La morte non riguarda solo le persone. A volte, a morire sono i sentimenti. La sensazione che si prova è altrettanto dolorosa e dilaniante quanto quella che le persone sentono quando perdono qualcuno che hanno amato. Questa è solo una storia. Ma vuole essere un omaggio alle tante, troppe, vittime di femminicidio che, anche in questi giorni, scuotono le nostre coscienze. A tutte le donne che vogliono essere libere di guardarsi dentro. 

Il giorno in cui le si spezzò il cuore

Il giorno in cui le si spezzò il cuore, Margherita sentì un tonfo netto alla bocca dello stomaco. Le percorse tutte le estremità e le lasciò un leggero stordimento alla testa, come un capogiro. Non le aveva dato alcuna avvisaglia, mai un dubbio, un’incertezza. O forse quelle avvisaglie c’erano. E lei, semplicemente, non le aveva sapute vedere. Non le aveva volute vedere.

Il giorno in cui le si spezzò il cuore Margherita si ritrovò così, senza l’amore. Lo aveva sognato, lo aveva rincorso, plasmato, coltivato, assecondato, costruito anche laddove non c’era. E adesso, semplicemente, si era accorta che nemmeno lei lo aveva più.

Pianse. Poi si chiese: si può piangere un amore morto? Non lo sapeva nemmeno lei. Eppure la sensazione era molto simile a quando si capisce di aver perso qualcosa di molto importante. Qualcosa che si era perduto e che non sarebbe tornato più.

Improvvisamente, istintivamente, cominciò a sentire di dover porre rimedio. Le venne come la tentazione di cercare di ricacciare indietro quella sensazione di vuoto. Di fare finta che non esistesse, di non averla mai provata. Ma, per la prima volta, sentì dentro di sé una forza che le impediva di tornare indietro. Quello che aveva provato, semplicemente, non esisteva più. E non avrebbe saputo dire quando tutto questo fosse cominciato.

Si concentrò su quello che sentiva. Una spaccatura netta, proprio al centro del cuore. Una sensazione di irrimediabile divisione tra la vita di prima e quella di adesso.

Provò a percepirsi, a concentrarsi sulle sue sensazioni corporee. Il vuoto. Di nuovo gli occhi le si riempirono di lacrime. Come avrebbe potuto continuare a vivere in questa assenza?

E, soprattutto, quali parole avrebbe potuto trovare per spiegare quello che le stava succedendo? Le avrebbero detto che era un capriccio, che era depressa, che non sapeva quello che stava facendo.

Eppure, lei non si era mai sentita così certa. Non si era mai sentita così intera. Anche se aveva paura. Anche se ancora non riusciva a delineare con chiarezza il suo futuro. Anche se non sapeva bene come avrebbe potuto ricostruire. Come avrebbe potuto ricostruirsi.

Chiuse gli occhi. Si massaggiò il centro del petto, che le doleva. Poi si strinse le tempie tra le mani, perché la testa sembrava esplodere. Pensò a che cosa avrebbe dovuto fare adesso. Improvvisamente si augurò di sparire. Di essere semplicemente inghiottita dalla terra. Si immaginò a raccontare ciò che provava. E si sentì dilaniare al pensiero del dolore che avrebbe trovato davanti a sé. O forse non lo avrebbe trovato. Forse stava solo per svelare qualcosa che era stato malcelato per troppo tempo. In ogni caso, la crepa che già l’aveva divisa a metà si aprì ulteriormente quando pensò di essere la causa della fine della vita di prima. Il senso di colpa. Quante volte l’aveva già provato. Ogni volta che aveva pensato di non essere abbastanza. E, per cercare di colmare ogni vuoto, aveva semplicemente fatto di più. Aveva dolorosamente fatto di più. Aveva lavorato di più. Aveva donato di più. Aveva dedicato più tempo. Aveva detto più parole. Aveva scelto quelle più giuste. Si era tolta di più. Si era dimenticata di più. Si era punita di più. Non si ricordava dove, né quando. Ma aveva smesso di esistere.

Monica Betti

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