Se apro gli occhi e guardo lontano vedo il passato. E più guardo lontano e più vedo il passato, il passato oscuro di là dal passato luminoso e l’oscuro che dai due lati del passato luminoso opera per cancellarne la memoria, per cancellare ogni memoria. La cosa è talmente seria che sembra che Bertolt Brecht stia scrivendo oggi stesso, oggi stesso dalla Germania, come allora scriveva dalla Germania. E dalla finestra di maggio la nonna canta al piccolo nipote: realtà di albero e diamante. Si combatte a un sorriso per volta, una pazienza per volta contro l’esercito dell’assurdità della confusione. Forse è davvero il tempo che vide Giovanni in Patmos, forse ogni tempo è quel tempo e a noi è stata regalata un’illusione. Ma l’illusione ha forza di profeta e di angelo: il bene è possibile. È possibile. È possibile e dunque sarà.

I lavoratori gridano per avere il pane
I commercianti gridano per avere i mercati.
Il disoccupato ha fatto la fame. Ora
fa la fame chi lavora.
Le mani che erano ferme tornano a muoversi:
torniscono granate.

Nei tempi oscuri

Non si dirà: quando il noce scuoteva il vento
ma: quando l’Imbianchino calpestava i lavoratori.
Non si dirà: quando il bambino faceva saltare il ciottolo
piatto sulla rapida del fiume
ma: quando si preparavano le grandi guerre.
Non si dirà: quando la donna entrò nella stanza
ma: quando le grandi potenze si allearono contro i lavoratori.
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Bertolt Brecht [da Poesie politiche, a cura di E. Gianni, Einaudi]

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