vendita delle reliquie, nonché la loro esposizione in luoghi profani o non autorizzati». (Enrico Lenzi, Nuove regole per le reliquie: proibiti il commercio e la vendita, Avvenire.it, 16/12/2017)

Il culto delle reliquie ha origini lontane, e il corpo dei santi, spesso macabramente fatto a pezzi, era prezioso per la religione come per l’economia della chiesa o convento. «In Francia, ironizzava un monaco vissuto intorno al 1100, si veneravano ben tre teste di san Giovanni Battista. In effetti, fin dalle sue origini nel IV secolo, il culto delle reliquie (il termine viene dal latino e significa letteralmente «resti») aveva avuto un crescente successo. La convinzione che la semplice vicinanza a un frammento del corpo di un santo o a un oggetto che era entrato in contatto con un santo garantisse un rapporto diretto con il sovrannaturale e assicurasse ai fedeli una speciale protezione era universalmente diffusa nel mondo cristiano» (Giardina, Sabbatucci, Vidotto,  Tra fede ed economia: le reliquie,  Laterza & Figli, Roma-Bari, 2010)

In questo periodo difficile causato dal virus Covid 19 e dal conseguente lockdown i morti erano quotidianamente raccontati dai media. Le immagini della fila di camion militari che trasportavano le bare sono state una rappresentazione inimitabile dell’utilità dei morti per convincere le persone a seguire le indicazioni del comitato scientifico e del governo. Ma la paura della morte, sempre strumento utile a chi deve governare, veniva evocata ogni sera alle 18 durante la conferenza giornaliera in cui si elencavano regione per regione il numero delle persone decedute. Insomma la morte entrava nelle case di tutti gli italiani per mezzo di TV, stampa e internet procurando non poco disagio in particolare alle persone meno provviste di strumenti critici per valutare le notizie che venivano date. Ma ci sono stati anche coloro che si facevano interpreti del pensiero dei morti, come in modo più “professionale” hanno sempre fatto i medium: «Il Coronavirus è una bestia terribile che ha fatto 30mila morti nel modo più vigliacco ma noi non siamo dalla parte del Coronavirus quando diciamo di riaprire, onoriamo quei morti. La gente di Bergamo e Brescia che non c’è più, se potesse parlare ci direbbe di riaprire». C’era chi ha riscoperto le cerimonie in cui annualmente si rende onore ai militari caduti in guerra e a quelli che non hanno avuto neppure un nome sulla lapide, riproponendole per i morti colpiti dal virus: «Oggi abbiamo compiuto un atto bellissimo: è come se tutta Italia si fosse raccolta intorno alle famiglie dei nostri concittadini morti come se fossero in guerra». Un capitolo a parte si dovrebbe scrivere per i morti speciali di questo periodo, quelli caduti nello svolgimento del proprio dovere: gli operatori sanitari, gli eroi del periodo. «A tacitare le coscienze e il bisogno di verità non può bastare il pubblico, corale, entusiastico omaggio quotidiano a medici e infermieri. Non può bastare la copertina di Times dedicata a un anestesista italiano. È vero, sono eroi e i loro sacrifici li abbiamo davanti agli occhi in ogni momento. Gli eroi però meritano rispetto, perché incarnano i valori in cui ci riconosciamo, perché sono in qualche modo un ponte con il Cielo. Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, sentenziava Bertold Brecht e infatti in questo momento non siamo affatto un popolo beato: come potremmo esserlo, con questa vita di paure in cui siamo tutti più soli? »

Concludo qui questa breve carrellata su quanto i morti se non ci fossero bisognerebbe inventarli in quanto nelle loro diverse rappresentazioni, simboli che promuovono valori o evocano paure, sono da sempre utilizzati nella società. Per questo possiamo dire evviva i morti, se e quando servono.