La morte è un’esperienza che appartiene alla vita. Per quanto cerchiamo di allontanarla da noi, essa fa parte della nostra stessa essenza. E se ci apprestiamo a considerare la precarietà dalla quale siamo circondati, può divenire evidente quale esperienza trasformativa possa essere considerare l’essenza preziosa di ogni singolo attimo.

Il saggio di Ana Claudia Quintana Arantes ci spinge a guardare con occhi diversi il mistero più grande del mondo. Ma non solo. Ci chiede di riconsiderare tutto quello che ci circonda e che, nonostante l’innegabile paura della morte, paradossalmente non ci gustiamo come se potesse essere davvero precario.

Consideriamo la morte che ci attende come un ineluttabile evento e, di conseguenza, ci apprestiamo a vedere la vita, nel suo complesso, come qualcosa che conferisce alla nostra esistenza un’inopponibile caducità. Ma, allo stesso tempo, viviamo per la materialità di ciò che ci riguarda e, che in un certo senso, ci definisce. È così quando viviamo la settimana in attesa del week end, quando affrontiamo una sfida difficile solo per arrivarne quanto prima alla conclusione.

L’esperienza di Quintana Arantes dimostra che esistono persone malate che, nonostante la prognosi infausta, non si sono arrese ad una diagnosi dal nome ancora oggi impronunciabile. Quella che, agli occhi di molti, appare come una sentenza, può, in un percorso di riconsiderazione della vita e della morte, divenire una nuova nascita. Il tempo della malattia è, in ogni caso, un tempo di vita. Vivere morendo è un ossimoro che toglie vigore alla nostra anima, la quale sopravvive al nostro corpo. È proprio quell’anima che dobbiamo occuparci di coltivare finché siamo su questa terra. Per noi stessi e per coloro che amiamo e che lasceremo dopo la nostra dipartita.

Non è facile concentrarsi sulla propria linfa vitale, soprattutto quanto tutto intorno a noi ci parla di un corpo che, presto o tardi, ci lascerà. Difficile è vincere i momenti di paura, lo stesso dolore. Eppure, anche trattenere dentro di noi questa esperienza estrema ci porta a lasciarci attraversare da ciò che siamo in profondità: esseri umani che trattengono in sé la forza dell’universo dal quale siamo stati plasmati. Ciò che di divino concepiamo è già dentro di noi ed è proprio in funzione di questa essenza che nessuno può portarci via che dobbiamo vivere ogni giorno con intensità e determinazione, per tutto ciò che possiamo ancora trattenere e per ciò che la vita può insegnarci fino all’ultimo giorno. Ogni incontro, ogni scambio dialogico, porta con sé un messaggio, del quale noi e solo noi possiamo essere destinatari. Contemporaneamente, noi possiamo essere il tramite attraverso il quale la nostra esperienza di vita diviene una testimonianza, un insegnamento autentico e profondo per qualcun altro. La verità e che non esistiamo solo per noi stessi. Se l’obiettivo ultimo della nostra vita fosse il solipsismo, molto probabilmente nemmeno saremmo stati creati.

Ciò che invece ci restituisce il senso di un viaggio, per alcuni in verità davvero complesso e doloroso, è la possibilità di condividerne alcuni tratti con qualcuno che può divenire anche molto significativo.

L’esperienza di diversi pazienti oncologici ci restituisce come alcune delle amicizie più vere e significative si siano create proprio lungo le corsie in cui hanno ricevuto cure dolorose. Riconoscersi nel dolore è stata un’esperienza per certi versi salvifica che ha aiutato ad attraversare la paura e a ricostruire la propria esistenza.

Che ci piaccia o no, cresciamo nel dolore. Al di fuori delle nostre zone sicure. Ne usciamo feriti, a volte consumati. Ma vivi. E anche più umani.