The sea of trees – La foresta dei sogni

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The sea of trees – La foresta dei sogni

Regia: Gus Van Sant

Genere: Drammatico

Tipologia: Suicidio, Educazione alla morte, Elaborazione lutto

Interpreti: Mathew McConaughey, Ken Watanabe, Naomi Watts, Katie Aselton

Origine: USA

Anno: 2015

Trama: L’ americano professore di fisica Arthur Brennan è sconvolto dalla crisi coniugale. Decide di togliersi la vita e si reca alle pendici del monte Fuji, in Giappone, nella fittissima foresta di Aokigahara. Lì, a un passo dal suicidio, si imbatte nel giapponese Takumi Nakamura in fin di vita. Takumi Nakamura è lì per lo stesso motivo: lavare con il suicidio l’onta subita a causa della perdita del lavoro. Quando Arthur lo incontra, il giapponese sanguina, ha le vene dei polsi tagliuzzate e, in un sussulto di vita, si aggira per i sentieri tortuosi del bosco alla ricerca della strada di ritorno. Il professore non se la sente di abbandonarlo al suo destino. Aiutando lui, aiuta se stesso e, insieme, attraverso reciproci racconti, e un continuo accavallarsi di flashback introspettivi ritrovano la via del ritorno per Aokigahara. e l’esistenza.

Recensione:  La foresta dei sogni, il cui titolo originale è The sea of trees, letteralmente un mare di alberi, è un film del 2015 diretto dal regista, sceneggiatore, fotografo, musicista e scrittore statunitense Gus Green Van Sant. Van Sant è stato nominato due volte all’Oscar come miglior regista (1998 e 1999) ed ha vinto la Palma d’oro al festival di Cannes nel 2003 con Elephant e il premio al 60º festival sempre di Cannes nel 2007. Anche The sea of tress è stato candidato alla Palma d’oro al Festival di Cannes 21015  con minore e controverso successo. Il film narra la storia di due suicidi mancati e di un’amicizia nata in una foresta intricata e misteriosa dove la ricerca di un sentiero d’uscita e della sopravvivenza sono      l’occasione per riflettere sulla vita e la morte e guardare a un nuovo futuro. Non è la prima volta che Gus Van Sant affronta il tema della morte e del suicidio. L’aveva già fatto con Paranoid Parke e L’amore che resta, ma soprattutto con la «trilogia della morte» con Gerry (2002), che ne è l’inizio, in cui due amici si avventurano e spariscono nel deserto, in Elephant (2003) che narra la terrificante strage all’interno della Columbine High School ad opera di due studenti omicidi e in Last Days   ispirato al tragico suicidio di Kurt Cobain dei Nirvana. La foresta dei sogni narrata dallo scrittore Chris Sparling che ne ha scritto la sceneggiatura è ben nota per la catena di suicidi, almeno trenta all’anno, che sono avvenuti e avvengono in quel luogo pieno di misteri. Arthur ritiene futile il motivo scatenante il tentato suicidio di Takumi, ma questi gli ricorda il suo essere giapponese: «Tu non capisci la mia cultura». Più che sottolineare le varie teorie e culture che spingono al suicidio, il film è un tentativo di analizzare i motivi che spingono a farlo e se veramente ne vale la pena. Capita spesso, nella vita, di perdersi, di smarrirsi nel labirinto interiore dei propri sentimenti. Di fronte alla morte, al desiderio della morte, gli «piriti» che albergano nella foresta del monte Fuji o quelli che affollano la nostra mente e la nostra anima, se vengono condivisi con chi vive la stessa sorte, percorre lo stesso cammino e lotta per sopravvivere, possono rimarginare le ferite, condurre all’uscita della foresta e avere un esito positivo.