“La moneta maledettamente benedetta” è un testo comico scritto dagli studenti del Liceo Ariosto di Ferrara Alessia Maranini, Eleonora Sandri, Federico Antoci, Giulia Poletti, Nina Dall’Olio e Vittoria Cariani, che ci raccontano le sfortunate vicende di Fedus, un legionario romano di origini umili, beffato dalla fortuna e dalla gloria. Un giorno, stanco della sua sventurata condizione, si mise alla ricerca di una moneta leggendaria e, dopo averla trovata, la sua vita cambiò. Ma tutto ha un prezzo e Fedus lo scoprirà a suo tempo quando, una volta morto, giunge al cospetto di Caronte; quest’ultimo non accetterà il suo pegno per il trasporto nell’oltretomba. Il motivo? Niente spoiler! Leggete il racconto e lo scoprirete…
Ma qual era lo scopo principale delle monete all’interno del panorama funerario romano?
Generalmente, venivano poste nelle sepolture, spesso nella bocca del defunto, come pegno da pagare a Caronte, affinché egli potesse traghettare l’anima del defunto nell’aldilà. Per questo motivo, spesso vengono indicate come “l’obolo di Caronte”. Si tratta, quindi, di un elemento ricorrente nei corredi funerari romani, specialmente per quanto concerne quelli della penisola italica e, ovviamente, quelli del territorio romano.
Annalisa D’Avolio
La moneta maledettamente benedetta
Fedus era un legionario romano di umili origini. Molto umili. Talmente umili, che anche i topi del suo villaggio si vergognavano di frequentare casa sua.
“A’ regà, ‘na vita che fa ride’ pe’ nun piagne”.
Aveva combattuto in molte campagne militari, ma tutte erano finite nel peggiore dei modi: compagni dispersi, tende bruciate e cavalli impazziti.
“me bastava mette’ piede in battaglia che Marte stesso se chiedeva ‘‘ndo sta l’uscita de sicurezza?’, pe’ favve capì la situazione”.
Nessuna gloria, nessun trionfo, ma solo dolori e delusioni. Fedus però non aveva mai perso la speranza. Ogni sera sotto le stelle pregava Giove, Marte, Minerva, Mercurio, Plutone, Bacco…
“Pregavo così tanto che pure Bacco na vorta me disse ‘A Fedus, ma nun c’hai na vita?’”.
Ma dagli dèi, nessun cenno.
Dopo una giornata disastrosa, un’importante battaglia persa, poco cibo e tensione fra i compagni, in una serata particolarmente ventosa, Fedus si rifugiò tra le rovine di un tempio abbandonato, poco lontano dall’accampamento.
“Speramo che me succede quarche miracolo, che so’ ridotto così male che pure ‘ste statue me farebbero spazio”.
Lì, tra le colonne cadenti, sentì una voce profonda e possente:
“Solo la moneta dell’illustre Tullio ti salverà”.
“Li mortacci tua! M’hai fatto pijà ‘n colpo…”
Aveva sentito parlare della leggenda: una moneta d’oro benedetta dagli dèi, proprio quello che gli serviva. Era appartenuta al generale Tullio, uomo così fortunato da riuscire a vincere qualsiasi battaglia. Per secoli nessuno aveva saputo niente di questa moneta, ma era arrivato il momento di cercarla e trovarla. Mosso da una nuova speranza, Fedus lasciò la legione e iniziò la sua improbabile ricerca.
Viaggiò per giorni, settimane e mesi. “Aò, ho attraversato deserti co’ ‘n caldo da inferno, viaggiato sotto acqua ghiacciata e neve che s’attaccava pure ar pensiero… e me so’ infilato in grotte talmente buie che me veniva er panico puro!”
Dopo un tempo che gli sembrò infinito, finalmente trova la caverna e lì, adagiata su un piedistallo, trovò la moneta. “Daje! Che botta de cu…fortuna!”. Era così emozionato che avrebbe pianto, se non avesse già finito l’acqua due giorni prima. Da quel momento in poi, fu come vivere in un’altra dimensione: ogni campagna militare? “‘na passeggiata de salute, proprio”; ogni nemico? “più lento de ‘n senatore co’ la panza piena!”
Ricevette terre, onori, salute e donne.
La moneta era sempre con lui, tanto che la notte la teneva sotto il suo cuscino.
Passarono gli anni e Fedus divenne vecchio, saggio e pieno di fama. ”c’ho l’età, ma er nome mio ancora fa tremà più de ‘na tromba der senato”.
Si vantava e raccontava le sue gesta a chiunque entrava in casa sua: ai nipoti, ai servi, ai clienti e soprattutto alle donne. Quando sentì la fine avvicinarsi, ordinò: “quanno moro, mettete ‘sta moneta sur petto mio…ché a Caronte je lascio pure la mancia. Prima classe, grazie!”
E così fu, o almeno credeva. Il bello cominciò dopo.
Fedus arrivò sulle rive dell’Acheronte con passo fiero e portamento da imperatore.
Aveva preparato anche un discorso per Caronte, il traghettatore, che però non sembrava molto impressionato. “Caró, guarda chi c’è: so’ io! Piglia ‘sta moneta e famme passa’, che qua ce stamo a pijà troppo tempo” disse Fedus, sollevando la moneta con fierezza. Caronte però sbuffò, prese la moneta, la osservò da vicino, ci soffiò sopra, la annusò e alzò un sopracciglio che minacciava tempesta. “Questa moneta… l’ho già vista.”
Fedus sbiancò “che stai a di’?!”
“Apparteneva al generale Tullio. Era sua. La usò per passare, poi finì dove non doveva. E tu, caro mio, l’hai rubata.”
“Eh, ma che ce posso fa’? L’ho trovata, mica rubata!”
“Usurpata, truffata, rubata. Hai vissuto una vita che non era tua, questo hai fatto”. Fedus provò a protestare, ma Caronte lo zittì in fretta. Poi, girandosi con indifferenza, salì sulla barca e si allontanò, lasciando Fedus solo sulla riva.
“Ma che stai a fa’? Nun me lascia’ qua, famme spiegà, o almeno famme ‘n favore: famme fa ‘n giretto ner Limbo!”
Niente, solo silenzio, nebbia e solitudine. Ma nonostante la sua supplica Fedus fu condannato a vagare per l’eternità tra i mondi. Non vivo, non morto, nessuna pace, nessun riposo, solo rimpianti.
“A me, me casca sempre er peggio… è ‘na tradizione ormai!”
Intanto la moneta, sfrontata e luccicante come sempre, tornò a cadere nel mondo dei vivi, in attesa di un nuovo sfortunato sognatore.
Federico Antoci, Alessia Maranini, Vittoria Cariani, Giulia Poletti, Eleonora Sandri, Nina Dall’Olio