I figli pensano che il loro destino sia intrecciato a quello dei loro genitori, anche quando è tragico. Vivono gli eventi traumatici che li riguardano con rabbia e senso di colpa. Ma la resilienza sta nell’accettare la volontà di chi abbiamo amato, anche quando non la condividiamo, e proseguire nel proprio cammino di evoluzione.
Il destino
Quando le dissero che sua madre era morta, Francesca sentì che, in cuor suo, lo sapeva già. Iniziarono a raccontarle i dettagli di quel tragico incidente, ma lei non stava già più ascoltando. L’automobile, il buio, il semaforo che non funzionava… poco importava. Perché sua madre non era morta quel giorno. Sua madre era già morta molto tempo prima. E, probabilmente, la mattina in cui era nata lei.
Non avrebbe saputo spiegare la sequela di eventi che avrebbe portato a quel tragico giorno, eppure tutto le sembrava appartenere ad un copione già scritto. Cominciò a cercare nella sua mente un ricordo felice. Ce n’erano stati nella sua vita, come nella vita di molte altre famiglie: pranzi di Natale, vacanze al mare, l’arrivo di Ringo, il loro cagnolino. Ma non ricordava il sorriso di sua madre. Cominciò a chiedersi se l’avesse mai vista ridere. No, mai. Sua madre aveva vestito la tristezza per tutta la vita, come si indossa un maglione caldo d’inverno e una camicia di lino d’estate. Faceva parte di lei da sempre. Non aveva mai visto sua madre ridere, ma non l’aveva mai vista nemmeno piangere.
Semplicemente aveva subito la vita, giorno dopo giorno.
Improvvisamente provò una rabbia incontenibile. Ancora una volta, non aveva pensato a lei. Qual era stata l’ultima cosa che le era venuta in mente prima di correre in mezzo alla strada? Sicuramente il suo dolore. Quel dannatissimo rifiuto di vivere che le aveva letto negli occhi fin dal primo giorno di cui avesse memoria.
Improvvisamente realizzò che, forse inconsciamente, sua madre aveva vissuto tutta la vita in funzione di quell’istante, di quel rumore di lamiere accartocciate, di quel clacson che suonava ininterrottamente come un lupo che ulula alla luna.
Sua madre aveva costruito ogni suo passo per prepararsi a quell’appuntamento con la morte, come se fosse stato un giorno di festa. Non aveva pensato a lei. Di certo non aveva pensato a lei. Nemmeno l’amore di una figlia l’aveva distolta dal suo progetto di morte. Di nuovo la rabbia. Che cosa può esserci di più grande della nascita di un figlio? Quale altro evento può scalzare la gioia di esistere, se non un nasino arrossato che si affaccia alla vita? Di nuovo un dolore sordo. Forse era stato proprio quello. Forse era stata la sua nascita a cancellare il sorriso dal volto di sua madre. Magari lei era stata felice prima. E, quindi, la colpa della tristezza della madre era sua. Se lei non ci fosse stata, non ci sarebbe stato nemmeno quel giorno. Non ci sarebbe stata l’ambulanza, non ci sarebbero state le testimonianze da raccogliere sul luogo dell’incidente. La sopravvissuta era quella che non sarebbe mai dovuta nascere.
Francesca si allontanò da quel luogo di dolore. Non avrebbe mai saputo la verità. Eppure un cerchio si era appena chiuso. In cuor suo sentì che quel giorno doveva arrivare, come sarebbe arrivato il suo ultimo giorno. Pensò alla sua tristezza. Anche lei, adesso, sarebbe diventata come sua madre? Anche lei, ora, avrebbe spento il suo sorriso e si sarebbe rinchiusa in una torre di ricordi in attesa di scegliere il giorno giusto per morire?
Francesca chiuse gli occhi. Era difficile accettare il destino della madre. E ancora più difficile era pensare che potesse essere diverso dal suo. Si strinse le spalle, come a simulare l’abbraccio che avrebbe desiderato e che non avrebbe mai ricevuto. All’orizzonte le nuvole accoglievano l’alba di un nuovo giorno.
Monica Betti