Lo spillone della memoria è una storia scritta dalle studentesse del corso di Manager degli Itinerari Culturali, presso l’Università degli Studi di Ferrara –  Eugenia Zaganelli, Elisa Borella e Arianna Angeli – che ci racconta le vicende di una giovane orafa romana che ha ereditato dalla madre la passione per il mestiere di famiglia ed è molto legata a uno spillone, oggetto protagonista del racconto, un tempo appartenuto alla sua bisnonna. Lo spillone in questione è in argento, ma in epoca romana erano molto diffusi anche quelli in osso, avorio, in legno e naturalmente in metalli preziosi. Gli spilloni avevano almeno tre funzioni differenti: venivano utilizzati per dividere le ciocche di capelli durante il momento dedicato alle acconciature e alla toilette delle matrone (acus discriminalis); servivano a fissare i capelli acconciati in elaborate acconciature e ad abbellire queste ultime (acus crinalis); erano utili nell’applicazione di cosmetici e unguenti[1]. Vi sono casi in cui si attesta la presenza di questi oggetti sulle iscrizioni funerarie dedicate alle ornatrices, le “parrucchiere” dell’antica Roma: gli spilloni appaiono nei bassorilievi e nelle incisioni come simbolo del loro mestiere[2].

Nel racconto sopracitato lo spillone assume un valore affettivo e rappresenta l’arte di famiglia della protagonista, la sua eredità e il ricordo di chi non c’è più. Nonostante il suo attaccamento al cimelio della bisnonna, la giovane orafa imparerà che sacrificare un oggetto non la allontanerà dalle memorie del passato e dalle sue radici, e che lasciare andare, a volte, è la scelta giusta per andare avanti.

Lo Spillone della memoria 

Nel villaggio di Collatia, non lontano da Roma, viveva Livia, una giovane artigiana rinomata per l’eleganza dei suoi gioielli. Ogni giorno lavorava nel suo laboratorio, trasformando metalli e pietre provenienti da diverse parti del mondo in piccoli capolavori. Aveva ereditato le tecniche e i gesti del mestiere dalla sua cara nonna materna, una donna austera ma amorevole. Fù proprio lei a tramandarle la passione per i gioielli, e Livia decise di farne il suo lavoro. Passarono gli anni, e Livia, ormai madre, si ritrovò ad affrontare un dolore immenso: la perdita della propria madre. Il giorno del funerale il cielo era coperto e l’aria era carica di silenzio e ricordi. La piccola Fulvia, figlia di Livia, camminava a piccoli passi tra le tombe stringendo la sua mano. Poco distante dalla tomba vide qualcosa brillare tra l’erba: era lo spillone d’argento, quello della nonna, che sembrava essere stato lasciato lì, come a vegliare sul suo riposo eterno. Fulvia lo raccolse con delicatezza e, guardandolo incuriosita, si rivolse alla madre: «Mamma, cos’è questo? È bellissimo, perché era qui?» 

Livia si inginocchiò accanto a lei, prendendo lo spillone tra le mani con uno sguardo colmo di emozione. “È lo spillone della nonna. Lo portava sempre, come faccio io. È parte della nostra storia.” Da quel momento, Fulvia cominciò a fare domande. Voleva sapere tutto: chi fosse la nonna, come creava i suoi gioielli, cosa significasse per lei quell’oggetto antico. E così, tra racconti e carezze, una nuova generazione iniziava a intrecciare i fili di un’eredità preziosa. Dopo qualche tempo, la curiosità infantile di Fulvia si trasformò in passione per il lavoro di famiglia. Crescendo, iniziò a passare sempre più tempo nel laboratorio della madre, osservando ogni gesto, ogni colpo di martello, ogni pietra scelta. Le sembrava di assistere ad un rituale antico e sacro. Livia, inizialmente restia a coinvolgerla per paura che il peso della tradizione diventasse un fardello, iniziò invece a riconoscere nei suoi occhi la stessa luce che un tempo aveva visto in quelli della propria nonna. Fulvia imparò in fretta. Le sue mani, dapprima impacciate, divennero sicure, e le sue prime creazioni mostrarono una finezza che sorprese anche i clienti più esigenti. Aveva un tocco tutto suo, più delicato, quasi poetico, ma l’impronta di famiglia rimase ben visibile, la si riconosceva nei dettagli. Nel laboratorio, ora rinnovato ma ancora fedele alla tradizione, troneggiava una teca di vetro con dentro lo spillone d’argento, pulito e lucente. Era un simbolo di protezione, un ponte tra generazioni di donne forti e silenziose, che avevano usato le mani per dire ciò che le parole non bastavano a esprimere. Il tempo, però, non fu generoso. Poco dopo il ventesimo compleanno di Fulvia, Livia si ammalò. All’inizio fu solo una stanchezza insolita, un pallore che non voleva andare via. Ma in breve tempo, la realtà si mostrò sfacciatamente. Una malattia silenziosa e crudele stava consumando il suo corpo. Nonostante il dolore, Livia continuò a lavorare finché le forze glielo permisero. Ogni giorno si sedeva accanto a Fulvia, le prendeva le mani tra le sue e la guidava con voce flebile, trasmettendole gli ultimi insegnamenti, le ultime storie e dandole le ultime carezze. Una sera d’inverno, mentre fuori il vento soffiava tra gli ulivi, Livia chiuse gli occhi per sempre, con lo spillone d’argento tra le mani. Fulvia restò sola, con un vuoto che sembrava inghiottire ogni cosa. Ma non era davvero sola. Attorno a lei, ogni oggetto, ogni attrezzo del laboratorio, ogni gioiello incompiuto, parlava ancora con la voce della madre. Dopo il funerale, non riuscì ad entrare nel laboratorio per giorni. Poi, una mattina il sole filtrava tiepido tra le tende, e lo spillone della nonna sembrò brillare di una luce nuova. Lo prese tra le dita, lo fissò tra i capelli e varcò la soglia del laboratorio, con un respiro profondo. Fu lì che capì. Non avrebbe solo continuato l’arte della madre, l’avrebbe fatta sua. Con mani ancora tremanti ma cuore saldo, Fulvia cominciò a creare. Non per dimenticare il dolore, ma per trasformarlo in bellezza. Perché ogni colpo, ogni pietra, ogni intreccio d’argento era un modo per dire: “Io sono qui. E lei vive in me.”

Fulvia, ormai una giovane donna, un giorno ricevette una visita. L’equilibrio del villaggio fu interrotto da una carrozza senatoriale. Ne scese Domitia Severina, potente matrona romana, avvolta nella sua stola color porpora e ornata di pietre preziose. Era arrivata al villaggio con un obiettivo ben preciso: trovare un gioiello che rappresentasse il suo forte carattere. Non era ancora riuscita a trovarne uno, e dopo diversi giri in carrozza capitò nel villaggio di Fulvia. Giunta al banco della giovane orafa, si mostrò interessata a tutti i suoi lavori. Il suo sguardo, però, si soffermò sullo spillone che portava tra i capelli. Domitia, colpita dall’oggetto, chiese di acquistarlo, offrendo ricchezze e favori. Non era abituata a sentirsi dire no, e Fulvia, pur giovane e senza protezioni, non esitò a negarle ciò che chiedeva. Lo spillone non rappresentava solo un gioiello, ma la memoria e la storia della sua famiglia. La matrona insistette, cercando di piegare la volontà della ragazza, ma Fulvia si mostrò inflessibile. Il potere offerto non la tentava. Con rispetto e con fermezza, rifiutò ogni proposta. Domitia Severina, umiliata dal rifiuto e incapace di accettare che una semplice ragazza potesse opporsi alla sua volontà, lasciò Collatia con il volto impassibile ma gli occhi colmi d’ira. Prima di salire sulla sua carrozza, si voltò verso Fulvia e a bassa voce pronunciò un maleficium: “Come hai rifiutato ciò che poteva renderti eterna, così perderai ciò che ami. La tua arte fiorirà, ma le tue mani conosceranno il silenzio. Solo il sacrificio spezzerà il mio volere.”

Fulvia sentì un brivido lungo la schiena, ma non riuscì a sentire le parole della matrona. Continuò a lavorare, giorno dopo giorno, e la sua fama crebbe. Ma con il tempo, la maledizione cominciò a manifestarsi. Le sue mani, prima agili e forti, iniziarono a tremare. Ogni mattina si svegliava con più fatica, come se un peso invisibile le impedisse di stringere gli strumenti. I medici non trovavano spiegazioni. La sua mente era lucida, la sua anima ardente, ma il corpo la stava tradendo. Un giorno, nel silenzio del laboratorio, mentre cercava invano di finire un ciondolo, le cadde lo spillone d’argento. Rotolò a terra, fermandosi proprio davanti alla parete dove vi era il ritratto sbiadito di Livia. Fulvia si inginocchiò e pianse, poi comprese tutto. Il maleficio non si sarebbe spezzato finché non avesse sacrificato ciò che aveva sempre custodito con gelosia: lo spillone stesso. Con il cuore in frantumi, Fulvia prese lo spillone e lo immerse nel fuoco. Lo lasciò fondere lentamente, e gli diede una forma nuova. Creò un piccolo anello semplice, senza gemme, sul quale incise la parola Libertas.


[1]BIANCHI, (1995), Spilloni in osso di età romana. Problematiche generali e rinvenimenti in Lombardia., p.15

[2] BIANCHI, (1995), Spilloni in osso di età romana. Problematiche generali e rinvenimenti in Lombardia., p. 19