Qual è il destino dei giovani detenuti in Italia?
Nell’articolo a cura di Luigi Fadiga, magistrato minorile, emergono interrogativi urgenti e riflessioni profonde su un sistema penitenziario che, tra sovraffollamento e carenze strutturali, fatica a tutelare i più giovani — in particolare i ragazzi stranieri e con vissuti complessi.

Il caso della Dozza, la casa circondariale di Bologna, è emblematico: una struttura pensata per adulti che non riesce a rispondere adeguatamente alle necessità dei minori, esponendoli a situazioni di rischio, abusi e violenze.

È arrivato il momento di interrogarci sul rispetto dei diritti dei giovani detenuti e sull’effettiva capacità del sistema di offrire percorsi di risocializzazione efficaci.

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Ne parliamo nel podcast Voci in Ombra-Quando la pena diventa la morte, con interventi di esperti come Mauro Palma e Susanna Marietti.

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Giovani detenuti alla Dozza

            Strano destino i nomi: quello del glorioso Sindaco di Bologna liberata, e quello di un luogo dove ogni libertà viene negata: il carcere.

1.         Con la riforma del processo penale minorile del 1988 (dpr 22/09/1988 n. 448 e relative Norme di attuazione) furono istituiti presso ogni Tribunale per i minorenni gli Istituti Penali Minorili (IPM) e i Centri di Prima Accoglienza (CPA), destinati a quanti commisero il reato in età minore nonché a chi non aveva compiuto 25 anni di età  all’epoca della commissione del reato.

2.         Nel 2015, a seguito del referendum costituzionale e alle dimissioni del premier Matteo Renzi, venne  nominato presidente del consiglio Paolo Gentiloni, che formò un nuovo governo con diversa maggioranza politica.

            Con il d.p.c.m 15 giugno 2015 n. 84 fu cambiato il nome del Ministero di Grazia e Giustizia in quello di Ministero della Giustizia e ne fu rinnovata l’organizzazione interna. Furono previsti cinque dipartimenti, tra i quali il “Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità” (DGMC), che comprendeva sia le competenze del  vecchio Ufficio per la Giustizia Minorile creato nel 1988 dal guardasigilli Martinazzoli sia quelle previste dalla legge sull’Ordinamento penitenziario in materia di semilibertà e di Area Penale Esterna (APE).

            Il Ministero sperava così, concentrando in un’ unica autorità penitenziaria adulti e minori,  di avere risolto il problema dei giovani adulti, i quali potevano fruire dei benefici previsti per i minori anche  se il reato   era stato commesso  durante la maggiore età.

3.         In precedenza, il problema del sovraffollamento dei minori detenuti era circoscritto ad alcune zone della penisola, ma il vecchio Ufficio per la Giustizia minorile riusciva a gestirlo attraverso la rete degli IPM, del Servizio sociale e delle Comunità, in applicazione del principio della residualità delle misure privative della libertà voluta dal legislatore del 1988 sul nuovo processo penale minorile, che permettevano interventi di sostegno e finalità di risocializzazione attraverso scuola e lavoro.

            Alla fine del 2022 i minorenni privati della libertà di cui si occupava l’Ufficio per la Giustizia Minorile con personale proprio o degli Enti locali erano appena 321, e alla fine del febbraio 2024 i ragazzi reclusi nei 17 IPM erano 532. Poca cosa, paragonata ai 60.000 detenuti nelle carceri italiane.

            Ma in seguito il panorama è bruscamente cambiato e si è reso necessario utilizzare le carceri per adulti, dove trasferire  temporaneamente un certo numero di grandi minori.

            Nel distretto di Bologna è stato necessario alleggerire l’IPM del Pratello, dove si erano verificati disordini.

            Il Ministero ha indicato a tale scopo il Carcere Rocco D’Amato, chiamato familiarmente dai Bolognesi “il carcere della Dozza”. Ed ecco lo strano destino di un nome glorioso.

4.         Nel carcere della Dozza, che ha una capienza prevista per cinquecento persone, sono ristretti normalmente circa 780 detenuti, nonostante una sezione sia chiusa per ristrutturazione. Questo significa 300 detenuti oltre la capienza. Una situazione impossibile da gestire.

            Malgrado tutto, i ragazzi stanno già arrivando alla Dozza, trasferiti per vari motivi anche di carattere disciplinare. Alcuni provengono dal Beccaria di Milano, a seguito di recenti disordini.

            Nulla è stato preparato perché possano proseguire i percorsi scolastici e formativi che seguivano nell’IPM di provenienza.

            La durata della permanenza alla Dozza, inizialmente prevista in tre mesi, sarà invece prolungata come ha già detto il Sottosegretario alla Giustizia. Occorre infatti che siano completati tre nuovi IPM, forse in ottobre.

5.         “La nostra preoccupazione  è grandissima”- hanno dichiarato il Sindaco di Bologna e il Garante, perché la Dozza non è una struttura idonea ad accogliere minori, che invece, rischiano di essere segnati irrimediabilmente. Dunque, hanno proseguito, “se si deciderà in questo senso, faremo tutto il possibile per sostenerli e chiediamo la massima disponibilità affinché sia possibile entrare con educatori e progetti a loro sostegno”.

6.          I minori stranieri non accompagnati sono fortemente cresciuti nei numeri e hanno bisogno di un sostegno più impegnativo. Il 73,2% dei ragazzi stranieri entrati in Ipm nel corso del 2023 proveniva dal Nord Africa, sostanzialmente da Tunisia (133), Marocco (118), Egitto (113), Algeria (40). Il 19,6% proveniva da paesi europei.

            Un Rapporto di Antigone riferisce che questi ragazzi vengono spesso trasferiti da un carcere all’altro, specialmente dal nord verso il sud, così da mandare altrove il problema quando la gestione di un giovane diventa difficoltosa. Spesso accade anche che il ragazzo entra in carcere con un unico reato ascritto e nel giro di poco tempo ne colleziona molti altri.

            Le difficoltà comportamentali che spesso questi giovani dal difficile vissuto presentano fanno sì che manifestazioni di disagio si trasformino in accuse di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, rissa, in un circolo vizioso che rende molto difficile il recupero del ragazzo alla società.

7.          Pochi giorni fa alla Dozza un detenuto è stato trovato morto nella sua cella; all’IPM di Bologna quattro detenuti sono stati portati in ospedale per avere ingerito oggetti pericolosi; sono stati trovati ragazzi in possesso di telefoni cellulari. Sono situazioni rivelatrici di un clima carcerario degradato a mera custodia, da mantenere con ogni mezzo spesso anche non consentito.

            Nonostante gli sforzi del personale penitenziario, il carcere è spesso un ambiente caratterizzato da violenza,  soprusi e ricatti. Quanto di peggio per un ragazzo che dovrebbe crescere in ambienti risocializzanti.

8.    Un duro comunicato è stato scritto il 28 marzo scorso dall’AIGMF, che ha rivolto all’Amministrazione penitenziaria ed al Governo una serie di domande precise e ampiamente motivate in diritto, vale a dire:

            – Il provvedimento di trasferimento è sempre un provvedimento individuale. Non sono ammessi trasferimenti collettivi.

            – Deve pertanto essere motivato non solo su situazioni oggettive (es., sovraffollamento) ma anche sulla vicenda personale e processuale del detenuto, vale a dire sulla sua condotta e sulla sua posizione processuale e formativa.

            – Richiede perciò il nulla osta dell’autorità giudiziaria minorile, e il rispetto dei presupposti e della modalità previste dall’art. 10 bis del dlgs 2/10/2018 n. 121.

            – Tra queste il principio di territorialità dell’esecuzione (art. 22 dlgs citato), come ad es. nel caso di messa alla prova.

9.            La rete delle comunità costituisce un attore fondamentale del sistema della giustizia minorile. Essa tuttavia presenta alcune criticità. Le comunità sono quasi tutte private e accreditate dal Ministero della Giustizia a svolgere il loro ruolo. Le strutture più articolate e qualitativamente migliori – che possono contare anche su altri soggetti finanziatori oltre quello pubblico, essendo il contributo ministeriale spesso insufficiente – tendono ad accettare soprattutto ragazzi provenienti dall’area civile, effettuando una selezione più stringente dei ragazzi provenienti dal penale, che rischiano con più facilità di ritrovarsi in comunità qualitativamente inferiori. Ciò accade in particolare con i minori stranieri non accompagnati, che sono fortemente cresciuti nei numeri e che hanno bisogno di un sostegno più impegnativo.

                L’uso eccessivo di psicofarmaci nelle carceri minorili è documentato dalla spesa pro capite in particolare degli antipsicotici, che dovrebbero venire prescritti per patologie molto serie quali il disturbo bipolare o la schizofrenia. Essa è aumentata in media del 30% tra il 2021 e il 2022 (ultimo dato disponibile). Gli psicofarmaci vengono troppo spesso utilizzati come strumento di gestione – e di neutralizzazione – dei ragazzi con problemi di disagio sociale e comportamentale.

10.          Il panorama triste e drammatico sopra descritto testimonia che le politiche governative in materia minorile sono attualmente caratterizzate da scelte che mettono in ombra il diritto del minore alla risocializzazione e privilegiano invece un controllo rafforzato a difesa della società. Lo documenta il grande numero di misure cautelari detentive.

                Uno degli effetti di queste scelte non è l’aumento dei minori detenuti, ma la loro assuefazione alla violenza. Il numero dei reati non aumenta, ma aumenta invece il numero degli omicidi commessi da minori e fra minori. Così mostra il caso della ragazzina tredicenne di Piacenza, uccisa a coltellate dal suo “fidanzatino” quindicenne, in carcere dall’ottobre scorso per tale accusa.

                Occorre tornare al principio della residualità della carcerazione, extrema ratio per i minorenni nel rispetto dell’art. 7 comma 3 della Costituzione e della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo.

Luigi Fadiga, magistrato minorile

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