“Mio padre morirà questo mese, forse il prossimo. Lui lo sa, e io anche. […] Dice di essere felice che la malattia non si prolunghi oltre, e io gli chiedo come può essere felice di morire, e a quel punto mi risponde che è peggio il decadimento della morte.”

Il romanzo di José Luis Sastre prende avvio da queste parole limpide e disarmanti, che contengono già tutto: la consapevolezza della fine, la paura della perdita di sé, il desiderio di restare vivi fino all’ultimo. Da qui si sviluppa la storia di un padre e di una figlia che, di fronte alla morte imminente, ritrovano una vicinanza profonda, quasi originaria. L’uomo non vuole sprecare nemmeno un istante del tempo che gli resta: vuole continuare a vivere, davvero, fino alla fine -vivere “una vita piena”.

Non conosceremo mai i loro nomi. È una scelta che rende la loro vicenda più universale, come se potesse appartenere a chiunque: a ogni figlia, a ogni padre, a chiunque abbia accompagnato o stia per accompagnare qualcuno verso l’addio. La figlia decide di esaudire le richieste del padre, grandi o piccole che siano: leggere insieme i necrologi, fare programmi improvvisi, partire senza preavviso per una giornata al mare.

“All’inizio non la sente [l’acqua], poi mi dice che inizia a sentirla, che percepisce di nuovo il freddo, sulla punta delle dita dei piedi […]. Gli faccio il solletico e non serve che gli dica che in quel momento lo sto vedendo da giovane, quando entrava in acqua per insegnarmi a nuotare”.

Ma l’amore della figlia non è fatto solo di indulgenza. Non lo tratta come un malato fragile da proteggere a ogni costo: continua a stuzzicarlo, a tenerlo vigile, a non lasciarlo scivolare nel torpore. Perché ciò che il padre teme davvero non è la morte, ma il decadimento che la precede – la perdita della parola, del pensiero, della possibilità di riconoscere e farsi riconoscere. In altre parole, la perdita della vita prima della morte:

“ ‘Non c’è nulla di indegno nell’essere malati’
‘E nemmeno nel morire’
‘Né nel morire, esatto. Morire è una cosa molto naturale. E prendermi cura di te è un altro modo per stare insieme. Non mi escludere da questo.’ ”

Rimasto vedovo quando la figlia era ancora adolescente, il padre ha costruito la propria esistenza intorno a lei, offrendole stabilità, affetto e una presenza costante. Da questo tempo condiviso è nato un legame profondo, difficile da definire perché fatto di dedizione, complicità e silenzi condivisi.

Con l’età adulta, la figlia si è allontanata per costruire una propria vita, e ora – davanti alla malattia – avverte il peso di ciò che non è stato detto o vissuto insieme. Il padre, però, non la rimprovera mai. Anzi, la solleva da ogni colpa: non avrebbe voluto che sacrificasse se stessa per lui.

Nel frattempo, senza farne un tema esplicito, si è costruito anche una nuova quotidianità dopo la morte della moglie, come se proteggesse la figlia da un’ulteriore perdita o da una possibile ferita. La madre continua, comunque, a vivere nella casa e nei gesti, come una presenza silenziosa che non si è mai davvero allontanata. Gli oggetti parlano per lei, custodiscono la memoria:

“Ecco perché mangiamo e beviamo con stoviglie e posate dorate e vecchie, e perché i piatti e le tazze sono di vetro verde e vetro ambrato, con i bordi scheggiati”.

Quando arriva la diagnosi definitiva, il padre sceglie la trasparenza e la condivide subito con la figlia. Lei, a sua volta, decide di dedicargli tutto il tempo possibile, cercando di riempire le giornate di vita e non solo di attesa. Capisce quanto la presenza degli amici sia importante e organizza incontri, cene, momenti di convivialità che restituiscano all’uomo il senso di appartenenza al mondo. Gli amici rispondono con affetto sincero, pronti persino a mettersi nei guai pur di accontentarlo – come nel tentativo, tenero e un po’ ironico, di procurargli uno spinello.

I desideri del padre sono molti, ma ce n’è uno che lo ossessiona, uno che sente di poter affidare soltanto alla figlia. Sarà possibile esaudirlo? E quale prezzo comporterà? Il romanzo lascia queste domande sospese, cariche di tensione emotiva e morale.

Eppure, anche quando la fine sarà arrivata, qualcosa resterà. La figlia potrà ritrovare il padre nei suoi libri, nelle frasi sottolineate, negli appunti lasciati ai margini: tracce di pensiero e di presenza. Rileggendole, potrà continuare a incontrarlo, a dialogare con lui in silenzio, come se la relazione non si fosse interrotta ma trasformata.

Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa

Sastre J. L., “Le Frasi Rubate”, ed. Salani, Milano, 2024

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