Where beauty softens your grief

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Il sociologo Ivan Illich in diversi suoi lavori ha indicato un processo di evoluzione sociale che riteneva importante e problematico: in ambiti sempre più ampi dei professionisti si assumono i compiti che prima venivano svolti gratuitamente dai membri della famiglia o della comunità. Le chiamava le professioni disabilitanti,[1] nel senso che sostituendo i cittadini in determinate attività o mansioni, questi ultimi perdevano le abilità per svolgerle autonomamente. Un esempio, per capirsi, è il fatto che in molti asili e scuole materne la mamma non può preparare la merendina al figlio e dargliela da portare all’asilo a meno che questa merendina sia stata fatta e confezionata da qualche ditta. Illich diceva che oramai per un qualunque problema il cittadino cerca un’istituzione che glielo possa risolvere[2].

Jurgen Habermas parlava di un processo analogo dove ogni ambito della vita delle persone, nelle società occidentali, veniva occupato da qualche azienda o qualche istituzione. Sempre più aspetti della vita delle persone, secondo Habermas, vengono sottratti alla sfera privata dalle strutture dell’economia, della politica, della sanità. Questo processo di riduzione delle sfere di autonomia, che chiama colonizzazione dei mondi di vita[3], ritiene che produca delle patologia sociali.

Questa evoluzione sociale ha intaccato anche le pratiche e i rituali relativi al morire e al lutto. Fino a qualche decennio fa si moriva in casa circondati e accuditi dalla famiglia. Oggi questo avviene sempre più di rado, pertanto, anche in questo ambito, si sono costruite delle strutture sanitarie specializzate (hospice) e si sono formati dei professionisti per seguire le persone nell’ultimo tratto del loro percorso di vita.

«Oggi, chi aspira a divenire un palliativista, può essere messo in condizione di non effettuare un salto nel buio, di potersi misurare con una realtà complessa e a volte spietata, orientandosi con criterio, potendo crescere come professionista e, aspetto ancor più importante, concorrere alla crescita professionale degli altri operatori»[4]

Un gruppo di psicologi e medici operanti in diverse realtà che si occupano di cure palliative ha fondato l’associazione L’acrobatica del morire con l’obiettivo di riflettere da diverse prospettive sulle tematiche legate all’esperienza del morire. La fondazione del gruppo è avvenuta a partire dall’esigenza di comprendere e definire la specificità di questo particolare ambito lavorativo – le cure palliative – e delle pratiche e sensibilità relazionali, operative e tecniche che tale ambito comporta: accompagnare la persona all’esperienza della fine della vita, lavorare nelle equipe multidisciplinari (medici, infermieri, assistenti sociali, tecnici della riabilitazione) ove costruire un progetto condiviso, lavorare con il morente tenuto conto che ogni relazione con lui è mediata dal contesto delle sue relazioni famigliari.

Hanno quindi cominciato a sedimentare delle riflessioni sul morire e sulla morte in una pubblicazione a cura del gruppo dal titolo: Quando la bellezza cura il dolore. Vivere il morire nella società contemporanea, Editore Mimesis, Milano, 2019

Il testo nasce della collaborazione con l’Associazione “Amici dei Musei Siciliani”, che ha curato l’esposizione del progetto “Where beauty softens your grief” (Palermo, 4 maggio – 30 giugno 2018) del fotografo Gianni Cipriano sul lavoro di Isaiah Owens, tanatoesteta di Harlem (NY). Hanno fatto parte di questa iniziativa una serie di incontri seminariali dal titolo “Quando la bellezza cura il dolore”.

Le immagini della mostra di Cipriano possono essere viste sul suo sito alla pagina: <https://www.giannicipriano.com/portfolio/where-beauty-softens-your-grief/>

[1] Ivan Illich e al., Esperti di troppo, Erikson, Trento, 2008

[2] Ivan Illich, Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, Ed. Mimesis, Milano, 2019

[3] Jurgen Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna, 1997

[4] Giuseppe Casale, Alice Calvieri, Le cure palliative in Italia: inquadramento storico, MeDiC 2014; 22(1): 21-26