Silent Souls

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silent soul

Regia: Aleksei  Fedorchenko

Genere: Drammatico

Interpreti: Igor Sergeev, Yuriy Tsurilo, Yuliya Aug, Viktor Sukhorukov, Ivan Tushin, Olga Dobrina, Leisan Sitdikova

Origine: Russia

Anno: 2010

Trama: Miron, il proprietario di una cartiera, perde la moglie e decide di darle sepoltura rispettando le antiche usanze dei Merja, un’antica etnia di una remota regione della Russia. Per raggiungere il luogo della cremazione del corpo e della conseguente dispersione delle ceneri nelle acque del fiume, Miron compie un lungo viaggio in macchina accompagnato da Aist, un suo fidato dipendente. Durante il viaggio, proprio rispettando le antiche usanze dei Merja, rivela all’uomo i particolari più intimi della vita dell’amata moglie.

Recensione: Del presente in senso stretto non si può parlare che è già passato.
Detto in maniera più brutale, il presente è soltanto apparenza.
L’identità di una persona, le sue aspettative, le ipotesi sul futuro, compreso il tempo che verrà dopo la morte, attingono dall’esperienza, dalle sue origini più profonde.
Senza conoscere le sue origini, l’essere umano non può fare a meno di perdersi. La verità sta nel passato e il futuro è una strada che ci ricongiunge ad essa. Silent Souls si apre con l’inquadratura di un uomo, di spalle, che pedala in mezzo al bosco diretto verso casa, una gabbia con due uccellini (“zigoli” è la traduzione di “Ovsyanki”, titolo originale del film) fissata sul portapacchi della bici.
Poi una soggettiva ci pone di fronte la strada che ha appena percorso, come se gli occhi di quegli uccelli ci offrissero la possibilità di assistere al passato, nel momento stesso in cui l’uomo, e noi insieme a lui, procediamo nella direzione opposta. Come i più grandi scrittori e registi, Fedorchenko è stato capace, attraverso una storia semplice e particolare, di accedere all’universalità, stimolando nello spettatore sensazioni e pensieri che accomunano tutti gli esseri umani. Riuscendo a infondere nel racconto filmico – cosa molto rara – un linguaggio poetico ed equilibrato nel rapporto fra parole e immagini.
Un plauso al “rischio creativo” che lo stesso regista ha corso, nel ricostruire ex novo le consuetudini di un popolo ormai scomparso da quattrocento anni, in parte basandosi su studi ma perlopiù sull’immaginazione, quindi se non aderendo filologicamente alla verità, certamente compiendo un tentativo apprezzabile sul piano del coraggio.
Altrettanto ardito, e geniale nel risultato, l’utilizzo degli zigoli come metafora dei due protagonisti.
Ricordano i passeri trasmigratori di anime de “La metà oscura” di George A. Romero (tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King), ma sono privi di quel senso lugubre e ridondante e aderiscono piuttosto alla semplicità e alla vita – morte compresa – di cui Fedorchenko si fa portatore.