Storie di figlie, mogli e compagne. Sembrava amore, ma era morte: crimini contro le donne

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Storie di figlie, mogli e compagne.  Sembrava amore, ma era morte: crimini contro le donne è il titolo del webinar che si è svolto il 14 Gennaio, condotto dalla Prof.ssa Nadia Monacelli, Università di Parma.

I miti, la storia, la nostra storia

La figlia di Lefte offerta in olocausto (Giudici, 11), la concubina del levita di Efraim offerta dallo stesso concubino per uno stupro collettivo (Giudici, 19), il sacrificio di Efigenia, lo stupro di guerra delle Sabine, le spose bambine, le donne scambiate, le donne vendute, le donne usate, abusate, le donne uccise: 111 donne uccise nel 2019, l’88,3% è stata uccisa da una persona conosciuta. La violenza sarebbe quindi il proprio dell’uomo e il destino della donna quello di essere vittima?

Tutto cambia eppure sembra rimanere uguale

La prospettiva storica della violenza contro le donne sembra suggerire uno sconfortante fatalismo. Eppure i rapporti tra i sessi, in questo ultimo secolo, hanno affrontato una vera e propria rivoluzione copernicana. Mai come in questi decenni il dominio maschile, sia in ambito pubblico che privato, è stato messo in discussione e drasticamente ridotto.

Ma perché, allora, la violenza prevalente nella coppia è, ancora oggi, una violenza contro le donne?

Ridefinire le domande, ampliare le prospettive

Cosa significa riconoscere e delegittimare la violenza?

Come sopravvivono le vittime e come soccombono?

Come si è strutturato il sistema dell’aiuto alle vittime?

Che cosa succede alle donne che chiedono aiuto e ai loro figli?

Secondo l’OMS (2005, 2012), la violenza domestica (VD) o da partner intimo (IPV) è un ombrello generale sotto il quale sono classificati tutti i comportamenti che, all’interno di una relazione intima, possono causare danni psicologici, fisici o sessuali (Organizzazione Mondiale della Sanità, 2012). Nello specifico, per violenza domestica o intra-familiare o da partner intimo si deve intendere ogni forma di maltrattamento fisico e psicologico, di abusi sessuali, di condizionamenti emotivi, di minacce e di comportamenti coercitivi o di controllo indirizzati sia a persone che hanno, hanno avuto o si propongono di avere, una relazione intima di coppia, sia a persone che all’interno di un nucleo “familiare” più o meno allargato hanno relazioni di carattere parentale o affettivo.

In questa prospettiva ogni membro della famiglia, ogni persona coinvolta in una relazione intima, può ritrovarsi, in via teorica, ad assumere sia il ruolo dell’aggressore che quello della vittima.

Ma quando parliamo di violenza domestica o nelle relazioni intime in realtà parliamo, in base alla frequenza e alla sistematicità degli eventi, di una violenza che viene esercitata prevalentemente dall’uomo sulla donna e dall’adulto sul bambino e sull’anziano.

Queste tipologie di relazione hanno in comune il fatto di essere strutturate in una consolidata asimmetria di potere: il bambino e l’anziano sono soggetti, anche per necessità, all’autorità e al potere dell’adulto che li accudisce, e la donna, per ragioni storiche e sociali è soggetta all’autorità e al potere dell’uomo indentificato, storicamente, socialmente e secondo l’entità del potere esercitato, come patriarcato o paternalismo.

I miti fondatori della nostra cultura, così come la storia delle dottrine politiche e filosofiche che rendono conto della natura e della “bontà” dei legami che fondano le comunità umane rendono conto di quella che sembra essere l’ineluttabilità di questa asimmetria a vantaggio del maschile. Le figlie e le concubine offerte alla ferocia degli uomini per placare una presunta ira degli dei, a seguito di una promessa fatta con leggerezza, di una sfida inappropriata o semplicemente per “salvare la propria pelle”, scandiscono i racconti del vecchio testamento e della Grecia Antica. Lo stesso “Ratto delle Sabine”, mito fondatore della gloriosa Roma, non è altro che un programmato stupro di guerra.  Aristotele prima e San Tommaso dopo, sanciranno, in nome della natura il primo e in nome di Dio il secondo, la gerarchia che definisce i legami nella vita privata e per la quale l’Uomo, detentore del sapere, e quindi del potere, deve per necessità assoggettare la donna, i figli e quindi gli schiavi.

Occorrerà attendere i tumulti della Rivoluzione francese del XVIII perché questa comprensione dei rapporti umani sia messa in discussione in modo tale da suscitare, seppure per pochi anni, la promulgazione di nuove “regole”, queste sì rivoluzionarie, che riconosceranno, sul piano sociale e giuridico, una sostanziale uguaglianza tra l’uomo e la donna. Ma questa innovazione avrà vita breve.

Nel 1804, il Codice Napoleonico, ripercorrendo i modelli proposti da Aristotele prima e da San Tommaso poi, consacrerà di nuovo il potere del marito attraverso il principio di onnipotenza paterna. In questo modo, e per oltre 150 anni, sarà risolutamente restituita una consistenza giuridica all’inferiorità sociale e politica della donna.

Occorre infatti attendere altri eventi drammatici e la nuova concezione dell’essere umano che germoglia dalle macerie e dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) offrirà una nuova cornice etica entro la quale diventerà possibile ridefinire in senso paritetico anche le posizioni di genere. Da quel momento, si assiste sul piano politico, sociale e privato a un nuovo sconvolgimento del rapporto tra i sessi, questa volta ben più consistente e (si spera) duraturo, nonostante la traduzione normativa del principio d’uguaglianza abbia proceduto, e proceda, con un passo esitante e talvolta contradditorio.

È, in ogni caso, un dato di fatto che la posizione della donna nei rapporti sociali, sia pubblici che privati, abbia subito drastici cambiamenti: entrata a pieno titolo nel mondo del lavoro produttivo, titolare di risorse e quindi di autonomia, cittadina (teoricamente) paritetica nel mondo politico e giuridico, acquisiti i pari diritti e doveri nei confronti dei figli, libera di controllare la propria vita sessuale e riproduttiva, il destino della donna, per la prima volta nella storia dell’umanità, non è più nelle mani di un padre, un fratello o un marito.

Eppure: nel 2017, 43.467 donne si sono presentate presso un Centro Antiviolenza[1], di queste poco più di 29.000, ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Nel 2018, in Italia[2], sono stati commessi 345 omicidi (erano 357 l’anno precedente), 212 hanno interessato gli uomini (22 in meno rispetto al 2017) e 133 le donne (10 in più). Gli uomini sono quindi più numerosi ma in calo, mentre aumenta la quota di donne assassinate sul totale che, dall’11% del 1990, raggiunge il 38,6% nel 2018.

Per le donne il rischio è soprattutto nell’ambiente domestico: sono uccise soprattutto da partner o ex partner (54,9%) e da parenti (24,8%); per gli uomini lo spazio pubblico: il 37,7% è vittima di sconosciuti mentre il 33% non ha un autore identificato.

Tutto cambia, ma qualcosa non cambia…

Se, insieme all’ONU (1993), ammettiamo che la violenza sulle donne è l’espressione specifica di un sistema di potere tra i sessi radicata nella storia;

Se, allo stesso tempo, riconosciamo la sostanzialità dei profondi cambiamenti culturali e normativi che hanno determinato una consistente riduzione di questa storica asimmetria di potere tra uomo e donna;

Allora, ci dobbiamo interrogare sulle ragioni del perdurare, non tanto, dei comportamenti violenti che sono il proprio dell’umano, ma del fatto che questi comportamenti siano ancora agiti in modo sistematico dall’uomo contro la donna nell’ambito delle relazioni private.

Non è possibile in questa sede argomentare possibili risposte ad un interrogativo tanto impegnativo. Possiamo tuttavia, tentare di analizzare e comprendere meglio quello che succede a valle della violenza: Che cosa succede alle donne vittime di violenza che chiedono aiuto? Come viene tutelata? Come sono tutelati i suoi figli?

Dalle informazioni che si possono leggere in rapporto ministeriale[3] sullo stato dell’arte dei Centri Antiviolenza in Italia appare che gli sforzi intrapresi per sostenere le donne vittime di violenza sono soprattutto rivolti alla donna e molto meno alla madre.

Sembra, così, che la violenza possa colpirle in quanto persone adulte, ma sostanzialmente preservarle nel loro ruolo di genitore, preservando allo stesso tempo i loro figli. Gli stessi figli, infatti, o i servizi a loro rivolti, non rappresentano una priorità degli interventi.

Questa dicotomia nella considerazione dei bisogni della donna e della madre vittima di violenza rispecchia il perdurare, fino a tempi molto recenti, della sottovalutazione del coinvolgimento dei bambini, e delle sue conseguenze, negli episodi di violenza subiti dalle loro madri[4]. In generale, la questione, se era considerata, era affrontata come un problema tra adulti, ritenendo che i figli, se non erano vittime dirette della violenza, non avessero consapevolezza di quanto stesse accadendo tra i loro genitori.

Il concetto di violenza assistita appare, troppo frequentemente, sottovalutato. Occorre ricordare che assistere alle sofferenze inflitte a un familiare, ad una persona cara, costituisce, per definizione giuridica, ad una vera e propria tortura:

La tortura primaria è definita come “sperimentare direttamente la tortura o assistere alla tortura di membri della famiglia” e la tortura secondaria è “denunciare la tortura di un membro della famiglia, di cui non è stato testimone“. [5]

Nei contesti familiari, la violenza assistita è aggravata dal fatto che l’aggressore, non è un estraneo, ma un genitore, dal quale ci si aspetta affetto, sicurezza, ragionevolezza. Come conciliare la sofferenza della madre e il fatto che a farla soffrire sia papà?

Questa sottovalutazione si associa ad una sistematica confusione tra il concetto di conflitto e quello di violenza.

In una dinamica di coppia conflittuale non è possibile identificare in modo costante la persona che assume il ruolo dell’aggressore e chi quello della vittima. La predominanza dell’uno sull’altro è alternata. È possibile che preesista una qualche asimmetria di potere, ma ognuno dei protagonisti mantiene dei gradi di libertà sufficienti che gli permettono di prendere, di volta in volta, il sopravvento. Le posizioni di ruolo, nel tempo sono paritetiche.

La dinamica conflittuale in una coppia può rappresentare un fattore di rischio elevato per lo sviluppo dei figli quando il conflitto è intenso, frequente e ripetuto nel tempo. Il conflitto diventa allora il principio organizzatore delle relazioni familiari e le relazioni tra i figli e i genitori non dipendono più dall’esperienza che può fare il figlio con ogni genitori, ma dal significato che questa relazione assume nel “gioco” conflittuale. Un ragazzino può discutere aspramente con suo padre perché gli viene negato l’uso del motorino e urlare che non lo vuole più vedere. Se la relazione tra padre e figlio è sufficientemente funzionale, dopo questa discussione, i due potranno riparlarne, rinegoziare, scusarsi, ecc. In ogni caso, quello che accadrà tra i due dipenderà da quello che ognuno di loro saprà mettere in gioco nella relazione con l’altro. Ma se il ragazzino rifiuta di vedere suo padre perché ritiene, sente, teme che accettare di vederlo significa “tradire la madre”, “farla soffrire”, allora quello che succede tra figlio e padre, non dipende da quello che i due mettono in gioco, ma dal conflitto che esiste tra madre e padre: l’esperienza del figlio non è più “autentica”.

È per limitare questo rischio che è stato posto il principio della bi-genitorialità.

In queste situazioni, a seconda del progetto di coppia esplicitato dalla coppia stessa, si può inviare ad un percorso

di terapia di coppia/familiare se i partner desiderano trovare altre modalità relazionali, più funzionali che permettano loro di stare meglio insieme.

di mediazione familiare se, invece, il progetto è la separazione e si accompagna la coppia verso il divorzio psichico e una nuova definizione delle funzioni genitoriali

La configurazione relazione di una coppia segnata dalla violenza è ben diversa. Si osserva la predominanza dell’uno sull’altro e questa predominanza è prerogativa sempre della stessa persona, nel nostro caso, l’uomo. Lo squilibrio di potere è costante. Il ruolo dell’aggressore e quello della vittima sono assunti sempre dalle stesse persone.  I gradi di libertà della vittima sono (quasi) inesistenti. Le possibilità per la vittima di abbandonare la relazione violenta sono molto ridotte. La vittima è, si sente, sotto minaccia costante.

In questa situazione, la vittima, proprio perché vittima, è vincolata al suo aggressore e i figli sono vittime di violenza secondaria. I figli vedono, fanno l’esperienza della sofferenza della madre. Non si ritrovano in balia di due persone che “litigano”, ma di un padre che deliberatamente aggredisce, assoggetta, umilia, procura sofferenza la madre. In questa circostanza, è evidente che il principio della bi-genitorialità non è adeguato poiché vorrebbe dire lo stato di violenza contro la madre e quello di violenza assistita nei confronti del figlio siano negati.

È per questa ragione (vale a dire il consolidato rapporto di sopraffazione dell’uno nei confronti dell’altra , che la legge PROIBISCE qualsiasi ricorso a dispositivi di gestione alternativa dei conflitti in caso di sospetta violenza nella coppia. Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con legge n. 77/2013 . Entrata in vigore nel 2014:

Articolo 48 – Divieto di metodi alternativi di risoluzione dei conflitti o di misure alternative alle pene obbligatorie

1- Le parti devono adottare le necessarie misure legislative o di altro tipo per vietare il ricorso obbligatorio a procedimenti di soluzione alternativa delle controversie, incluse la mediazione e la conciliazione, in relazione a tutte le forme di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”.

Non siamo più di fronte alla necessità di riequilibrare delle alleanze relazionali, ma il figlio si trova a dovere fare una sintesi tra la sofferenza della madre e la violenza del padre, in un gioco di manipolazione perversa di significati per il quale le sofferenze della madre sono giustificate dall’aggressore in ragione della sua (della vittima) inadeguatezza.

Tutelare il figlio in queste circostanze significa pertanto:

- Permettergli di riconoscere il comportamento violento e di aiutarlo alla comprensione della differenza tra dissenso, conflitto e violenza.

- Crescere in modo sano non significa cresce nel diniego delle difficoltà che possono avere i genitori. I figli devono avere la possibilità, nel loro processo di crescita, di acquisire la consapevolezza che i genitori “possono fare cose sbagliate”, dannose per sé e per gli altri, non “ammissibili”.

- Salvaguardare il rapporto genitoriale che rappresenta per lui la risorsa più sicura, vale a dire quello con la madre. Banalizzare il comportamento violento del padre, significherebbe crescere i figli maschi nella convinzione che la violenza contro le donne possa essere giustificate e le figlie femmine in quella che le donne, in quanto donne, possono essere ragionevolmente vittime di violenza. Queste significati sono tanto più robusti che sono letteralmente costruiti dalle istituzioni.

- Sostenere la madre nel suo percorso di emancipazione dalla violenza e nelle sue funzioni genitoriale, le quali sono necessariamente indebolite in ragione della violenza. Pertanto tutelate e sostenere una donna vittima di violenza significa tutelarla e sostenerla, rafforzandola nel suo ruolo di madre.

Per concludere, ogni operatore/trice, ogni professionista che interviene in un contesto di presunta violenza dovrebbe:

1) Accertarsi dell’eventuale squilibrio di potere, del rapporto sistematico di sopraffazione esistente tra le parti. Non stiamo parlando qui di una violenza unicamente fisica, il rapporto di sopraffazione si può esplicitare a tutti i livelli relazionali e esistenziali.

2) Sviluppare strategie di intervento a sostegno della donna e della madre. Occorre renderla protagonista della tutela dei suoi figli, sostenendola, supportandola, ma facendo in modo che non le venga sottratta la responsabilità sostanziale (e non solo formale) nei confronti dei suoi figli.

3) Riconoscere i bisogni specifici della persona che si ha di fronte. Sapere che le vittime di violenza possano avere determinati bisogni, non significa ipso facto sapere quali sono i bisogni di cui necessita questa donna in questo momento: solo lei lo piò sapere e noi lo dobbiamo scoprire insieme a lei, con lei.

4) Coinvolgerla nel percorso di tutela dei suoi figli, renderla protagonista. Questo significa, da una parte, tutelare i figli poiché si lavora alla “ricostruzione” di un legame genitoriale sufficientemente “sicuro”. Dall’altra significa permettere alla donna di fare esperienza di sé positiva ed efficace, esperienza che per definizione le è stata negata nella relazione violenta.

Slides: 14-01-paradossi-dellaiuto

Possibili  letture:

Sul sito (https://vivien-project.eu/news/) del Progetto VIVIEN-VIctim VIolence Educational Network. An educational project to improve the ability to assist women victims of violence,

è possibile scaricare I seguenti documenti.

A breve saranno anche disponibili le linee guida finalizzate alla progettazione di percorsi di formazione e strategie di sostegno alle vittime di violenza.

Report on training studies

Monacelli Nadia e Arianna Mori

Before starting the research and design of the training to be proposed to professionals inside VIVIEN project, it was necessary to carry out a critical analysis of the existing literature on training for professionals who work with women victim of violence. Based on the specific focus of the VIVIEN project, the analysis also addressed scientific publications concerning training for professionals dealing with women with disabilities who are victims of violence. More specifically, academic publications, published since 2012 to date has been taken into account, systematizing them on the basis of the types of professionals involved in the training, of the content proposed, the methodologies used and the results obtained.

The main results of the literature research can be downloaded from the link below:

Report training studiesDownload

Mapping best practices

Monacelli Nadia e Arianna Mori

The deliverable on best practices presented the results of the mapping of the best training courses aimed at professionals to develop their skills in support of women with disabilities who are victims of violence in Europe, in particular in the 4 countries involved in this project. The final objective was to highlight, for the geographical areas, the most important “experiences” and therefore to suggest their replicability.

The results of the mapping can be downloaded from the link below:

Mapping best practicesDownload

Report research

Monacelli Nadia e Arianna Mori

The aim of the research was to better understand which kind of knowledge, attitudes, believes and emotions distinguish trained and untrained professionals belonging to the four partner countries of the project (Bulgaria, Croatia, Finland and Italy).

This work was therefore specifically aimed at investigating the psychological precursors that can be the basis for building the supportive relationship, regardless of the specific professional skills of the participants. This aim was pursued through the implementation of two studies.

The first study investigated both attitudes, beliefs and representations of gender differences and relationships, as well as systems of meanings attributed to gender-based violence, in terms of understanding of the victim and aggressor, disabled victims, and secondary victimization risks.

In the second study, a projective interview was used, to measure more “implicit” dimensions like emotions, feelings and motivations that guide the professionals during their work with victims. In particular, the principal interest was on the comparison between trained and untrained professionals, or between who had already received a specific training on violence and colleagues who had not received a specific training in recent time.

The main results of the research can be downloaded from the link below:

Report research_UNIPRDownload

Welcoming and caring for victims of violence: guidelines for planning and implementing sustainable training

Monacelli Nadia e Arianna Mori

These guidelines aim to summarize the key points that should be taken into account in the organization and implementation of training on gender-based violence, with particular focus on violence against women with disabilities. The contents presented derive from multiple sources: 1) analysis of the existing literature on the topic, both as regarding the training offered to professionals and the good practices to follow; 2) experiences of good practices in Europe and 3) direct experiences during the development of training by the individual partner countries of the Project.

From the analysis of the materials, some critical aspects emerged, from which to begin to outline some guidelines to be considered in the organization of training for operators on the theme of gender-based violence.

[2] https://www.istat.it/it/files//2020/03/Report-Le-vittime-di-omicidio.pdf

[4] Edleson, J. L., Mbilinyi, L. F., Beeman, S. K., & Hagemeister, A. K. (2003). How Children Are Involved in Adult Domestic Violence: Results From a Four-City Telephone Survey. Journal of Interpersonal Violence18(1), 18–32.

Edleson, J. L. (1999). Children’s witnessing of adult domestic violence. Journal of Interpersonal Violence, 14(8), 839-870.

[5] Shannon, P.J.; Vinson, G.A.; Wieling, E.; Cook, T.; Letts, J. Torture, war trauma, and mental health symptoms of newly arrived Karen refugees. J. Loss Trauma 2015, 20, 577–590.