“Il peso delle ceneri” è il frutto dell’unione di giovani menti che hanno deciso di affrontare un lato spinoso del tema legato alla perdita di un familiare. Anna Cerundolo, Davide Favaretto, Margherita Ghidini, Matilde Malinverni, Matteo Occhiali e Luca Piva Aguiari, studenti del Liceo Ariosto di Ferrara, ci “obbligano” a guardare in faccia la realtà e a fare i conti anche con le situazioni più complesse sul piano emotivo. Perdere una persona vicina è sempre difficile, ma cosa succede quando il legame con essa era aspro o assente? La protagonista della storia, primogenita di una famiglia patrizia, dopo la morte della madre si è dovuta fare carico delle responsabilità della casa; tra queste, vi era il compito di prendersi cura del padre malato con il quale, però, non ha mai avuto un bel rapporto, tanto che, quando questo muore, lei non riesce neppure a compiangerlo come “dovrebbe”, secondo l’usanza romana. Ed è lì che, pian piano, si insinua il senso di colpa. Cosa le era rimasto dei suoi genitori? Della sua amata madre portava i gioielli, grazie ai quali si sentiva a lei vicina e da cui assorbiva la sua sicurezza e la sua forza. Del padre, un’olla fredda, in parte decorata, al cui interno erano custodite le sue ceneri.

In epoca romana, le olle cinerarie, specialmente quelle fittili, prevedevano un ulteriore utilizzo. Esse potevano essere impiegate anche in cucina come recipienti per cucinare e conservare cibi[1]. Nel caso specifico di questo racconto, però, l’olla nasce come contenitore a scopo funerario. Viene decorata finemente, in onore della persona a cui era destinata. Per le persone di ceto abbiente, dalla tarda età repubblicana, si diffuse l’utilizzo di olle in marmo: materiale di pregio e, dunque, status symbol, specie se utilizzato in contesti funerari, così come l’alabastro e altre pietre colorate, impiegate per rivestire o realizzare olle ed elementi legati alla sfera funeraria[2].    

Annalisa D’Avolio

Il peso delle ceneri

Nella mia stanza, gli odori che provenivano dal resto della casa erano sempre coperti dal dolce profumo dell’acqua di rose. È proprio quella fragranza ciò che ricordo meglio di quella giornata. Rammento bene anche un suono nitido e raccapricciante: un urlo maschile, carico di terrore.

Un’ancella probabilmente mi stava sistemando la veste, un’altra forse mi aggiustava la pettinatura e sicuramente una terza reggeva uno specchio bronzeo davanti al mio viso. Ogni volta che guardo il mio riflesso non so cosa pensare: il mio volto non è ancora turbato dalle rughe e non si intravede alcun filo d’argento nella mia chioma scura, eppure lo sguardo serio e l’aria grave, accentuata dall’aspetto austero dei gioielli di mia madre, mi fanno apparire più vecchia di quanto io davvero non sia. Cerco di pensare il meno possibile a lei, perché tutti i ricordi gioiosi hanno iniziato a ferirmi come delle coltellate sin dal giorno della sua scomparsa. Ripensare al suo volto è ancora doloroso, una ferita aperta che il tempo non riesce a rimarginare: di lei mi colpiva sopra ogni cosa quell’eleganza discreta, capace di restare intatta anche di fronte alle difficoltà della vita. Poi c’era il luccichio dei suoi gioielli dorati, che si illuminavano quando il sole li accarezzava, regalando al mondo riflessi di una bellezza silenziosa. Il freddo tocco dell’oro sulla mia pelle è come un monito: ha passato la sua responsabilità a me. L’arduo compito di colmare il vuoto lasciato dalla sua dipartita e di prendersi cura di mio padre ora era mio. Era malato da tempo quando lei morì e, da allora, la sua malattia non aveva fatto altro che peggiorare, mentre, di pari passo, peggiorava anche il suo carattere. Ogni nuova figlia aveva contribuito a renderlo più freddo e distaccato nei confronti di mia madre, mentre verso di noi covava una delusione malcelata. Le mie sorelle, ingenue e innocenti, si illuminavano ogni volta che nostro padre concedeva loro anche una minima attenzione, mentre io faticavo a nascondere il rancore che provavo verso quell’uomo insensibile, capace solo di ferire e mortificare nostra madre con i suoi commenti sprezzanti e i suoi sguardi glaciali. 

Quella fatidica mattina, i miei pensieri furono bruscamente interrotti da quell’urlo spaventato. Dopo pochi istanti di assoluto silenzio, in cui già prefiguravo l’inevitabile, un servo spalancò la porta. Attraversai l’atrio quasi volando, come in un sogno febbrile. Giunta nel tablinum, la mia ipotesi divenne certezza: il corpo di mio padre, il nobile e augusto veterano Paulus Flavius Atticus, era riverso sul pavimento con la bocca spalancata e gli occhi rivolti al soffitto, morto con la stessa dignità con cui sarebbe potuto morire l’ultimo tra gli schiavi. Quella vista mi fece mancare il respiro, e uscii rapidamente dalla stanza, mentre un viavai di servitori accorreva per accertarsi della macabra notizia. Anche le mie giovani sorelle accorsero e si gettarono sul corpo in un pianto disperato, ma i loro lamenti mi arrivavano ovattati, lontani dal luogo in cui mi ero rifugiata. Mi sentivo soffocare. Avevo già immaginato molte volte questo giorno, in alcuni momenti lo avevo perfino desiderato, ma, nonostante ciò, mi sentivo completamente impreparata. Strinsi la spilla d’oro che portavo sul cuore e, sentendo una parte di mia madre vicina, trovai la forza necessaria per tornare nella stanza. Appena entrai la folla si accostò alle pareti, pronta ad assistere a ciò che mi spettava fare in quanto parente più prossima. Mi inginocchiai accanto a lui ed esitai: perché spettava proprio a me, la sua figlia meno devota, compiere quel gesto così intimo e solenne? Perché proprio la figlia più irriverente, e non una delle figlie più affezionate, doveva raccogliere il suo ultimo respiro? Con che coraggio baciavo un padre di cui avevo sperato la morte? Mi chinai su di lui sfiorando appena le sue labbra con le mie, come prescriveva il rito. Sentii il suo ultimo soffio vitale svanire contro la mia pelle e, con un bacio, consegnai la sua anima all’eternità. Attorno a me, i servi e le mie sorelle ricominciarono a bisbigliare veloci, le voci si confondevano tra loro: c’era chi parlava dei preparativi per la cerimonia funebre, chi si preoccupava per il futuro della nostra famiglia, ora composta da sole donne, che avrebbero dovuto farsi spazio in un mondo a loro avverso. Non ero pronta, non ero assolutamente pronta a diventare l’unico punto di riferimento di cui le mie sorelle avevano bisogno. Sarei stata a capo della mia famiglia forse per qualche giorno, poi sarebbe apparso un amico di mio padre o un lontano parente, avrebbe preteso la mia mano e mi avrebbe sposata, appropriandosi di me, della nostra domus e di quello che rimane della mia famiglia. Mi era stato ripetuto tante volte quale sarebbe stato il mio futuro in quanto donna: ero stata educata ad essere una buona moglie e una madre devota. Eppure, ora che questa realtà si faceva sempre più vicina e sempre più necessaria, avrei voluto fuggire, nascondermi come un animale braccato. La paura mi ottenebrava la mente, mi attanagliava il cuore, però sapevo che avrei dovuto compiere questo sacrificio per il bene delle mie sorelle: il loro benessere era e sempre sarà ciò che conta di più al mondo. Questo pensiero riuscì a calmarmi, dandomi la forza di affrontare i giorni che seguirono. Essi si confondono tra di loro nella mia mente: mi sono rimasti impressi solo i lamenti strappalacrime delle prefiche, assoldate per piangere nostro padre, che si innalzavano alti e drammatici, e che stridevano con il cordoglio pudico e dignitoso delle mie sorelle. Ricordo il peso di dover prendere tante decisioni improvvise senza esserne preparata. Questo onere era completamente caduto solo sulle mie spalle: quando spolverare le maschere degli antenati, quale olla scegliere per accogliere le sue ceneri, come rispondere ai clientes di mio padre che credevano di poter approfittare della mia giovinezza e inesperienza?

Poi arrivò il giorno della cremazione. Di primo mattino ci vestimmo tutte di nero luttuoso, e iniziammo a seguire la processione, che avanzava lentamente. Il corpo senza vita di mio padre venne deposto sulla pira e in pochi secondi il fuoco divorò ogni cosa: il legno, gli oggetti scelti per accompagnarlo nell’oltretomba, il suo ricordo. Mentre le lingue di fuoco danzavano attorno alla pira, mi sforzai di piangere: mio padre meritava di essere compianto, mi ripetevo, aggrappandomi a quel leggero senso di colpa che si insinuava come una serpe dentro di me. Le mie sorelle cercavano disperate conforto tra le mie braccia, che io mossi distrattamente per abbracciarle, come se i miei gesti appartenessero a qualcun altro. 

Del funerale di mia madre rammento la disperazione di mia sorella minore, di soli sette anni, che nostro padre cercava di confortare senza successo. Mi chiesi se anche lui, allora, provasse lo stesso senso di vuoto nel guardare le fiamme che ora provavo io; se si sentisse obbligato a confortare gli altri e a mettere da parte il suo dolore per il bene di tutti. Il senso di colpa divenne più intenso. Forse, in tutti questi anni, non mi sono mai sforzata di comprendere mio padre: i suoi silenzi mi avevano ferita a tal punto da non provare più a capirli e abituarmi a covare un odio velenoso. Forse il suo dolore lo aveva reso insensibile proprio come il mio stava cambiando me. Inghiottii il nodo alla gola che si era formato e allontanai quei pensieri da me, quando una delle mie sorelle mi prese per mano: la piccola, ormai cresciuta ma da sempre accudita come tale, voleva allontanarsi da lì e chiese che la accompagnassi. Non lo ammisi, ma anche io avevo bisogno di pensare ad altro e insieme tornammo a casa.

Le ceneri di nostro padre furono infine deposte nella tomba di famiglia, racchiuse in un’olla scelta con cura e devozione dalle mie sorelle: un elegante vaso ovoidale di ceramica, dalla superficie liscia come l’acqua e con manici sottili. Era decorata da fini ghirlande in bassorilievo e incisa sul coperchio, anch’esso in ceramica, c’era l’immagine stilizzata di un’aquila in volo. Sulla nicchia che la accoglieva, un’iscrizione commemorava la sua vita e celebrava le sue imprese: una formula solenne, consona e impersonale, che nulla lasciava trapelare delle emozioni complesse e contrastanti che il nome di mio padre continuava a suscitare in me. 

Mi reco spesso alla tomba, che sorge oltre le mura cittadine, dove la pace e il silenzio regnano incontrastati. È l’unico luogo in cui riesco a sentirmi davvero in pace, lontana dai clientes impazienti e dai pretendenti insistenti che bussano alle porte della nostra domus. Anche oggi sono tornata a far visita alle fredde pietre che custodiscono ciò che resta della nostra stirpe. E mentre le dita si chiudono attorno alla spilla d’oro di mia madre, sento riaffiorare in me quella forza muta e incrollabile che aveva sempre guidato le sue scelte. In quel gesto silenzioso, trovo la determinazione per tornare ad affrontare il mondo.

Anna Cerundolo, Davide Favaretto, Margherita Ghidini, Matilde Malinverni, Matteo Occhiali, Luca Piva Aguiari


[1] Dananai & Deru (2018), Pottery Function, Dining and Funerary Assemblages

[2] Perna, S. A Case of Serial Production? Julio-Claudian “Tureen” Funerary Urns in Calcitic Alabaster and Other Coloured Stone, 2021