Seconda puntata
“Hai bisogno di aiuto?” le chiese Stefano. “No”, rispose decisa, “faccio da sola”. Anche se non si sentiva minacciata da quella presenza maschile, sentiva una vaga forma di pudore che le impediva di accettare che quell’uomo la guardasse mentre si spogliava.
Una volta in bagno si liberò dei vestiti e si immerse in quell’acqua calda che, in pochi minuti, le restituì una sensazione di sollievo. Non ricordava nulla, ma le sembrò che non ci fosse nemmeno alcuna cosa da richiamare alla mente. Ciò che si è dimenticato, in fondo, è come se non fosse mai esistito. Appoggiò la testa al bordo della vasca. Sentì la schiuma del sapone avvolgerle la pelle. All’improvviso, alcune immagini cominciarono ad affollarle la mente. Un fiore. Una rosa. Blu. Un sorriso. Due occhi neri, sopra due labbra carnose, che scoprivano una fila di denti bianchi perfettamente allineati. Una stanza. Forse un garage. Poi il buio.
“Anna ti senti male?” la voce al di là della porta la fece trasalire. “No”, disse, più piano di quello che avrebbe voluto, “adesso vengo”.
Anna indossò l’accappatoio agganciato alla porta ed uscì. Stefano la stava guardando come se volesse scrutarla. “Tutto bene?” le chiese infine. “Non mi ricordo dov’è la mia stanza” rispose ella sinceramente. “La nostra stanza è da questa parte” la guidò lui, spingendola dolcemente con la mano sulla schiena. Era una camera da letto semplice, con un letto matrimoniale in mogano, una cassettiera senza specchio ed un armadio. Nessun quadro, nessuna fotografia, nessun ninnolo. Solo un cuscino, simile a quello che aveva già visto sulla poltrona del salotto, con una grande “A” ricamata. “A come Anna” si ripeté nella mente.
Vedendola indecisa, Stefano le aprì la prima anta dell’armadio. “Qui ci sono i tuoi vestiti” le disse indicandole una fila di abiti allineati appesi alle grucce. “Grazie” rispose lei con un certo imbarazzo. Lui le sorrise e uscì dalla stanza, lasciandola sola. Anna scelse un morbido abito di cotone, azzurro con i fiorellini bianchi. Mentre lo indossava, pensò che quel vestito le metteva allegria, anche se non sapeva bene per quale motivo. Istintivamente avvicinò il naso alla stoffa, che le sembrava emanare un profumo familiare. Se ne riempì le narici e quell’allegria che un istante prima le era parsa solo accennata, si trasformò in una gioia profonda. La attraversò improvvisamente, facendole quasi percepire un senso di vuoto alla bocca dello stomaco e lasciandole l’anima scombussolata, quasi indolenzita, da ciò che aveva provato. Chiuse gli occhi per riprendersi. Una nuova immagine le balenò nella mente. Lei stessa. Vestita con quell’abito. Sorridente, anzi, radiosa. Sullo sfondo, il mare. Istintivamente curvò gli angoli della bocca in un sorriso spontaneo.
Quando si sentì toccare la spalla, trasalì. Si voltò di scatto spaventata, come se l’avessero sorpresa a fare qualcosa di illecito. Dietro di lei c’era Stefano con uno sguardo serio, o almeno così le sembrò. “Tieni Anna, bevi questo” e le porse un bicchiere. “Che cos’è?” gli chiese. “Le solite gocce. Ti serviranno a dormire un po’”. Anna lo guardò sospettosa: “Non voglio dormire” gli disse, più determinata di quanto si sentisse. “Non essere testarda. Lo sai che dormire ti fa bene. Poi starai meglio”.
Lei obbedì, anche se non si sentiva affatto stanca. Ma Stefano sembrava molto sicuro di sé e i suoi occhi azzurri sembravano esprimere preoccupazione sincera. Se erano le solite gocce, come le aveva detto, significava che non c’era nulla di strano.
Stefano le tolse di mano il bicchiere e fece per andarsene. “Stefano…” lo chiamò. Lui si girò: “Sì, Anna?”. “Perché ero alla spiaggia? Voglio dire, come facevi a sapere che ero lì?” gli domandò in maniera un po’ confusa. “Ci vai sempre quando non riesci a dormire” e la lasciò sola nella penombra della camera da letto, mentre lei cominciava a sentire un vago torpore che le faceva avvertire la necessità di stendersi e di chiudere gli occhi.
Quando si svegliò era l’imbrunire. Le case che riusciva a vedere fuori dalla finestra erano già ricoperte di un’ombra che, di lì a poco, le avrebbe avvolte nell’oscurità. Anna si alzò dal letto, ancora intontita dalle lunghe ore di sonno. Si spostò nella zona giorno, pensando di trovare Stefano in cucina. L’appartamento era vuoto. Anna si guardò attorno, per cogliere anche solo un piccolo particolare che potesse farle riaffiorare alla mente un ricordo, anche un minimo frammento.
La cucina era molto semplice, come, del resto, tutto l’appartamento. Il mobilio era essenziale. Non c’erano soprammobili, né fotografie. La ritenne una cosa strana, ma forse Stefano non amava le fotografie. Perché, invece, qualcosa dentro le diceva che lei le amava? Istintivamente aprì uno dei cassetti della madia che si trovava nella zona giorno. Non vi trovò dentro nulla di particolare. Un servizio di posate d’acciaio, un paio di tovaglie a quadretti bianchi e rossi e qualche tovagliolo. Nell’angolo di ognuno era ricamata una piccolissima “A”. “A di Anna” pensò. Forse sapeva ricamare. Cercò di immaginarsi con un ago in mano, intenta ad intessere qualche punto su un’immaginaria tela. Non le venne in mente nulla, anzi, si sentì quasi impacciata all’idea di manovrare quello strumento appuntito. Chissà, forse quelle lettere le aveva ricamate in un altro tempo della sua vita, quando era più giovane. Guardò l’orologio appeso in cucina: segnava le 19,00. Pensò che avrebbe potuto apparecchiare la tavola, in fondo era quasi ora di cenare e lei si sentiva affamata. Aprì il frigorifero: era completamente vuoto, così come la dispensa. Possibile che in quella casa non ci fosse nulla da mangiare?
Pensò di uscire e di comprare qualcosa. Ma dove poteva andare? E poi, con quali soldi? Decise che sarebbe uscita comunque, anche solo per fare due passi. E se avesse trovato un negozio aperto, disse a se stessa che avrebbe chiesto al negoziante se potesse andare successivamente suo marito Stefano a saldare il conto. Perché Stefano doveva per forza essere suo marito. Non aveva forse detto che quella in cui aveva dormito era la loro stanza?
Sempre più convinta di ciò che aveva deciso di fare, si avvicinò alla porta di ingresso e afferrò la maniglia. Quando la abbassò per aprire la porta, la trovò chiusa.
Continua…
Monica Betti