Concita De Gregorio, nel libro Di Madre in Figlia, scandaglia le relazioni tra tre donne legate da un vincolo familiare tanto profondo quanto irrisolto. Una di queste, Adè, non dovrebbe ancora essere considerata tale, essendo un’adolescente; eppure, si trova costretta a occupare uno spazio adulto, chiamata a fronteggiare le scelte di vita e i comportamenti della nonna Marilù e della madre Angela. Il romanzo si fonda proprio su questa contraddizione: una ragazza che, mentre cerca di capire chi è e chi sarà, si ritrova a sostenere il peso emotivo di chi dovrebbe proteggerla.
Adelaide, che preferisce farsi chiamare Adè perché non si sente ancora certa della propria identità, è obbligata a trascorrere i tre mesi delle vacanze estive dalla nonna Marilù. I suoi genitori, infatti, non possono occuparsi di lei per motivi di lavoro: stanno inseguendo il Premio Nobel. Adè conosce appena questa nonna ingombrante e carismatica, che aveva deciso di tagliare i ponti con la figlia quando lei era ancora molto piccola.
Angela, la madre di Adè, ha sempre cercato di rendere la vita della figlia il più possibile sicura e prevedibile, scelta che ha fatto infuriare Marilù, ferma sostenitrice di una libertà assoluta e dell’autonomia individuale, anche nei confronti dei bambini più piccoli. Una delle fratture decisive tra le due donne risale a una vacanza al mare, quando Angela protegge Adelaide con creme solari pediatriche e salvagenti sicuri. Marilù la rimprovera senza mezzi termini, sostenendo che la bambina crescerà piena di paure, incapace di vivere esperienze nuove e senza fiducia in se stessa. In questa figura di nonna anticonformista e radicale, possiamo vedere il simbolo di una generazione che ha fatto della libertà un valore non negoziabile, spesso senza interrogarsi sui suoi effetti affettivi.
Angela, dal canto suo, rifiuta di ricalcare i passi della madre, troppo concentrata sulla difesa della propria libertà da dimenticare la figlia dove capita, fino a negarle perfino la possibilità di conoscere l’identità del padre. Così Marilù aveva cresciuto Angela, ignorando quanto la figlia soffrisse per le sue assenze e per quella mancanza di stabilità che una madre avrebbe dovuto garantirle. La rabbia di Angela esplode in parole durissime:
“Non so se capisci cosa significa venire al mondo non in una stanza, in una casa, in una famiglia com’è successo a te ma no, invece: direttamente in un suk di cui non si vede la fine dove tutti urlano, tutti vendono, tutti comprano […] e tu sei un oggetto nuovo”.
In netto contrasto con Marilù, Angela tenta di essere una madre presente, attenta, costantemente impegnata a rispettare e soddisfare ogni bisogno di Adè. Tuttavia, questa presenza è attraversata da un’ansia profonda: il timore continuo di non essere all’altezza. Paradossalmente, Angela chiede alla figlia conferme sul proprio comportamento, parlando in realtà di sé e delle proprie insicurezze, come emerge chiaramente nel suo flusso di pensieri e parole:
“Sono tranquilla, sono tranquillissima. Oddio che gioia sentirti amore mio mi manchi così tanto. No ecco ecco accidenti scusa. No, volevo dire. Ti penso tanto. Come stai eh come stai? Mangi? Dormi? Prendi le medicine? Come va con la nonna? […] È scombinata, sì sì è scombinata ma non è cattiva. […] Facciamo tutti quello che possiamo. Poi sbagliamo sempre si sa non si fa altro che sbagliare.”
Da questa scrittura frammentata e concitata emerge la fragilità emotiva dell’adulto più che quella dell’adolescente: ed è proprio in questo delicato non-equilibrio che Adè è costretta a muoversi, affrontando fatiche sproporzionate alla sua età. Tra queste, l’impossibilità di incontrare la psicologa in videochiamata e la necessità di rassicurare continuamente la madre sul proprio stato di benessere.
Privata del dialogo con l’unica figura adulta davvero stabile, Adè scrive appunti indirizzati idealmente alla terapeuta, nel tentativo di guardarsi dentro e sopravvivere emotivamente:
“Ho avuto una crisi di panico, ieri. […] È stata una delle più brutte, non finiva mai. […] Non riuscivo a muovermi, volevo urlare ma non usciva la voce. Ho avuto davvero paura, il cervello andava velocissimo il corpo era bloccato. Sono rimasta lì, seduta. Tremavo.”
Adè è perfettamente consapevole della realtà che sta vivendo: si sente l’ago della bilancia tra due pesi troppo grandi per lei. Intuisce che il rapporto tra sua madre e sua nonna è malato, segnato da un conflitto irrisolto, e che a pagarne il prezzo è soltanto lei:
“Le soluzioni logiche di mia madre, gli incensi accesi di mia nonna. Non me ne faccio niente. Loro sono già a destinazione. Sono arrivate. Io devo ancora partire e non so dove andare.”
Queste parole rappresentano il cuore emotivo e politico del romanzo. In esse Adè rivendica il diritto all’adolescenza, all’incertezza, al non sapere; rifiuta modelli adulti troppo centrati su se stessi per offrirle la forma di cura più autentica, quella dell’ascolto.
Sul piano narrativo, questo conflitto intimo si intreccia a eventi carichi di tensione simbolica: un incendio che minaccia l’isola e il possibile ritorno di un uomo fondamentale nella vita di Marilù, capace forse di far luce sulla misteriosa morte del suo compagno, avvenuta decenni prima. Per lui, Marilù aveva accettato di vivere su quell’isola dove tutti si conoscono, priva di iniziative culturali, ma di cui lei è la regina. Isola -spazio chiuso e immobile- quale metafora di identità adulte bloccate, incapaci di evolvere.
Di Madre in Figlia si configura così come una riflessione intensa e coraggiosa sulle mancanze di una generazione, quella del Sessantotto, che ha eletto la libertà personale a valore assoluto, spesso senza considerare le ricadute emotive sulle generazioni successive. Concita De Gregorio non propone una condanna netta, ma una rilettura lucida e non nostalgica, affidando alla voce fragile e potente di un’adolescente il compito di far emergere ciò che è rimasto inascoltato.
Ilaria Bignotti, psicologa
De Gregorio C. “Di Madre in Figlia”, ed. Feltrinelli, Milano, 2025