Nel romanzo Ogni cosa aveva un colore, Federico Pace ci accompagna in un viaggio intimo e doloroso dentro l’elaborazione del lutto per la morte del padre Domenico, affettuosamente chiamato “Momia” da bambino. La perdita, avvenuta nel novembre del 2021, si presenta fin da subito come un lutto complesso, non solo per l’intensità del legame padre-figlio, ma anche per i silenzi, i misteri e le ferite non dette che quel padre si era portato dentro per tutta la vita.
Il romanzo nasce nel febbraio dell’anno seguente, durante le prime settimane della guerra in Ucraina, evento che per l’autore rappresenta un detonatore emotivo. Le immagini di distruzione, i volti dei bambini colpiti, risvegliano in lui una sofferenza profonda, legata all’infanzia ferita del padre: a soli cinque anni, nel luglio del 1945, Domenico rimase gravemente ferito al volto da una mina Schrapnellmine, perdendo quasi totalmente la vista.
Mentre cerca di attraversare il dolore della perdita, Pace si imbatte in una fotografia del celebre fotografo svizzero Werner Bischof, scattata nei Paesi Bassi nel dopoguerra. Nell’immagine compare un bambino, Jo Corbey, il cui volto porta cicatrici simili a quelle di suo padre. È l’inizio di una duplice ricerca: da un lato, l’autore torna nei luoghi della vita del padre, ritrova i suoi scritti, ripercorre le tappe di un’esistenza segnata dal trauma ma anche dalla forza di reagire. Dall’altro, insegue la storia di quel bambino olandese, il cui destino appare sorprendentemente intrecciato con quello di Momia.
Il parallelismo tra le due figure – Jo e Momia – diventa centrale, non solo per le somiglianze esteriori, ma per l’eco emotiva che entrambi suscitano nell’autore. Scrive Pace:
“Momia e Jo (…). La guerra li ha colpiti sul volto e sugli occhi. E ancora più a fondo. Li ha segnati con schegge che avrebbero lasciato cicatrici durature. Uno di loro è sopravvissuto a lungo, l’altro non ce l’ha fatta. (…) Uno riesce a superare la notte, mentre l’altro viene sopraffatto senza neppure sapere perché.”
L’indagine si fa quindi duplice: ricostruire la biografia del padre e dare volto e dignità al bambino della fotografia. Jo diventa, per Federico, lo specchio oscuro in cui riflettere e riflettersi, una figura-soglia attraverso cui penetrare nel mistero del genitore, inaccessibile in vita, ma forse decifrabile ora, a posteriori, attraverso la scrittura, le immagini, i documenti. La somiglianza tra i due non è solo fisica: entrambi sono stati colpiti dalla guerra, entrambi hanno avuto il volto marchiato da un’esplosione, entrambi sono diventati simbolo di una generazione spezzata.
Il lavoro psicologico dell’autore è profondamente visibile: Ogni cosa aveva un colore non è soltanto un memoir, ma un processo di elaborazione del lutto reso visibile. La narrazione si snoda attraverso ricordi, ricostruzioni storiche e contemplazioni visive che diventano strumenti per rielaborare la perdita. Lo sguardo diventa scrittura, e la scrittura, a sua volta, cura.
Federico scopre che Jo Corbey è realmente esistito, e che anche lui è stato vittima di una mina. Conoscere la sua storia è, per l’autore, un modo per colmare il vuoto lasciato dal padre, un tentativo – forse illusorio, ma necessario – di afferrarne l’essenza sfuggente:
“Somiglia a mio padre che si inabissa in una dimensione a cui non riesco ad accedere. Si allontana e precipita senza che io sia in grado di trattenerlo. Anche solo per un istante ancora.”
L’intero libro si configura quindi come un viaggio di crescita, un percorso psichico ed emotivo verso l’accettazione della perdita. È solo alla fine del racconto, dopo aver conosciuto Jo, dopo aver compreso le cicatrici del padre, che l’autore può finalmente dire:
“È arrivato il momento di lasciarlo andar via.”
Attraverso la storia parallela di Momia e Jo, Pace affronta i temi della memoria, dell’identità e della resilienza. Il trauma, trasmesso silenziosamente da una generazione all’altra, trova qui un linguaggio, una possibilità di trasformazione. Non si tratta di una semplice commemorazione, ma di una rielaborazione attiva, in cui l’autore dà voce a chi, per troppo tempo, è rimasto in silenzio.
F. Pace “Ogni Cosa Aveva Un Colore”, ed. Einaudi, Torino, 2025.