Edgar Morin, nel saggio L’uomo e la morte, propone un’analisi filosofica, storica e antropologica del collegamento esistente tra l’uomo e la morte. L’insondabilità di quest’ultima ha spesso spinto l’essere umano a ricercare, in vita, gli aspetti materiali che, attraverso la celebrazione del ricorso, possano condurre a prepararsi all’evento più doloroso e misterioso che ancora oggi conosciamo. Ciò che resta è la volontà di riappropriarsi di un’umanità che nemmeno la paura della morte deve scalfire.

L’uomo e la morte
La morte e l’uomo sono collegati da concetti opposti eppure, parimenti, complementari: compiutezza e finitudine; razionalità e follia; strategia e abbandono. Ed è proprio in questo equilibrio dinamico tra macrosistemi insondabili che l’uomo riesce a trovare un significato profondo al proprio inesorabile destino quando trova un dialogo autentico con se stesso.
Il bisogno dell’essere umano di incontrare affettività e relazione, pur nei momenti di maggiore criticità della sua vita, rappresenta la vera ancora di salvezza, il solo strumento che gli permetta di rimanere agganciato al mondo quando il mondo stesso lo sta per abbandonare o, meglio, quando l’uomo sperimenta il distacco terreno per ricongiungersi alla dimensione eterea dell’anima.
La morte viene avvertita come una minaccia in quanto segna la perdita della propria individualità, di quell’esistenza così come noi la conosciamo, così profondamente radicata all’idea di noi che abbiamo costruito e a tutti gli artefatti culturali che hanno segnato la nostra esistenza.
Man mano che ci si avvicina al confine della terra di nessuno, come Edgar Morin definisce la linea di demarcazione tra la vita e la morte, riappaiono saldi i lineamenti di un’umanità che ha molte più caratteristiche materiali che spirituali: è così che i morti sembrano molto più simili ai vivi di quanto non crediamo. Riacquistano valore piccoli simboli quotidiani, come un oggetto usato dal defunto, un indumento, un libro, un gioiello. Piccoli amuleti contro la nostalgia, acquisiscono molto spesso il volto e le sembianze di chi non c’è più. In molti casi vengono quasi idolatrati, non se ne concepisce la separazione. Da un lato, celebrare il ricordo rende onore alla vita. Dall’altra parte, occorre riappropriarsi di una dimensione più spirituale che consenta a chi resta di rimanere ancorato al mondo degli affetti, ma che consenta anche di predisporre la propria vita a prepararsi a una morte che non può più essere vista come l’interruzione brusca del nostro cammino.
Essa rappresenta piuttosto la curva della strada, un motivo costante di riconciliazione con il mondo. Con la felicità, ma anche con la sofferenza, nella consapevolezza che nulla può essere più vero e più profondo del viaggio interiore che si compie per conoscere se stessi.
Il funerale, che in certe culture diviene una e vera e propria ostentazione della morte, cogliendone anche tutti gli aspetti più materiali e raccapriccianti, può essere vista come l’occasione di prepararsi al meglio ad una nuova vita che, mentre viviamo il dolore, è già lì che si appresta a fare capolino e a ricordarci che, come diceva Isabel Allende, la vita è un piccolo rumore tra due insondabili silenzi, quello prima di nascere e quello prima di morire.
A nulla vale fingersi indifferenti di fronte alla morte. Pur costituendo un dato di fatto, l’unico punto fermo e incontrovertibile della nostra vita, essa detiene il potere di rilanciare l’essere umano verso un oltre che, per quanto materializzato e appiattito, talvolta anche dagli stessi filosofi, non riesce a rinnegare la sua essenza spirituale. Al di là di ciò in cui crediamo, e al di là della consapevolezza che l’anima sopravviva o meno al corpo, la verità è che la morte è capace di proiettare ciò che, invero, accade già nella vita: l’anima esiste, evolve con l’individuo e, a prescindere da dove vadano le persone quando muoiono, la sua essenza che sa di infinito è fatta per restare, per sopravvivere a noi, anche solo nel ricordo di chi abbiamo amato.