Le parole hanno un significato e la parola speciale ne richiama in sé molti: l’essere unico, non ordinario, che costituisce un’eccezione alla norma.
In qualche modo è un termine che crea una differenza, evidenzia una diversità, racchiude un gruppo di persone in una categoria.
Il termine speciale accanto ad “orfano” è stato coniato da Anna Costanza Baldry, con l’intento di fare luce sulle situazioni di questi bambini invisibili, di portare alla conoscenza di tutti la drammaticità delle loro storie e di fare in modo che ricevano aiuti e attenzioni particolari.
E di questo bisogna davvero ringraziarla, perché senza il suo intervento probabilmente la loro situazione sarebbe rimasta sommersa.
Essere speciali però significa anche sentirsi diversi ed essere riconosciuti come diversi.
Questo per gli orfani di femmicidio è un grosso fardello da portare, uno stigma dal quale è difficile liberarsi, sia interiormente che socialmente.
L’etichetta di essere figli di un assassino, la vergogna di essere diventati orfani per mano di chi avrebbe dovuto proteggerti, il dolore che questo comporta, rischia di accompagnarli per tutta la vita.
Invece, queste persone hanno bisogno di andare avanti, di costruirsi una vita al di là e nonostante quello che gli è successo.
Sono già stati messi sotto i riflettori, il loro cognome è comparso sui giornali, se si naviga in rete probabilmente si ritroveranno ancora i particolari scabrosi delle violenze sulla loro mamma.
Ci racconta Elisa:
“Lo stigma sociale c’è. Mio nonno aveva un’attività ed è colata a picco perché la gente si è allontanata. Quando ho avuto il primo fidanzatino la frase che sentivo era “Ma come…proprio lei…? Io sono vista come “la figlia del mostro” o “la figlia della donna uccisa”. Nessuno ti vede per chi sei.
Io non voglio precludermi la vita per il mio passato, non voglio non vivere per quello che altri hanno fatto. Voglio una vita normale perché io sono una persona normale” (https://www.today.it/attualita/orfani-femminicidio-intervista.html).
Gli orfani speciali hanno il diritto ad avere una loro vita, di crescere, di diventare adulti nonostante quello che gli è accaduto.
Queste persone hanno diritto ad una protezione e ad una cura su misura (Convenzione ONU per i diritti del fanciullo), ma allo stesso tempo hanno il diritto di riscrivere la propria storia e di tornare a volare, anche se le loro ali sono state piegate e spezzate.
Per questo, tanto è speciale la realtà che vivono e l’attenzione che meritano, tanto deve essere garantita loro la possibilità di diventare “anonimi”, di cambiare cognome, come finalmente la legge gli consente, e di andare avanti senza avere il marchio dello stigma tatuato sulla pelle, o senza che la loro drammatica storia li preceda, abbandonando anche il termine speciali per descriverli.
Patrizia Schiarizza, avvocata responsabile del Progetto Airone, ha più volte ribadito che è fondamentale dare agli orfani di femminicidio le stesse opportunità di vita di tutti i loro coetanei e per questo motivo è necessario non chiamarli più “orfani speciali”, perché definirli tali significa dare loro una connotazione di diversità rispetto agli altri bambini, mentre il vero scopo di una democrazia è l’uguaglianza.
E l’uguaglianza, inoltre, è il presupposto fondamentale per eliminare la violenza, che trova nella disparità di condizioni e ruoli il suo più pericoloso seme (www.vita.it/basta-chiamare-speciali-gli-orfani-di-femminicidio).
Manuela Stucchi, pedagogista