Quando si risvegliò il mattino seguente aveva la testa intontita. Non ricordava quasi nulla della sera precedente, se non che Stefano le aveva procurato la cena e che avevano intavolato una sterile conversazione che era finita in niente. Nessuna delle parole che si erano scambiati era servita a spiegare alcuna delle mille domande che le si affollavano nella mente e che l’avevano accompagnata anche nel sonno notturno apparentemente tranquillo, eppure costellato di infiniti buchi neri. Voci alle quali non sapeva dare un volto. Mani che non appartenevano a nessuno. Sorrisi che le facevano battere il cuore, ma che non le ricordavano nulla.

Stefano, in cucina, la accolse con una tazza di caffè fumante ed un croissant alla marmellata. Sembrava che la guardasse come se volesse scorgere nella sua espressione un pensiero, carpire un segreto. “Stai andando al lavoro” gli chiese. Queste domande esplorative avevano nella sua mente lo scopo di riagguantare una normalità che le sfuggiva fin nei più piccoli particolari. “No” le rispose Stefano. “Oggi niente lavoro. Pensavo che, se ti va, forse potevamo uscire e fare una passeggiata”. Anna rimase sorpresa da questa iniziativa. Dopo un giorno intero chiusa tra due stanze, l’idea di respirare una boccata d’aria fresca le faceva quasi girare la testa. 

Si vestì lentamente, come se si stesse preparando per il più importante degli appuntamenti. Nell’uscire dall’appartamento, attraversando il corridoio fino alla rampa delle scale, venne colta da quella sensazione che aveva già provato, che qualcuno la stesse osservando. Ricacciò subito indietro quella sensazione, per concentrarsi appieno sul fatto che, finalmente, stava uscendo di casa per vedere quel mondo che aveva solo scrutato dietro le tende della sua finestra. 

Quando Stefano la accompagnò nel garage per estrarre la macchina, quel luogo angusto e buio le sembrò vagamente familiare, persino più della sua stessa casa, nella quale erano ricamate ovunque le sue iniziali. L’odore della macchina spenta, di umidità mai riassorbita e quella frescura semisotterranea le fecero chiudere gli occhi. All’improvviso, un’immagine le si parò davanti. Un viso maschile, che non era quello di Stefano. Un abbraccio, forte e sicuro. Un lampo, come un bagliore. Riaprì gli occhi immediatamente, per scacciare la sensazione di vuoto e di paura che quell’immagine le aveva dato. Dall’altra parte della vettura, Stefano la stava fissando con lo sguardo. “Andiamo” disse.

In pochi minuti raggiunsero la spiaggia. Anna si riempì le narici di quell’aria salmastra che il giorno precedente le aveva trasmesso una quiete insana. 

Cominciarono a passeggiare sulla battigia. Stefano le camminava a fianco, senza mai distogliere lo sguardo dai suoi passi. “Veniamo spesso qui?” si decise a chiedergli infine, quando ormai il silenzio era diventato imbarazzante per entrambi. “No. Di solito ci vieni da sola. Però noi ci siamo conosciuti qui. Per questo mi fa piacere tornarci ogni tanto, anche solo per fare due passi”. Anna si sentì come lusingata da quell’affermazione. “Come ci siamo conosciuti Stefano?”. Egli abbassò lo sguardo, come se dovesse ripescare da un punto lontanissimo della memoria quel ricordo. “Stava per cominciare l’estate. Io ero in spiaggia con alcuni amici. E tu eri in piedi, in riva al mare. Stavi fissando l’orizzonte. Io provenivo dalla direzione opposta alla tua. Quando ti sei voltata, ci siamo quasi scontrati. Eri molto bella, Anna. Ci siamo conosciuti così, per caso”. Anna accolse con un sorriso quel complimento inaspettato. Del loro incontro, della spiaggia, del suo sguardo che inseguiva l’orizzonte non ricordava nulla. Si chiese se fosse il caso di continuare con quella sorta di indifferenza, come se il fatto di non ricordare alcunché fosse normale. E come se fosse altrettanto normale che suo marito continuasse a rimanerle accanto senza dire una parola in più di quelle che lei riusciva a scucirgli, salvo restare con più domande di quelle con le quali il discorso era iniziato.

“Perché non ricordo niente Stefano? E perché tu mi parli come se facessi finta di non sapere che non ricordo nulla?”

Stefano non sembrò stupito di quella domanda. Reagì come se sapesse perfettamente che, prima o poi, gliel’avrebbe posta.

“Perché il dottore ci ha spiegato che è importante non forzare la tua memoria. Ci ha detto di non insistere, di non farti domande. Che, prima o poi, tutti i tuoi ricordi sarebbero riapparsi da soli. E, comunque, non c’è niente da ricordare Anna. Quello che vedi è quello che è. La nostra casa, le nostre cose, le nostre abitudini. Vedrai che con il tempo starai meglio”.

Anna si chiese che cosa c’entrasse il dottore con la sua casa, il suo matrimonio e le cose che non ricordava. “E perché avete consultato un dottore?”. 

Stefano abbassò di nuovo lo sguardo. Era evidente che provasse un profondo imbarazzo e che facesse molta fatica ad uscire da una situazione nella quale lui stesso si era infilato.

“Non credo sia così importante Anna. Lo vedi anche tu che fai molta fatica a prendere sonno. A volte sei più tranquilla, altre volte più agitata. Non c’è ragione di farsi troppe domande. Abbiamo trovato il nostro equilibrio e tu ora sei molto più serena da quanto hai ricominciato a dormire”.

Anna rimase sorpresa da questa affermazione: “Ma ieri hai detto l’esatto contrario Stefano. Mi hai detto che quando non riesco a dormire vengo sempre alla spiaggia”.

Stefano deglutì: “Succede poche volte. Normalmente dormi serena. Però capita che qualche volta tu non riesca a dormire. E allora è qui che vieni. Io oramai ti conosco. E ti ritrovo sempre”.

Sembrava una frase così dolce da dire. Eppure Anna provò un senso di leggera inquietudine. E, prima di provare a rispondere, successe qualcosa che in quei due giorni di buio non era ancora successa. Ricordò qualcosa. 

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