La salute materno-infantile è un diritto fondamentale, sancito dalla Costituzione italiana, eppure le statistiche parlano di una realtà complessa e preoccupante: la progressiva chiusura dei punti nascita, l’elevato numero dei parti cesarei e le disparità regionali nella qualità dell’assistenza. Queste problematiche non sono semplici numeri, ma storie di vita che meritano di essere raccontate e comprese, affinché le ragioni di tali eventi non si perdano nel rumore della cronaca.

Questo contributo di Luigi Fadiga, magistrato minorile, si propone di esplorare le attuali dinamiche della natalità in Italia, alla luce di eventi recenti e dati significativi, per comprendere non solo le statistiche, ma anche le storie di vita che si celano dietro di esse, in un viaggio che intreccia salute, giustizia e diritti.

Come si nasce oggi in Italia

                                                                            Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento

                                                                                                                             G. Leopardi

              È di questi ultimi mesi, e stampa e media subito lo hanno riportato, un caso doloroso e drammatico. All’Ospedale di Desenzano del Garda (BS) il 10 febbraio scorso una neonata è morta durante il parto, e uno dei chirurghi ginecologi il giorno successivo si è tolto la vita gettandosi da un ponte. Si ignora se i due fatti siano collegati.

            La Procura di Brescia ha iscritto nel registro degli indagati l’intera équipe del nosocomio di Desenzano, su denuncia dei genitori della piccola convinti che si sia trattato di errore medico e di carenze strutturali.

            Analoghe dolorose vicende si sono verificate in altri Punti Nascita (PN).

              Il Punto nascita è una struttura sanitaria destinata a garantire parti sicuri alle gestanti e inizio di vita sicuro ai nascituri. Perché sia così occorrono molteplici condizioni fissate dalla Conferenza Stato-Regioni nel 2010. 

Se ne è parlato nella riflessione:  Genitorialità violenta: storie che fanno riflettere – Punti nascita e punti vendita.

Secondo il rapporto annuale sull’evento nascita in Italia relativo al 2017 (pubblicato dall’Ufficio di statistica del Ministero della Salute a settembre 2020), che presenta le analisi dei dati rilevati dal Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP) seguendo le linee guida contenute nel Decreto del Ministro della Sanità del 16 luglio 2001, nel 2017 si contavano in Italia 513 Punti Nascita, scesi a 354 nel 2023.

Sono stati perciò soppressi, nel giro di pochi anni, 159 PN, vale a dire circa il 30% di quelli esistenti, ma i criteri seguiti per le soppressioni non paiono tener conto della necessità di bilanciare esigenze del territorio e disponibilità delle risorse.

Il 61,7% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno 1.000 parti annui. Tali strutture, in numero di 134 rappresentano il 34,4% dei punti nascita totali. L’8,0% dei parti ha luogo invece in strutture che accolgono meno di 500 parti annui.

Le distribuzioni regionali per classi dei parti e per classi dei punti nascita evidenziano situazioni diversificate a livello regionale. Nel Mezzogiorno il numero dei punti nascita è eccessivo rispetto alla popolazione interessata. Di conseguenza vi sono PN non adeguatamente attrezzati, dove il personale medico e paramedico non ha e non riceve i necessari standard di professionalità.

Nel 2023 in tre Regioni, tutte collocate al Centro-nord del Paese, oltre il 70% dei parti si è svolto in punti nascita di grandi dimensioni (almeno 1000 parti annui): Lombardia, Emilia Romagna e Lazio. Un’organizzazione opposta della rete di offerta si registra nelle Regioni del Sud dove oltre il 37% dei parti si svolge in punti nascita con meno di 100.

              Il Certificato di assistenza al parto (CeDAP) – Analisi dell’evento nascita – Anno 2023 (Ministero della Salute – Ex Direzione Generale della digitalizzazione, del sistema informativo sanitario e della Statistica – Ufficio di Statistica) conferma il ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. In media, nel 2023 il 30,3% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con notevoli differenze regionali. I dati denotano comunque una tendenza alla diminuzione, rilevando, altresì, un’elevata propensione all’uso del taglio cesareo nelle case di cura accreditate: circa il 45,0% dei parti contro il 28,7% negli ospedali pubblici.

              Può essere interessante seguire l’andamento dei parti cesarei negli ultimi decenni.

Nel 1995, secondo le valutazioni disponibili (ISTAT), sono stati eseguiti in Italia 137.128 tagli cesarei su un totale di 525.609 nati (pari al 26,01% sul totale dei parti, senza tener conto delle gravidanze multiple).

Passando al 2010, nella rilevazione ISTAT (pubblicata nel 2010) che ha preso in esame i dati relativi al periodo gennaio 2009-agosto 2010, i parti cesarei sono il 38,2% del totale, di cui il 36,9% in ospedali pubblici e il 50,5% in case di cura accreditate.

Nel periodo 2015/2018 un’approfondita indagine sulla salute perinatale è stata effettuata dal network Euro-Peristat, che ha pubblicato il suo quinto rapporto con dati aggiornati al novembre 2018.  (Euro-Peristas Project. Eropean Perinatal Health Report. Core indicators of the health and care of pregnant women and babies in Europe in 2015-2018, www europeristat.com). In Europa nel periodo suddetto (www.europeistat.com) la media dei cesarei è del 27,0 %.  La più bassa è inferiore al 18%.  La percentuale dei cesarei diminuisce anche nel nostro Paese, dove scende dal 36,5% al 33,0% (Fonte Euristat).

             Si riporta, ora, l’analisi di alcuni dati rilevati dal flusso informativo del Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP) dell’anno 2023, presenti nel  Rapporto sull’evento nascita in Italiarealizzato dall’Ufficio di Statistica del Ministero della Salute.

              Dove partoriscono le donne in Italia: il 90,1% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 9,8% nelle case di cura e solo lo 0,13% altrove (altra struttura di assistenza, domicilio, etc.). Naturalmente nelle Regioni in cui è rilevante la presenza di strutture private accreditate rispetto alle pubbliche, le percentuali sono sostanzialmente diverse. Il 61,7% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno 1.000 parti annui, e sono 134 strutture il 34,4% dei punti nascita totali. L’8% dei parti avviene invece in strutture con meno di 500 parti annui.

              L’età media della madre: è di 33,2 anni per le italiane mentre scende a 31,2 anni per le cittadine straniere. L’età media al primo figlio è per le donne italiane, quasi in tutte le Regioni, superiore a 31 anni, con lievi variazioni regionali. Le donne straniere partoriscono il primo figlio in media a 29,2 anni.

              Cittadinanza delle madri: circa il 20,1% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana. Tale fenomeno è più diffuso nelle aree del Paese con maggiore presenza straniera, ovvero al Centro-Nord, dove più del 21% dei parti avviene da madri non italiane; in particolare, in Emilia Romagna, Liguria e Marche oltre il 30% delle nascite è riferito a madri straniere.

              Taglio cesareo: si conferma il ricorso eccessivo al parto per via chirurgica. In media, nel 2023 il 30,3% dei parti è avvenuto contaglio cesareo, con notevoli differenze regionali che comunque evidenziano che in Italia vi è un ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica. I dati denotano comunque una tendenza alla diminuzione in linea con le indicazioni delle “Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo”.

              È in corso, in questi ultimi anni, una politica sanitaria diretta a favorire il settore sanitario privato a dispetto del settore pubblico. In tal modo però ne beneficiano le grandi case farmaceutiche nazionali e internazionali, che utilizzano la ricerca per influenzare il mercato e aumentare le vendite con ogni mezzo (mass media, social media, pubblicità oblique, referenziali, ecc.).

               Il diritto alla salute ne viene sacrificato e sono privilegiate le classi più abbienti.

Ciò è in palese contrasto con la Costituzione della Repubblica Italiana.

Luigi Fadiga, magistrato minorile

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