“Lo prese tra le dita con un tremito. Lo girò lentamente, quasi con paura, come se fosse qualcosa di sacro. E in quel gesto, i ricordi lo travolsero.”
Il protagonista del racconto Brilla ancora per me, scritto dalle studentesse di Manager degli Itinerari Culturali Maria Tolin e Maria Vittoria Grossi, presso l’Università degli studi di Ferrara, è un vedovo i cui ricordi vengono risvegliati da un oggetto particolare: un anello.
Semplice, in oro, con un rubino incastonato, che da qualche tempo non adornava più il dito di sua moglie. Fu proprio lui a scegliere quell’anello per la sua amata, e ora il suo ricordo lo accompagnerà per sempre.
La semplicità dell’oggetto protagonista rispecchia l’uso e il gusto romano. In epoca antica, infatti, l’anulus pronubus, l’anello di fidanzamento, veniva realizzato in ferro, privo di pietre preziose. Successivamente, in età imperiale, si diffuse l’utilizzo di anelli in oro, talvolta recanti iscrizioni o un disegno “a mani giunte”, per quel che concerne gli anelli di fidanzamento (Pinckernelle 2007, p. 55). Pertanto, se inizialmente gli anelli in oro erano riservati ai senatori e, in seguito, ai militari e agli aristocratici, dal II secolo in poi l’utilizzo si estese anche ai cittadini romani comuni. Per quanto riguarda l’ambito militare, gli anelli sigillo erano i più diffusi e spesso rappresentavano l’emblema del valore guerriero. L’anello sigillo era un elemento di distinzione e simbolo di potere, di autorità. Con essi venivano firmati documenti importanti di natura politica, economica e legale (Ivi, p. 53). Se originariamente l’anello nasceva come oggetto semplice e umile, con il tempo si diffusero le decorazioni a forma di nodi d’Ercole, occhi umani, e falli a scopo amuletico e protettivo. Si pensi che secondo la medicina dell’epoca, i sigilli in argento erano molto efficaci contro il morso di scorpione (Ivi, p. 55).
Tradizionalmente gli anelli venivano indossati sulla mano sinistra, così come quello di fidanzamento, che era posto sull’anulare.
Brilla ancora per me
Il sole stava tramontando dietro le colline di Rione Monti, colorando di rosso i colonnati della villa. Marco Licinio Crasso, un tempo un coraggioso centurione e ora senatore in pensione, passeggiava nei suoi giardini silenziosi. L’odore del mirto e della lavanda era nell’aria, ma non riusciva a scacciare la tristezza che lo opprimeva da tempo.
Quello era un giorno importante, perché era il primo compleanno di sua moglie da quando lei non c’era più. Mentre curiosava tra i suoi averi, vide un vecchio scrigno di legno di cedro e lo aprì. Ritrovò così qualcosa di molto prezioso: un anello d’oro, sottile, con un piccolo rubino incastonato. L’anello di Livia che lui stesso aveva nascosto dopo la sua morte, nella speranza di alleviare il suo dolore.
Lo prese tra le dita con un tremito. Lo girò lentamente, quasi con paura, come se fosse qualcosa di sacro. E in quel gesto, i ricordi lo travolsero.
Aveva incontrato Livia a Roma, durante una delle feste dell’aristocrazia, quando era ancora un giovane ufficiale senza titoli ma con la reputazione di essere audace e onesto. Lei era la nipote di un senatore, una donna di rara bellezza e intelligenza. Il loro primo incontro fu un duello di parole, più feroce di qualsiasi battaglia.
Marco la ammirava già, ma fu la sua risata, sincera e improvvisa dopo un suo commento impertinente, a fargli capire che era perso di lei.
I mesi successivi furono di corte serrata: lettere lasciate agli schiavi fidati, sguardi rubati tra i portici del Foro, passeggiate nascoste tra gli aranci del Palatino. Alla fine, Livia aveva ceduto, o forse aveva solo smesso di resistere. Si sposarono in primavera, sotto un cielo limpido, con il Tevere che scorreva calmo come a benedire l’unione.
L’anello che ora teneva tra le dita era il simbolo di quel giorno. Non di grande valore materiale, certo, ma era stato scelto da lui, tra mille, perché il rubino gli ricordava la luce che aveva visto nei suoi occhi la prima volta che le aveva parlato d’amore.
Gli anni insieme erano stati un susseguirsi di viaggi, figli, guerre, inverni e primavere. Livia era stata sua consigliera, il suo specchio, l’unica persona capace di leggere dentro di lui senza bisogno di parole. Anche quando Roma era in subbuglio, anche quando i tradimenti e le ambizioni degli uomini avevano fatto vacillare la Repubblica, Livia era rimasta la sua roccia.
Aveva perso lei come si perde il fuoco in una notte d’inverno: lentamente, senza accorgersene, finché non restò solo il freddo. Una febbre l’aveva portata via, in un pomeriggio d’autunno, lasciandogli tra le mani il vuoto.
Ora, con l’anello tra le dita, Marco si sedette sul gradino di marmo, vicino alla fontana. Le lucciole iniziavano a danzare nell’aria tiepida. Con voce roca, quasi parlando a sé stesso, mormorò:
«Hai sempre detto che il tempo ci avrebbe separati solo nei corpi, non nel cuore.»
Chiuse gli occhi. Rivide Livia sorridere tra le colonne della villa, con un fiore tra i capelli, come quella mattina in cui gli aveva annunciato di aspettare un figlio. La sentì ridere, camminargli accanto, sgridarlo con affetto per le sue scelte impulsive.
Prese l’anello e provò ad infilarlo accanto al suo, ma non ci riuscì. Le sue mani erano grosse e trasandate, per via del duro lavoro svolto durante la sua vita; e così, con le lacrime agli occhi, lo prese e se lo mise al mignolo, unico dito sul quale poteva indossarlo. Poi si alzò, più saldo di quanto non si sentisse da mesi, e si diresse verso la biblioteca, dove aveva lasciato in sospeso le memorie che stava scrivendo. Forse era tempo di concluderle. Con le parole giuste. Le sue parole. Le loro.
Perché certe storie non finiscono davvero. Restano, come un anello smarrito, pronte a risplendere di nuovo alla luce del tramonto.
Maria Tolin e Maria Vittoria Grossi