La morte coglie sempre impreparati, anche quando è annunciata. Quando a morire sono i bambini, l’essere umano sfiora l’intoccabile. Comunicare ai propri alunni che un loro compagno di classe non tornerà più è il compito più difficile al quale un insegnante possa essere chiamato. Eppure, anche questo fa parte della vita. Condividere il dolore e la paura rende più sopportabile il cammino. E lascia intravedere la speranza dopo la salita più dura.
Il dolore che è già qui
“Buongiorno, è lei l’insegnante che si occupa della morte e del lutto?”. Sorrido a questo appellativo, come se la morte ed il dolore fossero a mio esclusivo appannaggio e non un evento che appartiene alla vita di chiunque. “Sì, sono io” rispondo comunque. “Vorrei chiederle un appuntamento per una situazione che sta diventando abbastanza urgente nella mia classe. Quando può ricevermi?”. “Domani mattina”. “Così presto?”. “Di solito queste questioni non possono essere rimandate a lungo” rispondo comprensiva. So bene quali siano, a volte, i tempi degli appuntamenti per le cose abbastanza urgenti. L’esperienza del sentirsi accolti passa dalla disponibilità. E la disponibilità richiede un po’ di adattamento, anche nella gestione dell’agenda.
Ho imparato a riconoscere il dolore negli occhi delle persone prima di iniziare il mio percorso di formazione sui temi relativi alla morte, al lutto e alla perdita. L’incontro con la sofferenza è qualcosa che appartiene ad ognuno di noi. In certi momenti della vita, crea un solco nell’esistenza. Oltrepassare quel guado costa fatica, ma rende più forti e più propensi a tendere una mano verso chiunque altro sia costretto ad attraversare il nostro stesso dolore.
Perciò, quando ho incontrato gli occhi di quell’insegnante che mi aveva chiesto un appuntamento, ho rivisto i miei occhi, il giorno in cui mi dissero che il mio compagno di classe non sarebbe più tornato.
Nessun insegnante è preparato ad accogliere la morte di un proprio alunno, né a darne la notizia agli altri allievi. In nessuno dei manuali universitari è descritta la fitta al cuore che si prova a vedere un banco eternamente vuoto, che non potrà mai essere riempito con null’altro se non con un ricordo che non può, però, riportare indietro nel tempo.
“Non sappiamo come dirlo agli altri compagni”. “Non è qui per questo” le rispondo. Gli altri bambini lo sanno già. Lo sapevano, dal momento che ha smesso di frequentare la scuola, che quel bambino, probabilmente, non sarebbe più tornato. La vera incognita è gestire le domande: dov’è ora maestra? Perché si muore? Moriremo anche noi? Quanto è difficile rispondere sì a quest’ultima domanda.
“È necessario essere così sinceri?”. Certo. Bisogna essere sinceri con i bambini, come loro lo sono con noi. Del resto, la morte è l’unica certezza della vita. Ad essere incerti sono il come e il quando, eppure in questa indeterminatezza risiede il senso di ogni cosa. Non è forse questo che ci fornisce l’opportunità di rendere importante ogni singolo giorno? Che poi la vita scegliamo di viverla con frenesia, questo è un altro discorso. A volte ci scordiamo persino che un giorno dovremo morire.
“Capisco la sua preoccupazione, che appartiene a tutti” le dico toccandole il braccio, “ma, vede, pur nel dolore, ciò che è successo ci offre una grande opportunità: quella di ricordarci che, prima di essere insegnanti, siamo esseri umani. Non sono così frequenti le occasioni, a scuola, di condividere questa umanità, né la caducità che ne deriva. E non parlo solo della morte. Parlo della fragilità che ci sconquassa l’anima quando ci confrontiamo con una perdita che sa di mai più, delle lacrime che versiamo in un contesto, quello della scuola, che ci vorrebbe sempre performanti. Con i nostri alunni ridiamo, scherziamo, ci arrabbiamo, ci stupiamo. E perché, allora non piangiamo anche? Non dobbiamo avere paura di condividere un dolore che è già qui, presente”.
“So che lei utilizza gli albi illustrati con i bambini per prepararli alla morte”. Le sorrido. “Non è questo il momento di leggere un libro”. Questo è il momento del dolore, in cui ciascuno può trovare il modo di esprimerlo, senza paura di non essere accolti e capiti. Il dolore è il più inclusivo dei sentimenti. Perché non risparmia nessuno. Attorno al dolore per qualcuno che non c’è più tutti ci riconosciamo e tutti ci apparteniamo. Per quei bambini, da oggi, ci sarà un solo modo di misurare il tempo: prima di Francesco e dopo Francesco.
“E se il dolore fosse troppo grande e qualcuno rimanesse traumatizzato?”. Capisco quello che vuole dire. Il dolore per la perdita di qualcuno che si ama è un’esperienza che non si dimentica mai. “Date ai bambini la possibilità di provare quel dolore insieme a voi. Di lasciarsi consolare, di stringersi in un abbraccio. Non c’è dolore che non si possa superare insieme. Anche se adesso sembra impossibile, da questo momento così difficile uscirete arricchiti. Francesco non sarà più seduto al suo banco, ma sarà nell’aria, nei libri impolverati, nelle pagine dei quaderni, nei discorsi e nei ricordi che nessuno avrà mai paura di rievocare. Perché, se la morte è qualcosa che siamo disposti ad attraversare insieme, fa meno paura. E, se abbiamo meno paura, siamo anche più disposti a sostare nelle complessità. Un giorno quei bambini saranno disposti a donare quel dolore a chiunque si trovi ad attraversare la medesima situazione”.
“A lei è successa la stessa cosa, con quel suo compagno di classe?”.
Non proprio. È anche per lui che porto avanti questo percorso. È il suo ricordo che mi accompagna, ogni volta che penso al mio primo grande dolore.
Monica Betti