Nel libro Kolchoz, Emmanuel Carrère ricostruisce la storia della propria famiglia, partendo dalla Rivoluzione russa e risalendo, in alcuni passaggi, anche agli anni che la precedettero. Ne emerge una narrazione autentica, tenera, a tratti violenta e spietata, che non risparmia nessuno, nemmeno l’autore stesso. Attraverso la scrittura, Carrère ripercorre le vicende dei due rami della famiglia, quello paterno e quello materno, quest’ultimo assai più ricco di informazioni, intrecciandole con gli avvenimenti europei e mondiali, nella consapevolezza di quanto la storia individuale e quella collettiva si influenzino reciprocamente. Il racconto restituisce così le esperienze di nonni e prozii, improvvisamente costretti a confrontarsi con un mondo profondamente diverso da quello in cui erano cresciuti.

Emigrati precipitosamente dalla Russia nel pieno della Rivoluzione, gli aristocratici della famiglia trovano rifugio a Parigi, che diventerà il loro porto sicuro. L’impatto con un nuovo stile di vita, fondato sul lavoro di tutti, li sorprende e li lascia senza parole: nessuno di loro sembra essersi accorto del malcontento che serpeggiava tra coloro che lavoravano alle loro dipendenze. Tutti erano felici, almeno così credevano, e davano per scontata la propria realtà, fatta di feste, vacanze e matrimoni combinati, senza interrogarsi sulle condizioni di vita dei lavoratori e sulla loro povertà. Nel ricostruire la storia familiare, l’autore incontra anche figure quasi leggendarie, come lo zio Vano e la zia Nino, uniti da un amore difficilmente eguagliabile. Ma accanto agli affetti, ai ricordi e alle vicende storiche, emerge un altro elemento che attraversa la sua famiglia: il silenzio sulla morte. La morte sembra essere un tabù, qualcosa che non esiste e che non deve essere nominato, indipendentemente dall’età di chi ascolta. È il caso dello zio Nicolas che, ancora bambino, scopre da solo, leggendo un documento, che il padre è morto. La sorella maggiore, futura madre di Carrère, gli aveva raccontato che l’uomo era partito e sarebbe tornato. Per assecondarla, il piccolo fingerà per anni di attendere tristemente il ritorno di quel padre che non potrà più rivedere. L’autore ricorda: “La madre e la sorella avevano deciso che Nicolas era troppo piccolo per capire e, pensando di proteggerlo, gli dicevano che il padre era in viaggio, che sarebbe tornato presto e che sarebbe andato tutto bene”.

Il silenzio sulla morte nasce spesso dal desiderio di proteggere chi amiamo da una verità dolorosa. Tuttavia, nascondere una perdita non significa necessariamente risparmiare sofferenza: può impedire a chi la subisce di comprenderla e di trovare le parole per affrontarla. Anche i bambini, pur non disponendo degli strumenti degli adulti, percepiscono le assenze e i cambiamenti che segnano la vita familiare. Quando la realtà viene negata, possono essere costretti a confrontarsi da soli con interrogativi e sentimenti che non riescono a esprimere.

Anche la madre di Carrère, Hélène Zourabichvili, divenuta nota come Hélène Carrère d’Encausse, storica di fama internazionale e segretaria perpetua dell’Académie française, mantiene a lungo il silenzio sulla propria malattia. Non rivela ai figli e al marito di avere un tumore fino alla vigilia del ricovero in hospice. Hélène chiede al figlio di farle visita tra una vacanza e l’altra: deve comunicargli qualcosa di importante. L’uomo accetta e, una volta arrivato, “Mi dice […] che ha un cancro e che domani o dopodomani, non sa ancora, entrerà in hospice. ‘ Non volevo rovinarvi le vacanze, ma penso che sia giusto che tu lo sappia’”.

La decisione di Hélène ripropone il contrasto tra il desiderio di proteggere i propri cari e la necessità di condividere una realtà dolorosa. La malattia grave coinvolge non soltanto chi la affronta in prima persona, ma anche le persone che gli sono vicine, chiamate a confrontarsi con la paura della separazione e con l’incertezza del tempo che resta. Conoscere la verità permette ai familiari di prepararsi, di esprimere ciò che provano e di vivere consapevolmente la vicinanza, anche quando non è possibile modificare il corso degli eventi.

Nel corso del libro, Carrère si trova continuamente a fare i conti con persone e personaggi ingombranti, che hanno influenzato, in misura diversa, la sua vita e le sue decisioni. Attraverso la ricostruzione delle vicende familiari, prende progressivamente coscienza di quanto le storie individuali siano intrecciate con quelle politiche e sociali. Ne sono testimonianza le sue riflessioni sulla situazione georgiana e sulla guerra in Ucraina. Le guerre, i conflitti e alcune disgrazie personali possono coinvolgere intere comunità, lasciando ferite che non riguardano soltanto i singoli individui, ma anche la memoria condivisa e il senso di appartenenza. La perdita può quindi assumere una duplice dimensione: personale, quando viene meno una persona amata, e collettiva, quando scompare un mondo, si interrompe una continuità storica o vengono meno i riferimenti che hanno contribuito a definire una comunità.

È in questa prospettiva che Carrère accosta le grandi fratture della storia, come quelle del Sessantotto, alla morte della madre Hélène, che i figli non lasciano mai sola durante gli ultimi giorni della sua vita. In quel momento, la famiglia ritrova un’antica consuetudine dell’infanzia e organizza un ultimo Kolchoz, termine che indica specificamente “un tipo di azienda agricola comunista”, nella quale nuclei familiari potevano vivere insieme. Il significato storico della parola si intreccia così con un ricordo intimo, legato alla vicinanza, alla protezione e alla condivisione dello spazio familiare.

“Ci sistemiamo per la notte accanto a nostra madre, come quando eravamo piccoli e nostro padre era in viaggio di ispezione nei suoi uffici di provincia […]. Trascinavamo nella camera dei nostri genitori due materassi su cui dormivamo io e Nathalie, mentre il posto accanto a mamma […] era occupato da Marina, la più piccola. Lo chiamavamo ‘fare Kolchoz’. Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera al Jeanne-Garnier, abbiamo fatto per l’ultima volta Kolchoz”.

Il gesto dei tre fratelli riporta alla luce un’abitudine dell’infanzia, ma questa volta il rito assume un significato irreversibile: non si tratta più di aspettare il ritorno del padre, bensì di restare accanto alla madre mentre si avvicina la fine. La parola Kolchoz, nata per indicare una forma di vita collettiva, racchiude così, nell’ultima notte, tutta la concretezza di una famiglia riunita intorno a Hélène.

Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa

Carrère E., “Kolchoz”, ed. Adelphi, Milano, 2026

HЀLÉNE ZOURABICHVILI: IN MEMORIA ANCORA IN VITA

Mentre scrive la storia della propria famiglia, partendo dalla Rivoluzione Russa, a volte risalendo anche ad alcuni anni ad essa precedenti, Emmanuel Carrère offre una narrazione autentica, tenera, a volte violenta e spietata dei propri antenati, non risparmiando niente a nessuno, nemmeno a se stesso. Con l’esercizio della scrittura, Carrère delinea la storia dei due rami della famiglia, quello paterno e quello materno ben più ricco di informazioni, parallelamente agli accadimenti europei e mondiali, consapevole di come gli uni influenzino gli altri e viceversa. Inoltre, riporta la verità dei suoi nonni e prozii che si trovano all’improvviso a vivere in un mondo che non conoscevano. Emigrati in fretta e furia dalla Russia, in piena Rivoluzione, gli aristocratici fuggono a Parigi, che diventerà un loro porto sicuro. La sorpresa per il nuovo stile di vita, basato sul lavoro di tutti, lascia senza parole: nessuno di loro si era mai accorto del malcontento che serpeggiava e si sviluppava fra i propri lavoranti. Tutti erano felici, almeno così pensavano, e davano per scontata la loro realtà, fatta di feste, di vacanze, di matrimoni combinati, senza il minimo interesse per i lavoratori e il loro misero stile di vita. Tra l’altro, scrivendo, Carrère si trova di fronte a parenti leggendari, come lo zio Vano e la zia Nino il cui amore difficilmente potrà essere uguagliato. Inoltre, nella sua famiglia, la morte è un tabù, essa non esiste e non viene dichiarata, a prescindere dall’età dell’interlocutore. Prova ne sia lo zio Nicolas che, in tenera età, viene a sapere da solo, leggendo un documento, della morte del padre: la sorella maggiore, poi madre di Carrère, gli aveva detto che il padre era partito e che sarebbe tornato. Il piccolo, per assecondare la ragazza, fingerà per anni di attendere tristemente quell’uomo: “La madre e la sorella avevano deciso che Nicolas era troppo piccolo per capire e, pensando di proteggerlo, gli dicevano che il padre era in viaggio, che sarebbe tornato presto e che sarebbe andato tutto bene” [p.103]. Anche la madre di Carrère, Hèléne Zourabichvili, in Carrère, segretaria perpetua dell’Académie française e al cui funerale Emmanuel Macron donerà parole di stima e di elogio per i suoi numerosi scritti, tace ai figli e al marito del suo tumore fino alla vigilia del ricovero in hospice. Hèléne chiede al figlio di farle visita tra una vacanza e l’altra: deve dirgli qualcosa di importante. L’uomo accetta e, una volta arrivato, “Mi dice […] che ha un cancro e che domani o dopodomani, non sa ancora, entrerà in hospice. ‘ Non volevo rovinarvi le vacanze, ma penso che sia giusto che tu lo sappia’”. [p.363] L’autore si trova a fare sempre i conti con persone e personaggi ingombranti che hanno più o meno influenzato la sua vita e le sue decisioni. Continua, durante il libro, a prendere consapevolezza di quanto le vicende personali si intreccino con quelle politiche e sociali, prova ne siano le sue riflessioni sulla situazione georgiana e sulla guerra in Ucraina. Le guerre, i conflitti come alcune disgrazie personali, coinvolgono o possono coinvolgere intere comunità. Si ha quindi sia una perdita personale che una perdita storica, come è avvenuto nel ’68 e come avviene con la morte della madre Hèléne, mai lasciata sola dai figli alla fine della sua vita, quando organizzeranno un ultimo Kolchoz, termine che specificatamente indica “un tipo di azienda agricola comunista” [p.193], dove nuclei famigliari potevano vivere insieme. “Ci sistemiamo per la notte accanto a nostra madre, come quando eravamo piccoli e nostro padre era in viaggio di ispezione nei suoi uffici di provincia […]. Trascinavamo nella camera dei nostri genitori due materassi su cui dormivamo io e Nathalie, mentre il posto accanto a mamma […] era occupato da Marina, la più piccola. Lo chiamavamo ‘fare Kolchoz’. Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera al Jeanne-Garnier, abbiamo fatto per l’ultima volta Kolchoz”. [p.398]   

BIBLIOGRAFIA: Carrère E., “Kolchoz”, ed. Adelphi, Milano, 2026                                                         

Ilaria Bignotti Faravelli, psicologa

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