Dopo l’Armistizio del settembre del ’43, quando la popolazione italiana pensa che la pace sia alle porte e il pericolo sia scampato, Nino, giovane uomo delle Madonie, viene catturato e deportato in un campo di concentramento in Austria. Nino perde tutto: la libertà, la patria, gli affetti, la fiducia negli altri e perfino, a tratti, la propria identità. La prigionia lo costringe a ridefinire sé stesso in una condizione di totale disumanizzazione, dove anche un gesto impensabile – come togliere cibo dalle tasche dei cadaveri o prenderne i vestiti – diventa necessario per sopravvivere, perché “a questi non serviranno più, ma per lui potranno fare la differenza tra la vita e la morte”. In questa lotta quotidiana, ciò che tiene in vita Nino non è solo l’istinto, ma il ricordo: la voce della madre che gli dice: “non mi tornare a casa con le scarpe fradice” mentre alza gli occhi dai ferri, il gesto d’affetto con cui gli prepara un maglione -“fa freddo, lì fuori”-, il profumo del pane nel forno del padre, quando “Nino inspirava profondamente il profumo caldo del pane, ma con la coda dell’occhio guardava suo padre impastare i biscotti”, e l’amore semplice e autentico per Maria Assunta -“Si sedeva accanto a lui, (…) e Nino le accarezzava il viso e le porgeva un biscotto. L’ultimo di un lungo corteggiamento fatto di biscotti, che le aveva regalato davanti a scuola e nei vicoli (…) e per la festa del santo del paese, che poi era pure il suo onomastico, il 15 agosto, il giorno dell’Assunta.” La memoria diventa rifugio, forza interiore, strumento per non perdersi del tutto. Albanese racconta il dolore in modo asciutto ma poetico, mostrando come il lutto non sia solo legato alla morte fisica, ma anche alla separazione, all’assenza, all’impossibilità di riconoscersi nello sguardo dell’altro. La perdita degli amici conosciuti nel campo, come Jean, segna profondamente Nino -“non poter più condividere con lui il pacco da casa dei genitori: un pezzo di formaggio e delle sigarette”- Un piccolo gesto quotidiano che diventa, improvvisamente, impossibile, carico di dolore. Tuttavia, Nino non si abbandona al buio: reagisce. La sua è una resilienza silenziosa, ma profonda. Anche quando la sua fuga lo porta in un’Italia devastata, piena di rovine e diffidenza, non smette di camminare, con la speranza di tornare a Petralia Soprana. Eppure, il ritorno, anziché rappresentare sollievo, mostra quanto la guerra abbia lasciato macerie non solo materiali, ma umane: “Per tutto il giorno, Nino incontrò solo macerie. Erano diroccate le case e le stalle, erano in pezzi i fienili, i campanili e i ponti, erano sconnesse le strade”. Essere straniero nel proprio Paese, sentirsi un intruso nella propria terra, è una delle esperienze più amare per Nino, che comprende quanto sia devastante non avere più un luogo sicuro, e ancora di più, quanto faccia male non poter più contare sul legame con l’altro. L’assenza di relazione, la paura dell’uomo che non conosce, che può ucciderlo solo perché ha “l’aspetto di un tedesco”, lo porta a una riflessione tanto semplice quanto universale: “Nino pensò che in quella guerra non si vinceva mai”. La sopravvivenza, allora, non riguarda solo il corpo, ma anche lo spirito. La memoria dei momenti felici, dei gesti quotidiani pieni d’amore, rappresenta per lui l’unica ancora di salvezza. Anche quando cerca disperatamente delle uova da rubare in una torretta malconcia, la sua mente corre a sua madre: “La piccionaia non si poteva definire pulita. Sua madre lo avrebbe sicuramente avvertito di non toccare quella robaccia. (…) Lo so, mamma”. Questo continuo dialogo interiore con i suoi affetti, anche in loro assenza, è ciò che permette a Nino di resistere. La strada giovane è un romanzo di guerra, certo, ma è soprattutto una storia di vita, di perdita e di resistenza. Racconta il lutto sotto ogni forma: lutto per chi è morto, per chi è lontano, per ciò che non tornerà. Ma racconta anche la forza del ricordo, l’importanza della memoria come atto d’amore e come forma di salvezza. Nino non è un eroe, non è un vincitore, ma è un giovane che vuole semplicemente tornare a casa, che combatte per poter ancora riconoscere sé stesso in mezzo alla distruzione. Ed è proprio in questa tenacia silenziosa, in questa lotta interiore, che si trova il messaggio più profondo del libro: anche quando tutto sembra perduto, anche quando si è attraversato il dolore più estremo, si può ancora resistere, se si ha un ricordo a cui aggrapparsi e un luogo, reale o immaginato, dove poter tornare.
Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa
A. Albanese “La Strada Giovane”, ed. Feltrinelli, Milano, 2025