In questi giorni mi sono trovato più volte a parlare con diverse persone di un qualche sviluppo preoccupante della situazione. Ne vengono fuori analisi che paiono cogenti, convincenti, che portano a concludere che siamo all’interno di un processo che muove verso la miseria e la sopraffazione, verso il dominio dell’inumano, guidato da forze potentissime, idrauliche, inarrestabili. Eppure tutti scendiamo dall’autobus e grazie al cielo assaporiamo ogni piccola gioia d’argento. Voltiamo un angolo e siamo in una piccola strada alberata dove l’aria profuma di foglie cadute, dove il profumo di foglie cadute domina ogni spazio e gli occhi. Il pessimismo della ragione. Il dovere della felicità.

[da Canto di ferro]

Bambina mia.
Per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.

Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie e al centro. Ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Siamo ancora capaci di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.

C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto. Io ora lo vedo di più.
C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella,
gioia più grande.
Il tuo destino è l’amore.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro nient’altro.

[Mariangela Gualtieri

da Paesaggio con fratello rotto, Einaudi]

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