Aria e menta [2 novembre 2026]

Qualche sera fa, nella lunga coda d’estate dell’ottobre, mi trovavo in Certosa dopo l’orario di chiusura. Il Museo del Risorgimento di Bologna organizza ogni anno un ricco programma di visite e spettacoli diurni e notturni per tener viva la nostra bella città dei morti, l’unica cosa che nei secoli scorsi i romantici viaggiatori del Grand Tour ritenessero degna di esser visitata in città. Venezia, Firenze, Roma, Napoli, la Sicilia avevano molteplici e più note attrattive, qui il cimitero. Gli esperti del Museo raccontano che è sempre stato un luogo vivo, un grande giardino dove incontrarsi e passeggiare. Uno dei più imponenti sviluppi di portici dell’intera città.

A me i cimiteri sono sempre parsi luoghi dolci. Nei paesi costieri della mia Liguria, nelle isole greche, talvolta sono collocati in luoghi così limpidi, così incantevoli, quasi da invidiare i morti. “Qui forse anche morire non fa male” dice il verso della canzone di Branduardi tratta dalle Confessioni di un teppista di Esenin.

La Certosa poi, almeno nella parte monumentale, nonostante la potenza di molti specifici luoghi, ha nel complesso un’aria sommamente materna, di nonna che fa la sfoglia col mattarello, di contegno ottocentesco ma alla buona, sorridente.

Provo a guardarli tutti mentre cammino. Leggo i loro nomi. Ogni parola increspa l’atmosfera di tutto il pianeta. L’onda minuscola si distorce nel vasto mondo, diviene impercettibile, illeggibile ma non perduta. Leggo i loro nomi.
I più sono a coppie, molti si stringono. Siamo nel tempo che compatta, dobbiamo far posto. I più sono a coppie. A volte raggiunti da un figlio. O preceduti. Alcuni, anche qui, soli.

La ragazza bionda sorride sopra la sua storia. Ogni piccolo passo è un miracolo. Ogni piccolo giorno. La ragazza ride in mezzo alla nuvola dei suoi capelli che fissano quel tempo. Rapido 904. Provo a guardarli tutti, leggo i loro nomi.

Insomma l’altra sera ero lì, con una grande luna bassa e brezza perfetta, per assistere a uno spettacolo teatrale, Annie e Giosuè, sulla relazione fra l’anziano e glorioso Carducci e la giovane poetessa di origine inglese Annie Vivanti. La scena teatrale era allestita nell’atrio esterno di un complesso monumentale di grande impatto visivo e noi spettatori eravamo seduti sull’antistante gradinata. Lo spettacolo è stato molto piacevole e la notte era esattamente tenera. Sono i sensi che mi hanno portato in un luogo insieme più profondo e più alto. L’aria aveva un meraviglioso profumo di prato. Più di questo: profumava di mentuccia. La sensazione non si imponeva, il segnale era gentile, ma forte e chiarissimo. E persistente, si è sentito per tutto il tempo in cui siamo rimasti, finché non ci siamo incamminati sotto i portici, fra i campi santi, la sagoma delle sculture argentata dai raggi lunari, verso il cortile della chiesa e poi all’uscita.

Un piccolo, leggerissimo, momento di magia, di contatto. Mi piace pensare che i morti ci abbiano invitato nella loro città, nella silente osteria del loro paese gentile. Che abbiano assistito assieme a noi al ricordo delle ultime avventure un po’ naif di uno fra i più illustri dei loro, che faceva il broncio per quell’impertinenza ma sotto i baffi sorrideva. E ci hanno offerto una deliziosa aria e menta da sorseggiare nei ritmi lenti di quella valle misteriosa, noi a cui ancora è permesso quel che a loro procura la più profonda nostalgia, dare un respiro.

È il regno dei merli, delle rondini. Immuni alla tristezza, il sacro è casa, è tanto natura quanto il vento. Il loro volo benedice, la loro stessa vita è qui lavoro. I morti dicono: “cantiamo! voi mettete la voce”.

Per questo passavano chicchi d’ambra fra le dita, per questo bisbigliavano parole. Aspettano il giorno in cui i rami nudi partoriscono gemme e poi foglie. Stabilmente abbagliati dai miracoli e dalla nostalgia. Lo sanno per via dei padri. Hanno fede.

Nelle primissime pagine del suo Gli imperdonabili, Cristina Campo, che pure abita qui da quasi cinquant’anni, fra il Chiostro III e il Chiostro Maggiore dice:

“Percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E che altro veramente esiste in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?”

Che dono anche noi, nel nostro piccolo, poter talvolta percepire qualcosa, foss’anche solo un lungo sorso di aria e menta versato dalle sorelle e dai fratelli che più non sono. Tutti, tutti insieme infine stiamo col nostro ramicello in mano, chiamando la fortuna di bei fiori, e battiamo, come Giosuè per la sua Annie, a un’imposta chiusa sperando che, come la nuvola bianca, un giorno s’apra.

Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori

glauchi ed azzurri, come i tuoi occhi, o Annie.



Vedi: il sole co ’l riso d’un tremulo raggio ha baciato

la nube, e ha detto — Nuvola bianca, t’apri. — 



Senti: il vento de l’alpe con fresco susurro saluta

la vela, e dice — Candida vela, vai. — 


Mira: l’augel discende da l’umido cielo su ’l pèsco

in fiore, e trilla — Vermiglia pianta, odora. — 



Scende da’ miei pensieri l’eterna dea poesia

su ’l cuore, e grida — O vecchio cuore, batti. —

E docile il cuore ne’ tuoi grandi occhi di fata

s’affisa, e chiama — Dolce fanciulla, canta. —

[I primi due intermezzi sono frammenti di note che scrissi in seguito a una visita ai morti della famiglia di mia moglie, attorno ai primi di novembre di un paio di anni fa, prima in un piccolo cimitero della bassa bolognese e poi in Certosa. La frase di Cristina Campo è presa da “La rosa” in Gli imperdonabili (Adelphi). La poesia finale è Ad Annie, di Giosuè Carducci, da Rime e Ritmi. Le foto sono mie. Questa CdAM è dedicata a Lidia Bellazzini, che ha da poco raggiunto i suoi amati fratelli e sorelle e cugini e gli altri innumerabili membri della nostra grande tribù nel paese dove si serve aria e menta.]

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