C’è una forma di cura che prende forma lentamente, spesso senza una scelta esplicita, e che

finisce per occupare ogni spazio della vita adulta: è quella dei figli caregiver che si prendono

cura dei genitori anziani. Una cura che non è solo assistenza materiale, ma presenza

costante, responsabilità continua e ridefinizione profonda dei ruoli familiari. Le storie di

Anna e Marco raccontano due esperienze diverse, accomunate dall’essere figli che, a un

certo punto della vita, diventano il principale sostegno di un genitore fragile. Anna ha 56

anni e si prende cura del padre Giovanni, che da alcuni anni necessita di sorveglianza

continua. Per permettergli di restare nel suo ambiente, lei e il marito hanno fatto una scelta

impegnativa: «Dal 2021 io e mio marito ci siamo trasferiti a casa sua per lasciarlo nel suo

ambiente». Da allora la cura ha assorbito gran parte del suo tempo quotidiano: «Tutto il

tempo che posso è dedicato a lui». Le giornate scorrono tra letture condivise, giochi per la

memoria, esercizi di deambulazione, piccole attività che tengono insieme relazione e

stimolazione, mentre anche i momenti di svago e le vacanze diventano possibili solo

includendo il padre. In questo percorso, Anna racconta un cambiamento profondo nella

relazione: «Ci siamo scambiati i ruoli… è il mio piccolino ora». Un passaggio che porta con sé

emozioni contrastanti, tra la paura di non fare abbastanza e la consapevolezza di esserci

sempre: «A volte ho paura di non fare abbastanza, altre invece so di mettercela tutta».

Ancora più complessa e solitaria è l’esperienza di Marco, che si prende cura del padre

novantaduenne, invalido e con un grave decadimento cognitivo, completamente da solo. La

sua storia di caregiver attraversa tutta la vita adulta, ma negli ultimi anni si è intrecciata in

modo drammatico con il lavoro. Per assistere il padre ha dovuto ricorrere interamente al

congedo straordinario biennale previsto dalla legge, consumandolo fino all’ultimo giorno.

Oggi si trova in una condizione di forte incertezza: «Ho finito i due anni di congedo e non so

cosa succederà adesso». L’assenza di risposte chiare sul rientro, le visite mediche

obbligatorie, le comunicazioni che non arrivano o restano sospese alimentano una

precarietà profonda: «Non sapere se e quando rientrerò al lavoro non è rispettoso, né come

lavoratore né come caregiver». La giornata di Marco è interamente organizzata attorno ai

bisogni del padre, senza una reale possibilità di stacco: «Riesco a fermarmi solo quando lo

metto a letto», e anche quel tempo è spesso consumato dalla stanchezza fisica e mentale.

Essere figlio caregiver, per lui, significa vivere in uno stato di allerta continua, con la paura

costante di ciò che potrebbe accadere durante una breve assenza: «Tornare a casa e

trovarlo per terra, o sporco… sono cose che ti segnano tantissimo». A rendere tutto più

difficile è la totale solitudine: «Sono solo io, completamente solo», senza familiari con cui

condividere responsabilità, decisioni o semplicemente il peso delle giornate. Questa

condizione incide pesantemente anche sul piano economico. I piccoli aiuti ricevuti sono

percepiti come del tutto insufficienti rispetto alle spese reali dell’assistenza quotidiana:

«Cinque euro al giorno non sono un sostegno, sono una mancetta». Pensione e

accompagnamento del padre vengono assorbiti da affitto, bollette, farmaci e alimentazione,

lasciando Marco in una costante situazione di ansia economica, aggravata dal timore di

perdere il lavoro o di non riuscire a rientrare in condizioni compatibili con la cura. Anche

quando le tutele esistono formalmente, il vissuto è quello di una mancanza di comprensione

reale: «Ti danno i permessi, ma non ti sono davvero vicini nel problema». La sensazione è

quella di essere vincolato alla casa senza un riconoscimento adeguato: «È come essere agli

arresti domiciliari, senza aver commesso nessun reato». Anche il rapporto con le istituzioni

appare fragile e discontinuo. Anna parla di «una continua battaglia con la burocrazia» per

ottenere farmaci, ausili e controlli, mentre Marco racconta contatti sporadici con i servizi

sociali, spesso limitati alla gestione dell’assegno di cura. In entrambi i casi emerge con forza

la mancanza di riconoscimento sociale del ruolo di figlio caregiver: «Non mi sento

riconosciuta come caregiver dallo Stato». Eppure, nonostante la fatica, la frustrazione e

l’incertezza, nelle loro parole emerge anche una forza silenziosa. Anna la definisce come un

amore che sostiene ogni giorno: «Le scelte d’amore portano sempre a doni inaspettati, non

si molla». Marco, pur esprimendo rabbia verso un sistema che sente distante, sottolinea

l’importanza di preservare almeno piccoli spazi personali, perché «se stai un po’ bene tu,

riesci ad assistere meglio anche l’altro». Le loro storie mostrano come il caregiving dei figli

verso i genitori anziani non sia solo una questione privata, ma una realtà sociale che mette

in luce fragilità strutturali del welfare e del mondo del lavoro, soprattutto quando il congedo

termina e l’incertezza prende il posto delle tutele. Prendersi cura di un genitore anziano

significa spesso imparare a vivere nel presente, senza grandi progetti, «un passo alla volta,

un respiro alla volta», nella speranza che la cura, oggi affidata quasi esclusivamente ai

legami familiari, diventi finalmente una responsabilità condivisa e riconosciuta.