Qualche settimana fa, mia mamma, forse inconsapevolmente, mi fece un regalo, un dono. Stavo leggendo tranquillamente in camera mia, quando si presentò sulla soglia della stanza mostrandomi un maglione ritrovato nel suo armadio. Sobbalzai: l’avevo visto indossato da mia nonna quando ero bambina, o almeno così credevo. Non pensavo di rivederlo, convinta che, alla sua morte, questo maglione fosse stato donato in beneficienza insieme ad altri suoi vestiti. Lo raccontai emozionata a mia madre, la quale mi corresse subito: “Tua nonna non l’ha mai messo, è stata solo tua zia Luisa ad indossarlo.” Finsi di crederle, anche perché sentii che il maglione portava con sé una storia e me la feci narrare. Mia mamma raccontò: “Tua zia aveva scelto il modello su Rakam, come al solito aveva cominciato a lavorarlo, ma si era subito stufata perché richiedeva troppa pazienza. Per lei era meglio leggere un libro. Allora la nonna e io siamo andate avanti insieme. A dir la verità, io ho proseguito il maglione, mentre è stata tua nonna a mettere insieme tutti i pezzi: le maniche, il davanti, il dietro, il collo. Alla fine, quando il maglione era pronto e ben confezionato, solo tua zia l’ha indossato, tanto per cambiare.” Pensò di avermi convinta e sorrise. Io, però, rimasi della mia idea, cioè che l’avesse indossato anche mia nonna: avevo questa immagine nella memoria, ma preferii tenere per me il ritratto di questa donna con il maglione che mi aveva aiutata a crescere. Mi aveva accudita, amata e coccolata, ma mai viziata. Il maglione mi ricordava tutto questo e anche di più. Mia mamma si avvicinò e me lo fece vedere e toccare. Era di tre colori differenti, tutti e tre tenui, ma capaci di colpire, con una propria personalità: giallo, rosa e verdino. Era morbido e caldo, aveva in sé qualcosa di affidabile, come affidabile era sempre stata mia nonna. Sembrava che le lane con cui era stato tessuto dicessero: “Non ti preoccupare, noi ti abbracciamo e ti riscaldiamo, ma non ci permetteremmo mai di pungerti.” Oltre ai tre colori, i motivi che caratterizzavano il maglione erano delle trecce verticali. La particolarità e la bellezza di queste sta ancora nel fatto che tutte le trecce siano volutamente diverse, senza che ce ne sia una uguale all’altra. Tutta questa differenza di colori, di forme e di maglie crea un’armonia quasi perfetta. Sta in questo “quasi” l’umanità e il valore affettivo così profondo di un indumento all’apparenza solo vecchio. Se fosse perfetto, se non avesse qualche filo un po’ tirato, non sarebbe umano e, appunto, non porterebbe con sé tutta l’umanità e l’unione di chi l’ha confezionato: le tre donne portanti della mia crescita. Mia nonna e mia zia sono morte da decenni, ma, anche grazie a questo maglione, porto avanti la loro memoria e porto avanti me stessa, indossandolo con orgoglio e cogliendone tutta la sua dolcezza. Immagino, a volte, quanto impegno ci sia stato nel confezionarlo, i discorsi, le parole scambiate fra loro tre, mentre le mani lavoravano con i ferri; penso anche all’impegno e alla fatica delle loro dita e dei loro occhi per rispettare tutti i punti, ma anche il piacere tattile di godere della morbidezza e del calore dei fili, piacere altrettanto importante quello dato dall’alternanza dei colori, formando un’unita così ben cementata e rappresentata dal maglione. Si può dire letteralmente che adesso tutto il peso del maglione sia su di me, un peso accogliente e rassicurante, caldo e morbido. Anche indossare un maglione un po’ infeltrito può significare dare luce e parola, tramite la narrazione orale e scritta, a chi fisicamente non c’è più.
Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa