“Il dolore che trasforma” è un saggio che ci restituisce la consapevolezza di ciò che siamo. Fragili, soli, impauriti di fronte alla morte. Questo non deve farci sentire incapaci. A vivere si impara vivendo e a morire si impara ricordando. La conoscenza di sé e il ricordo sono strumenti imprescindibili per prepararsi all’evento più importante e insondabile della vita.

Il dolore che trasforma

Il saggio di Mario Mapelli “Il dolore che trasforma” ci conferma la normalità del sentimento di smarrimento che proviamo di fronte alla morte. Pur sapendo che è l’unico evento della vita, oltre alla nascita, ad accomunare tutti gli esseri umani, stare in piedi di fronte alla morte paralizza. Forse perché ricorda a ciascuno la propria caducità, la necessità di rimanere soli di fronte a questo evento insondabile.

Viviamo la nostra vita costruendo argini, flebili baluardi di certezze che coincidono con la realizzazione professionale, la sicurezza economica, le relazioni familiari e amicali. Tutto questo viene inesorabilmente spazzato via dal cinismo di una morte che non chiede permesso, non si domanda se sia il momento giusto, se siano le persone giuste quelle che decide di portare con sé.

La morte è un’ombra che oscura il passato, si rivale sul presente e protende i suoi rami verso il futuro. L’essere umano ne subisce l’esistenza e non sempre si rende conto che ogni progettualità potrebbe essere interrotta da un’assenza che spariglia le carte.

Sostare in questa certezza ed esperienza può essere necessario, doloroso ma, in ogni caso, non così facilmente praticabile nella sostanziale solitudine in cui ciascun individuo trascorre la sua vita, per lo meno di fronte a fatti di tale portata. Attraversare l’esperienza, infatti, significa assumere su di sé gli attrezzi giusti, accettare la sconfitta, confrontarsi con l’ineluttabilità di una sofferenza che, a volte, rischia di compromettere il resto della propria esistenza.

Di fronte a tutte queste complessità la parola d’ordine diventa “resistere”. Resistere al dolore, alla sofferenza, alla paura? No. Questi sono sentimenti umani e negarli non renderebbe giustizia al percorso di vita che ciascuno di noi è chiamato a fare.

Significa piuttosto dotarsi dei giusti strumenti per onorare ciò che di certo rimane, a dispetto della morte. La consapevolezza di sé, prima di tutto. E poi il ricordo.

Raccontare di sé e di chi si è amato può salvare. Dalla nostalgia, dal senso di solitudine, dalla paura dell’abbandono. Il ricordo è vita. È capacità di far dialogare due dimensioni diverse nel qui ed ora. Non sempre possiamo essere consapevoli della ricchezza che viene da noi stessi. Ma ciò che dobbiamo riconoscere è che è proprio nei momenti di maggiore fatica e disperazione che ci viene data l’opportunità di dare il meglio di noi stessi.

Attraversare il lutto ci restituisce la consapevolezza che possiamo superare la sofferenza e restare vivi anche nel dolore.

Ci restituisce la certezza che possiamo continuare ad amare chi non c’è più senza lasciarsi travolgere dalla nostalgia, perché il ricordo è presenza.

Ricordare restituisce infine speranza. Anche noi, un giorno, potremo essere ricordati. E questo dona valore al nostro fare quotidiano, nella certezza che lascerà un segno, una traccia di noi.

Occorre spogliarsi dell’umana paura. Essa è normale, ma è comunque un ostacolo all’evoluzione che prevede anche la morte per assaporare una crescita che è spirituale.

Attraversare il dolore significa riconoscerlo e non avere paura di fare i conti con esso. Anche il dolore può essere superato. Anche l’attesa della morte può essere superata. E lo si fa vivendo ogni giorno.

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