Fino a dieci-dodici anni, sono cresciuta prevalentemente dai miei nonni materni: i miei genitori, seppur molto presenti, lavoravano, quindi passavo la maggior parte del tempo con i nonni. Questi ultimi, inoltre, abitavano in campagna, quindi nella bella stagione, o appena c’era un po’ di sole, mi sentivo libera di scorrazzare con loro nei prati, imparando subito a non andare a rovinare gli orti e a evitare le zone appena seminate. I nonni mi hanno insegnato tante cose: quelle della campagna, la differenza con la città, l’amore per la lettura, soprattutto durante l’inverno, ma che permaneva anche durante l’estate. Tutt’oggi, non ricordo un singolo giorno in cui non abbia visto mio nonno con un libro in mano. Piuttosto leggeva una pagina, dopo aver lavorato nell’orto, o appena prima del sonnellino pomeridiano, ma l’amore per la lettura c’è sempre stato da parte di entrambi. Sono stati talmente bravi da trasmettermelo: io non potevo camminare, quindi potevo viaggiare quando e quanto volevo con un libro. Questo lo avevano capito subito e me lo avevano insegnato immediatamente. Per fortuna, avevo colto al volo il loro messaggio. Mio nonno, che mi aiutava in tutte le azioni necessarie per cui io ero dipendente, aveva un’abitudine che io allora odiavo, ma che adesso ricordo con un sorriso. Ogni mattina, anche quando ero a casa da scuola, mi svegliava presto, alzando la tapparella della mia stanza, facendo entrare un sole abbagliante e molto fastidioso, urlando: “Buongiorno, principessa!”. Io, all’inizio, rispondevo per mera educazione: “Buongiorno, principe!”, ma con quel sole era impossibile riprendere sonno, quindi tanto valeva alzarsi. Mio nonno mi coccolava molto, ma non mi viziava affatto: si doveva mangiare quello che la nonna aveva cucinato, si doveva vedere il telegiornale durante la cena perché: “Anche i bambini devono sapere cosa succede nel mondo e cosa vuol dire morire.” Era tosto mio nonno, ma gli volevo bene, anche se mi provava le tabelline pure in bagno… Almeno non le ho mai dimenticate. Mia nonna è morta di un male “incurabile” (allora si diceva così, non si usava l’aggettivo “inguaribile”); mio nonno sosteneva di essere pronto: in fondo lei era stata ammalata per due anni, perciò lui era convinto di essere preparato alla dipartita della moglie. In realtà, era vero: aveva imparato, durante quegli anni, a fare il bucato, a stirare, a tenere pulita la casa, a rifarsi il letto e via dicendo, per non parlare della cucina: lui aveva sempre amato stare ai fornelli e adesso poteva farlo senza nessuno che gli desse consigli non richiesti… Ammetteva, però, che il momento più brutto fosse la sera: “Quando le persone se ne vanno e io chiudo dietro di me la porta, sento la mia casa vuota e silenziosa e in quel momento mi accorgo che lei non c’è più.” Questo ripeteva in dialetto a chi gli chiedeva come stesse. Ovviamente, da quel momento si cambiava discorso: mio nonno aveva capito benissimo come bloccare la gente troppo curiosa o semplicemente preoccupata per lui. Accorgendosi dell’efficacia della frase, detta in dialetto così più pregnante e toccante, la usava molto spesso, sia perché ci credeva, sia perché rappresentava un ottimo deterrente per certa gente. Mi aveva colpita quell’affermazione: il mio principe, sempre tanto forte e mai con un dubbio, almeno ai miei occhi di bambina, colui che mi aveva fatto vivere il primo lutto della mia vita quando era morto Sandro Pertini, ora mi sembrava fragile, mi sembrava un bambino in cerca di aiuto, ma incapace di chiederlo per mille motivi. Mi sono domandata, in quelle giornate, cosa avessi potuto fare per lui: mio nonno si era occupato di me per più di dieci anni in tutto e per tutto, ora era il mio turno! Non potevo evitare che stesse solo di sera: anche se fossi stata a casa loro a cena, era sempre “loro” la casa, me ne sarei dovuta andare dopo e il problema si sarebbe riproposto. Tra l’altro, mio nonno non era ingenuo e avrebbe capito benissimo il mio escamotage e si sarebbe sentito mortificato. Ecco, avevo capito: il problema era quello di trovare il modo di coccolarlo senza umiliarlo. Allora mi venne in mente una soluzione: cominciai a telefonargli tutte le sere dopo cena, così ci potevamo raccontare come stavamo, la nostra giornata, cosa avevamo mangiato, i programmi visti alla tv, i libri letti. Lui teneva soprattutto a sapere della scuola e dell’Università, di cui andava molto fiero. Nato nel ’22, si era dovuto fermare in quinta elementare per lavorare, ma aveva continuato a studiare da autodidatta e risparmiava le mance per andare a vedere gli spettacoli dei burattini che mettevano in scena la Trilogia dell’Orlando e per comprarsi dei libri. Sua nipote faceva l’Università! E così, piano piano, come accade un po’ nelle favole, nel loro tempo sospeso, fu lui a diventare, a livello emotivo, davvero il mio bambino. Mi capitava di chiamarlo così con persone che non avrebbero certamente riportato questo mio modo di relazionarmi: mio nonno se ne sarebbe vergognato molto, anche se in fondo, sono sicura che lo sapesse e che ne gongolasse… Quando uscivo la sera, da buona mamma, lasciavo a mia mamma, ormai in pensione, il compito di chiamarlo, cosicché non fosse solo nelle ore per lui più buie. È andata avanti così per una quindicina d’anni e quelle telefonate, a volte anche molto noiose, rimarranno sempre, perché, in qualche modo, mi hanno fatto sentire cosa prova una mamma.

Ilaria Bignotti Faravelli