Quando si perde una madre che è stata ancora più assente in vita, la voce si incrina e le emozioni riemergono con forza. In questa testimonianza la voce onesta di una figlia che, a 46 anni, riconosce dentro di sé una bambina ancora arrabbiata, ancora in cerca di riconoscimento, ancora incapace di perdonare. Tra disincanto e bisogno ostinato di credere in un “oltre”, queste parole tengono insieme rabbia e speranza, assenza e desiderio di legami che non finiscano con la morte.
La voce di Costanza
È passato ormai qualche giorno dall’appuntamento di lunedì scorso e l’impatto che ha avuto su di me ciò che è uscito fuori – in primis le testimonianze che i partecipanti ci hanno donato – va via via perdendo la sua intensità.
Se durante la conversazione ho sofferto – coi lucciconi agli occhi – per le esperienze vissute da chi si è raccontato, se mi ha attraversata quel tristemente noto senso di sconforto per ciò che il lutto significa e si trascina dietro, ora mi resta quel (solito) senso di impotenza che vivo di fronte all’ineluttabilità della morte. E sempre mi stupisco di quanto duramente può colpire. Talmente forte da lasciarci senza respiro, da farci smarrire la cognizione del qui ed ora e della direzione in cui stiamo andando. La morte come esperienza trasformativa: è proprio così. Perché ci cambia, a volte cambia proprio tutto.
Io però non mi sento così illuminata (e fortunata in questo) come chi riesce a trarre il meglio anche dalla perdita.
Per come sento io, dopo la morte non c’è nulla, si porta via la persona cara e non lascia nulla. Nel profondo del mio pensiero credo sia così, e forse è per questo che mi convinco invece a credere che ci sia un oltre, un dopo.
Quello che avrei voluto portare – ma non ce l’ho fatta – è uno spunto di lettura. Dopo diversi anni dalla morte di mia madre, ventuno anni fa (io ne avevo 25 appena compiuti ed ero nel mezzo dei miei studi, non avevo ancora raggiunto l’età adulta) ho incrociato un libro che si chiama Molte vite e un solo amore (Brian Weiss), che, semplificando molto – quasi banalizzando – parla di anime gemelle. Quasi banalizzando perché, invece, per me, ha un respiro più ampio di quello che gli si può attribuire (è proprio vero che i libri ognuno di noi li esperisce a modo proprio e in base al momento che sta vivendo). Senza volermi dilungare, la cosa che a me è rimasta di quel libro è l’immagine che a un certo punto disegna delle persone care, che, come foglie di un albero, e più ancora di uno stesso ramo, sono destinate a ritrovarsi sempre. Credo che sia proprio scritto “siamo foglie di uno stesso ramo, cadiamo in tempi diversi per poi ritrovarci“. Quella frase mi accompagna sempre e quando mi è capitato di trovarmi accanto a persone che hanno perso un caro affetto, l’ho condivisa.
Personalmente ho trovato quel libro, così complesso ma delicato, una fonte di speranza. IO ho bisogno di speranza di fronte alla morte.
Mi piacerebbe portarvi il mio racconto autobiografico, ma non ne ho uno. O almeno non l’ho ancora scritto, nemmeno per me. Ciò che è stato è ancora dentro il mio cuore e la mia mente, intrecciato a emozioni – non tutte positive né edificanti – che non mollano la presa, quasi fossero un cappio.
Mi piacerebbe portarvi il mio racconto perché forse vorrebbe dire che ho elaborato il mio dolore, la perdita di mia madre, ma ancora questo non è accaduto e non so se accadrà.
Durante la conversazione ho sentito forte il bisogno di riflettere e lavorare su ciò che ha riportato a galla. Sono uscite ancora la rabbia e l’incapacità di perdonare. Rabbia per un rapporto mancato: quello tra una madre, che non ha saputo mettere da parte le sue difficoltà (di coppia e coi genitori) e ha scelto di ritirarsi nel SUO mondo, e una figlia, che di una VERA madre – di quelle che partecipano al rapporto e che ci vogliono star dentro, magari anche male, ma ci vogliono comunque stare dentro – non ne ha il ricordo. Una madre che ha RINUNCIATO al rapporto con le sue figlie, che ha rinunciato al suo ruolo. Più o meno inconsapevolmente.
E allora io perché dovrei perdonare? Ero io la bambina e non ho scelto io di venire al mondo.
Banale? Probabile.
Facile? Forse sì, ma forse no. Non mi giudico, o almeno cerco di non farlo. E’ semplicemente quello che abita in me.
L’unico racconto autobiografico che posso portare è quello di una bambina (nonostante io abbia 46 anni suonati) arrabbiata con la sua mamma, che non c’è più e che l’ha lasciata a sé stessa. Che non l’ha vista diventare grande, conquistarsi il suo posto nel mondo e dare la vita a un figlio a lungo desiderato, voluto al punto da superare tutti gli ostacoli (tanti) che sbarravano la strada, anche quelli di fronte a cui non sembrava esserci possibilità di riuscita.
Spero che nonostante questo ci sia speranza. Speranza per me, che a volte mi sento tagliata a metà, che mi sento ancora profondamente abbandonata, che non mi sento mai abbastanza. Speranza per me attraverso mio figlio e tutto quello che cerco di donargli.
E speranza per la mia bambina. Che trovi pace e, presto o tardi, possa camminare a manina con la me adulta. Che possa, la me adulta, imparare a sentirsi abbastanza e a camminare a testa alta, conscia del suo valore, della sua potenza, della sua resilienza.
Costanza