Va bene essere tristi è un saggio sulla morte e sul lutto di Megan Devine che affronta il tema della tristezza in maniera autentica ed efficace. Sarebbe troppo banale dire che quando muore qualcuno che amiamo è lecito essere tristi. Ma quanto davvero ci concediamo di vivere quella tristezza, di considerarla una parte della nostra vita, della nostra stessa essenza umana? Un saggio per riflettere sulle sfumature della vita, anche quando il dolore ci attraversa e ci cambia per sempre. 

Va bene essere tristi

Un’esperienza traumatica rende il dolore non solo possibile, ma legittimo? Certamente. Ma non occorre mettere alla prova la mente ed il corpo per legittimare la sofferenza. Il dolore non è qualcosa da cui dobbiamo fuggire. Qualcosa che va documentato, riconosciuto socialmente, per poter essere vissuto e per trovare il conforto che merita. Il dolore va attraversato, in qualsiasi momento della vita, in qualsiasi circostanza si sia determinato, soprattutto quando si perde qualcuno che amiamo.

È difficile descrivere le fasi del lutto. Soprattutto è difficile imbrigliare ciascuno in schemi rigidi, che prevedano il superamento di ciascuna fase fingendo una forza che non si ha, imponendo un’amnesia che non si è disposti ad accettare, favorendo una resistenza che non è reale. Tutti siamo arrendevoli di fronte alla sofferenza. Il dolore non ci rende meno autentici, né meno resilienti.

Ciò che la vita ci chiede di affrontare con dignità è l’accettazione della tristezza, della disperazione talvolta. La disponibilità a sostare in quegli stati d’animo che la società rifugge con determinazione, perché sintomi di un’umanità che emerge tra le pieghe della superficialità, della logica del risultato, della solitudine, della recisione delle relazioni autentiche e significative.

Ciò che serve è una vera e propria alfabetizzazione emotiva, che consenta di evitare di combattere il dolore e la sofferenza e, contemporaneamente, che consenta alle persone vicine ai dolenti di offrire il supporto e la consolazione di cui hanno davvero bisogno.

Non è facile vivere la tristezza e non è facile nemmeno stare accanto a chi quella tristezza la porta addosso come una seconda pelle. Eppure, è proprio quella tristezza che ci protegge e che, a volte, ci salva. Perché ci consente di sospendere il giudizio: sulla vita, sulla morte, su ciò che siamo stati in grado di fare, su cosa ancora manca. Non siamo esseri a cui manca un pezzo, quello che se ne è andato. Siamo esseri umani che vivono il dolore, che lo riconoscono, lo accettano. Lo accolgono come parte della propria stessa vita.

Anche noi moriremo. E quel lutto, in parte, lo vivremo anche noi. Lo proveremo quando dovremo elaborare l’idea di lasciare qualcosa, di separarci da qualcuno. Quando dovremo accettare di lasciare qualcosa di incompiuto, di non aver realizzato proprio tutto quello che ci eravamo riproposti di raggiungere. Fa parte del cammino. Forse questa incompiutezza fa parte della vita. Se tutto fosse lineare, se tutto fosse concluso, se tutto avesse un inizio ed una fine ben delineati, forse la tristezza non esisterebbe. E, invece, è qui con noi. Ci accompagna sempre, anche quando certi lutti sono lontani e hanno assunto una sfumatura più definita nel divenire della vita.

E allora va bene essere tristi. Va bene anche quando ci dicono che non dovremmo esserlo, che, essendolo, daremo un dispiacere a chi se ne è andato. Chi ha oltrepassato il confine dell’infinito, in realtà, la nostra tristezza la capisce. Perché è la stessa che provano anche loro, che mai avrebbero voluto separarsi da noi. Lasciarsi è sempre doloroso. Va bene essere tristi. È come confermare, per l’eternità, il nostro amore.