“A” come Anna è un racconto che si compone di più parti, di cui oggi si presenta la prima. È la storia di una donna che non ricorda il suo passato. Tutto quello che ha vissuto lo conosce attraverso la voce di un uomo e la raccolta di piccoli dettagli quotidiani all’interno di un singolare appartamento. È in pericolo o al sicuro? Deve essere triste o felice? Difficile rispondere a queste domande se l’unica cosa che le sembra di intuire è il proprio nome attraverso una lettera ricorrente nelle stanze che la accolgono: “A”, come Anna.
“A” come Anna
La donna dai lunghi capelli scuri fissò lo sguardo sulle increspature di quelle onde che si infrangevano imperterrite sulla scogliera. Chi era? Come era arrivata fin lì? E perché aveva come la sensazione di essere scappata da qualcosa? Si asciugò il sudore dalla fronte con un fazzoletto che si era ritrovata in tasca, il respiro ancora accelerato dalla forsennata corsa che l’aveva portata, in pochi minuti, a compiere un tragitto che le era parso lunghissimo. Anche se, davvero, non riusciva a ricordare da quale punto fosse iniziato, né dove fosse realmente diretta. Nel riporre il fazzoletto, gli occhi le caddero sulla fodera sdrucita del cappotto. Era macchiata di sangue. Con un gesto impulsivo cominciò a strofinare la chiazza rossastra con le mani, come se dalle sue dita potesse scaturire un sortilegio per farla improvvisamente sparire, così come all’improvviso si era materializzata. Si accorse che persino la sua pelle era macchiata di quello stesso sangue che, adesso, aveva impregnato anche il fazzoletto. Cominciò a piangere disperatamente. Per la paura di ciò che, anche impegnandosi, non riusciva proprio a ricordare. Si guardò attorno per assicurarsi di essere sola. Con il cuore che le vibrava nella gola cercò un punto di riferimento, una casa, una strada, un qualsiasi dettaglio che le potesse portare alla mente da dove potesse essere venuta. Niente. Tutto le sembrava estraneo. Guardò di nuovo il mare, che le parve confuso e agitato esattamente come lo era lei. Improvvisamente si sentì tutt’uno con quella spuma che si alzava impertinente dopo aver schiaffeggiato gli scogli. Pensò che ci sarebbe voluto un solo attimo e che, probabilmente, non sarebbe stato nemmeno troppo doloroso. Poteva anche lei diventare una sola cosa con quell’acqua cristallina. Forse era proprio per questo che era arrivata fin lì. Bisognava solo avere il coraggio di fare il primo passo. Chiuse gli occhi e cominciò a lasciarsi guidare dalla brezza che sembrava indicarle la strada, l’unica possibile.
All’improvviso si sentì afferrare le spalle e qualcuno la costrinse a girarsi. Quando aprì gli occhi quello che trovò davanti a sé fu uno sguardo colmo di preoccupazione e di angoscia. Non capiva se sentirsi rassicurata o averne paura. Chi era quell’uomo che la stringeva come se non volesse lasciarla andare per nessuna ragione al mondo?
Le prese le mani che stringevano ancora il fazzoletto sporco di sangue. L’uomo dagli occhi azzurri come quel mare in cui aveva sognato di tuffarsi per sempre, glielo sfilò delicatamente e se lo mise in tasca. Poi, dolcemente, le disse: “Vieni Anna, andiamo a casa”.
Lo seguì docilmente, il tocco di quelle mani le pareva vagamente familiare. Sembrava conoscerla bene. Un’auto scura li attendeva a pochi passi dalla spiaggia. Anna lasciò che l’uomo dagli occhi azzurri la circondasse con un braccio e la guidasse a salire sul sedile anteriore, accanto al posto di guida.
Quando arrivarono di fronte alla porta di ingresso di un appartamento al secondo piano, Anna si voltò. Si sentiva osservata, come se qualcuno la stesse guardando con insistenza da un punto che lei non riusciva a scorgere. L’uomo dagli occhi azzurri la spinse con dolcezza ad entrare e lei obbedì, come se rispondesse ad un richiamo. Una volta entrata in casa individuò una poltrona davanti alla finestra. Vi era appoggiato un cuscino con una grande “A” ricamata. “A come Anna”, pensò. Si sentì al sicuro. Era veramente a casa. Una voce proveniva dalla stanza accanto. Le sembrò che il tono fosse volutamente basso, ma poteva sbagliare. “Sono Stefano. L’ho trovata”.
Stefano. L’uomo dagli occhi azzurri si chiamava Stefano. Viveva con lei? Era suo marito?
Anna si sedette sulla poltrona e guardò fuori dalla finestra. La luce del mattino stava invadendo l’appartamento. Osservò le finestre oltre la strada, che si stavano schiudendo ai primi raggi del nuovo giorno. Potevano essere le otto, o forse le nove, della mattina a giudicare dall’altezza del sole all’orizzonte. Regnava tutto intorno un insolito silenzio. Nessuno, oltre a loro, era alzato?
“Ti ho preparato la vasca. Vieni a fare un bagno. Poi potrai riposarti”. Stefano le tese una mano, per aiutarla ad alzarsi. “Ma è giorno” gli rispose lei. “E’ domenica Anna. Puoi stare tranquillamente a letto, anche tutta la mattina, se è necessario”.
Anna pensò che, allora, era proprio quella ragione di tutto il silenzio attorno. Era domenica. Ma domani? Che cosa avrebbe fatto domani?
Continua…
Monica Betti